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Uomini e Navi. Il tempo della vela (2)

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di Gianni Paglieri

 

Il tempo della vela (2)

Per l’articolo precedente, leggi qui [2]

I comandanti delle navi a vela avevano tutti un sogno, quello di attraversare l’oceano ad una velocità superiore a quella degli altri; ma dovevano continuamente fare i conti con il mare che non esitava a render loro la vita difficile e rendeva cosa davvero complicata e dura il dover seguire la rotta.

Quei comandanti, che erano maestri del vento, padroni dell’arte antica della navigazione, sapevano legare la loro posizione al cielo e spiegare migliaia di metri quadrati di velatura, percorrevano le rotte della lana, quelle del tè, le rotte coraggiose per Capo Horn o per il Capo di Buona Speranza che Bartolomeu Dias aveva chiamato Cabo Tormentoso. Attraversavano il Pacifico sulle rotte di James Cook e del grande Fernao de Magalhaes, sfioravano i ghiacci delle calotte polari, a volte arrivavano in porto disalberati come se una forza immane avesse squassato la nave; avevano da fare con equipaggi difficili da comandare ed erano ‘Comandanti’ proprio perché i più capaci di tutti, i più coraggiosi e anche i più forti: i soli motivi che permettevano loro di venire ubbiditi.

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I marinai della vela si formarono nella solitudine e nel silenzio, si tenevano tutto dentro, non sapevano nulla del mondo o di quello che succedeva nella loro casa, non sapevano se i loro cari erano malati, vivi o morti. Non scrivevano lettere, telegrammi, non potevano telefonare. Certe volte al loro ritorno trovavano che qualcuno era morto, che qualche donna si era stancata di aspettare, trovavano i figli cresciuti. Erano soli anche a casa e nel breve periodo che vi restavano non riuscivano a perdere l’abitudine di vita acquisita a bordo perché già era giunto il momento di ripartire.

Di nuovo a bordo ricominciava lo stesso alternarsi dei turni di guardia e di riposo, le lunghe insonnie nell’attesa di un ordine per manovrare una vela, un pennone, ad ogni ora del giorno, magari anche di notte quando il vento rinforzava.

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Quegli uomini non sono più tra noi e nemmeno possono più raccontarci che cosa li spinse ad imbarcare su quelle navi. Sono scomparsi, non ci hanno detto che cosa li ha spinti sul mare e nemmeno possono ancora raccontarci delle loro sofferenze, dei loro sogni.

Conrad, Melville, Stevenson e altri hanno scritto di loro, le loro parole ci commuovono quando le leggiamo e ci fanno capire quale vita fosse la loro.

Il mestiere del marinaio richiedeva un rapporto particolare con la famiglia, con la donna, con tutte quelle cose di ogni giorno che l’uomo di terra dà per scontate come il pane, l’acqua per lavarsi o per bere. Nel dialetto genovese si dice: “mainà mai ninte” che significa: marinaio mai niente. Il marinaio imparava a maneggiare le vele, ma anche a bere acqua verdastra come quella degli stagni, a mangiare gallette con i vermi, imparava a pregare e… a bestemmiare. Si pregava per fare venire il vento, per farlo aumentare o diminuire o cambiare direzione e c’erano preghiere per “tagliare” le trombe marine.

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Quegli uomini dovevano vivere assieme per lunghissimi periodi di tempo. La loro vita a bordo trascorreva tra una guardia e un riposo. Nel turno di guardia vestivano quasi sempre l’incerata, sempre pronti per manovrare le vele. Fuori del turno di guardia riposavano solo se il mare era calmo. La sera, se il tempo lo permetteva, si sdraiavano tra le vele accumulate, attendevano che il mozzo riempisse le loro pipe di tabacco, poi lo mandavano a dormire perché dovevano parlare di donne e di misteri.

La giornata lavorativa durava dodici ore, l’intero equipaggio viveva in un unico locale male illuminato, vi era un solo gabinetto, ci si lavava sul ponte, i salari erano bassissimi. Al lavoro, ai momenti di pericolo si alternava la noia e nelle lunghe monotone guardie i marinai discutevano di tante cose, discussioni lente, spesse volte inutili, ovvie, che servivano solo ad alleviare la loro solitudine.

