segnalato da Teresa Denurra da la Repubblica di ieri
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Cadere e poi rialzarsi, una lezione di vita
di Concita De Gregorio – Da la Repubblica del 23 febbraio 2024
Le Olimpiadi ci hanno insegnato che non importa se perdiamo ma come ci risolleviamo dalle sconfitte
Cortina d’Ampezzo, 16 febbraio: Federica Brignone con le due medaglie d’oro (reuters)
Quel sorriso, quel pianto. Quell’omaggio in ginocchio, quella frase sprezzante. Ma chi erano, come si chiamavano i protagonisti di queste storie? Non importa, non è questo che importa. Conta solo quello che ricordi, di uno spettacolo. Non la trama, non la qualità tecnica della prestazione, se c’era gente, se è piaciuto alla critica, se è stato un successo o invece no. Conta quello che ti resta quando finisce, quello che ti ricordi perché ti riguarda: ti dice qualcosa di te, parla proprio a te. Anche dopo, a lungo, ti resta.
Le Olimpiadi, lo spettacolo del mondo, questo fanno: mostrano come si reagisce alle vittorie o alle sconfitte. Sono un abbecedario dell’infinita gamma di possibilità che l’essere umano mette in campo di fronte a ciò che, imprevedibilmente, accade.
Perché si sa, lo sappiamo tutti: non dipende da noi quello che nella vita ci succede, mai fino in fondo mai del tutto, ma dipende sempre da noi come reagire a un lutto, a una fortuna, a un disamore, a una disgrazia, a un cambio repentino di scenario. Se ridere, se piangere, se fermarsi o ripartire e come farlo, questo sta a noi. È la reazione che ci definisce. Che poi risiede qui il fascino ipnotico dello sport: qualunque sport è sempre, in ogni momento di ogni gara, un’ininterrotta serie di reazioni alle infinite variabili che un istante dopo l’altro l’atleta si trova di fronte. Come nella vita, proprio uguale.
Perciò. Anche chi come me non sa niente o quasi niente di sport invernali, conosce al massimo lo sci, il bob, il pattinaggio, chi non riesce a ricordare il nome di discipline che non aveva mai sentito prima, chi non memorizza nomi fitti di consonanti mai sentiti. Anche noi: torniamo a casa o più probabilmente ci restiamo, davanti alla tv, con un catalogo nuovo di ispirazioni e di esempi. Che bellezza, no? Guarda che roba. Che bravi, che poveri. Guarda che gioia, che dispiacere.
La mia preferita è la ragazzina bellissima che scoppia a ridere in faccia al giornalista che le chiede se, avendo vinto l’argento, non sente di aver perso l’oro. Quella che chiamo “ragazzina bellissima” è un’atleta detentrice mi pare del record di medaglie nella sua specialità, una star strapagata dagli sponsor, una celebrità idolatrata dai suoi seguaci che si contano nel numero di milioni ma non è questo il punto: non è lei chi è, è cosa fa.
Lei ride in faccia al tapino, maschio caucasico di mezza età, e fornisce la risposta definitiva a tutti quelli che nella vita ti dicono, accigliati: bene ma non benissimo. Potevi fare meglio. A tutti quelli che stanno lì comodissimi a darti i voti, a giudicare. Ah, come sarebbe interessante se i critici letterari scrivessero il best seller definitivo, se i critici televisivi e cinematografici producessero un capolavoro ma invece no, scusate. A ciascuno il suo mestiere, certo: c’è chi fa, e c’è chi sa come si fa e non fa, ma giudica. Benissimo. Non divaghiamo. Io, la ragazzina che dice ridendo in faccia al giornalista «la tua prospettiva è ridicola», me la segno. «Grazie della domanda», caro.
Milano, 21 febbraio: il salto di Ilia Malinin (afp)
Però poi c’è il pattinatore anche lui bellissimo, anche lui un ragazzino — hanno vent’anni, questi atleti: vent’anni sono l’età in cui nelle famiglie normali si dice ai figli fai uno squillo quando arrivi fanne due quando torni. Il pattinatore biondo bellissimo che fa il salto mortale proibito (proibito quando a farlo era stata una ragazza) poi cade: tragicamente, in mondovisione. Ma non è quello: cade davanti a suo padre, che lo allena. È così. Non cadi mai davanti a tutti, cadi sempre davanti a uno. Nella tua testa lo stai facendo sempre per qualcuno. Non sono mai abbastanza — ha scritto sui social. Per te, padre, non lo sono.
Dilemma numero uno: essere o non essere abbastanza. Essere troppo, essere troppo poco. Per chi, agli occhi di chi. Vado bene? Mi ami, quanto mi ami? Cosa devo fare per piacerti. Per piacervi.
La pattinatrice quella con i capelli a strisce, quella che si è ritirata da ragazzina quando le facevano pressione dicendole fai così fai colà, quella che se n’è andata poi è tornata e ha vinto tutto. Sì è divertita parecchio, mi pare. Rideva sempre, in gara. Ha deciso lei come e quando, ha deciso cosa. Non è filiforme. Non ha l’aspetto di un’undicenne sottoposta alla tortura della disciplina alimentare, estetica atletica, non ha l’aria di una che ha sofferto le pene dell’inferno per arrivare fino a lì: è proprio contenta, tranquilla. Forse ha risolto la questione che noi no: mi interessa essere abbastanza per me, non per voi. Dunque, guarda, che sorpresa: sono abbastanza per tutti. Anche lei, me la segno.
Dilemma numero due: la dignità, la memoria. L’atleta che corre con il casco su cui sono ritratti i suoi connazionali uccisi in guerra, ucraino, viene squalificato. Quello che corre con il sole che simboleggia la sua fidanzata, pure atleta, morta in un incidente, viene acclamato. Quindi qual è il discrimine che separa la memoria lecita da quella illecita? Deve essere un lutto personale? Deve essere privato e non collettivo? Un simbolo non esplicito, un dico-non-dico? Non so, mi domando. Come mai è consentito piangere qualcuno sì e qualcun altro no? Il casco del ragazzo squalificato, il casco con i volti degli atleti morti, me lo segno. Se il prezzo della dignità è la squalifica, lo pago.
Cortina d’Ampezzo, 15 febbraio: l’inchino delle avversarie a Federica Brignone
Terzo dilemma, lo spettacolo del dolore. Abituati come siamo a vedere calciatori che si dimenano a terra come scuoiati se qualcuno li ha a malapena urtati ci sembra eroico il gesto di chi, veramente ferito, si rialza. Eppure è questo che succede nella vita, no? Ci rompiamo: fisicamente, emotivamente. Restiamo a terra, in frantumi. Poi ci rialziamo, a volte. Altre volte restiamo nell’indugio del danno a chiedere compassione per la povera sorte che ci è toccata. Ma no, vedete. Certo che fa male. Malissimo. Ma si può sciare ancora e vincere l’oro, avere le avversarie che si inginocchiano al traguardo in segno di omaggio perché brava, così si fa. Se ti bruci, con il ferro, stiri ancora.
A questo servono, tra l’altro, le Olimpiadi. A dirci fin dove possiamo arrivare. Noi, tutti. Anche quelli che non ricordiamo, i nomi dei cinesi ma americani, americani ma russi, i figli di famiglie conformi o no, superstar nate da reati universali, gestazioni per altri. Medaglie d’oro olimpiche e allora? Come funziona, questa faccenda delle vostre regole? Critici, presidenti, politici. A chi vince e non avrebbe dovuto secondo voi essere al mondo, avete qualcosa da dire?
[Concita De Gregorio, da la Repubblica del 23 febbraio 2026]