Quando c’era tempesta gli ordini del Comandante e degli Ufficiali dovevano essere prontamente eseguiti, ma, veri marinai com’erano, non amavano la tempesta, e neppure volevano raccontarla.

Il tempo però non era sempre cattivo, e la zona delle calme, senza vento, non era migliore della tempesta. L’unica cosa da fare era aspettare, e in quelle attese l’equipaggio era più irrequieto che mai: qualcuno fabbricava modellini nelle bottiglie, qualche altro strimpellava la chitarra ma, a volte, senza nemmeno un perché, saltava fuori il coltello…

Alla fine si calava in mare una lancia e si prendeva il bastimento a rimorchio, a remi, ma era un’illusione, trainare la nave a remi perché appena il cavo di rimorchio si tesava questa rimaneva ferma e, siccome il cavo era pesante, scendeva giù e si tirava la lancia.

Ma che vita era allora quella del marinaio, nel tempo della vela? Forse semplicemente – …la storia di un martirio umano, una storia che designa con il vocabolo navi le camere di tortura in cui venivano condannati a scontare i loro errori… gli onesti cittadini non rifiuteranno di ammettere che la vita del marinaio non fosse altro che una successione miserevole… vita indecente, lurida, il cui ultimo compenso era un logoro sacco… (Hendrik Willem Van Loon) – o forse qualcosa di diverso.

Quegli uomini non possono più raccontarci che cosa li ha spinti ad accettare quella vita che noi non vogliamo chiamare “indecente”, proprio perché era vita e pensiamo che fosse un vivere umano possibile, rischioso, durissimo, nei limiti del proprio tempo.

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Oggi che i velieri sono scomparsi, la vita del marinaio non vuole più farla nessuno e la grande tradizione marinaresca sopravvive solo nella penombra di qualche museo, ma ha sapore di artefatto.

Quei pochi che raccontano cose di mare non sono stati marinai oppure lo sono stati per poco tempo, ma sufficiente da capire che è una vita da non fare.

A parlare diffusamente del mare e delle loro imprese restano i “navigatori” che se ne vanno in giro per il mondo con barche altamente tecnologiche, che scrivono libri, rilasciano interviste, mostrano filmati e parlano come non hanno parlato generazioni di veri marinai.

Ma, nonostante tutto, la vela non è morta perché la vela non può morire perché è come se dovessero morire i sogni e i desideri.

La vela ci sarà finché ci sarà il vento e, finché ci sarà vento, ci sarà un uomo che proverà a bordeggiare, a stringere il vento per fendere il mare senza rumore, con rispetto, senza voler battere alcun record, senza voler dimostrare nulla a nessuno.

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La vela ci sarà finché l’uomo saprà conservare dentro il suo cuore, il vento della poesia, finché saprà ancora piangere, sorridere, stupirsi…perché solo così potrà navigare i mari del sorriso, del desiderio, dell’amore, del pianto, della sofferenza con coraggio e con dignità finché dovrà bracciare le vele per l’ultima volta e chiudere definitivamente la sua carta nautica sulla quale non ci sarà più spazio per altre rotte.

“ Sul mare ci si sente orfani, il navigante si strugge per tutto ciò che ha lasciato e ricompone i conflitti che a terra dividevano il male dal bene. Scende in una specie di grande valle, si entra in contatto con l’universo e i messaggi che arrivano dalla terra sembrano quelli di una cattedrale evanescente. Si getta sul mare uno sguardo che ha sempre qualcosa di perduto.

L’uomo di terraferma crede che il marinaio sia felice di andare, non sa che è intessuto di angoscia e sogni e che gli sembra di percorrere una via che non conduce a nessun luogo. Per questo si affeziona agli strumenti che gli fanno tenere le rotte e lo porteranno da qualche parte. Il marinaio non arriva mai nel suo, non ha possessi, il suo sguardo anche più attento è sempre muto. Parla per farsi compagnia, oppure tace, e quando parla, spesso delira, non vuol convincere nessuno”.

[Da: “Attesa sul mare” di Francesco Biamonti (1928-2001)]

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Gianni Paglieri

N.B.  – Tutte le foto dell’articolo, eccetto quella di copertina, sono da Flickr ®

 

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