La scuola e la sua evoluzione (3). Confronto tra ieri e oggi con qualche consiglio

di Pasquale Scarpati

 

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Agli inizi degli anni ’70 del secolo scorso, quando non erano ancora “calati” i giudizi, per determinare il risultato finale i contenuti, o meglio le nozioni, erano sempre e comunque preminenti rispetto a tutti gli altri aspetti del discente. Anche perché, oggettivamente, gli insegnanti ne erano a digiuno e non erano supportati da nessuno.

Con il passare del tempo, i due aspetti — i contenuti (non più nozioni, finalmente!) e quelli psico-socio-pedagogici — si sono compenetrati. Anzi, con il progressivo superamento dei programmi tradizionali e l’introduzione di nuovi orientamenti curricolari, a mio avviso, in alcuni periodi e in alcuni contesti, i secondi hanno finito per prendere il sopravvento sui primi. Per cui molti contenuti, a mio avviso anche importanti, sono stati talvolta omessi oppure trattati superficialmente.

Voglio citare un episodio. In un corso di aggiornamento, un’ispettrice scolastica ci suggerì, o meglio ci consigliò, di non impartire più gli elementi di analisi logica. A suo dire erano ormai superati! Mi sono chiesto: superati da cosa? Per cui, nella mia libertà di insegnamento, continuai per la mia strada, ritenendoli importanti sia per il docente, ai fini della verifica, sia per il discente, per contribuire alla formazione della sua mente.

La memoria, una volta tanto in auge, ora era del tutto reietta. Eppure serve. Serve all’alunno, perché va esercitata, “lubrificata” — lo dicono gli esperti — e serve all’insegnante per diversi motivi: a) per verificare rapidamente anche una classe numerosa; b) perché non ammette scusanti o trinceramenti da parte dell’alunno, come quando dice: “Non ho capito”, trattandosi di un’esercitazione… meccanica.

Qualche genitore, allarmato, mi diceva che il figlio non riusciva a memorizzare. Gli consigliavo di procedere facendo memorizzare un po’ alla volta, sicuro che prima o poi la memoria si sarebbe attivata.

Non più letture e riassunti, non più temi. Non più stimolare l’alunno a capire e a chiedere e, soprattutto, a chiedersi il perché.

Mentre ai miei tempi alzare la mano per chiedere “lumi” al professore poteva, da una parte, significare essere bollati — anche dai compagni — come persona quasi mentalmente disabile e, dall’altra, incorrere nelle ire dello stesso docente, quasi seccato dall’“invadenza” dell’alunno, oggi, giustamente, bisogna che il discente — che sembra più spigliato rispetto a noi — chieda e che il docente risponda e chiarisca.

Per stimolare ciò, a volte usavo anche un lemma sconosciuto ai più. Poi, vedendoli “passivi”, ero io stesso a porre loro il quesito su che cosa volesse significare. Al che tutti, non avendo capito il senso, restavano confusi e perplessi.
Altre volte, scherzando, interpellavo qualcuno usando parole “distorte”, come, ad esempio, chiamare “nubile” un uomo e “celibe” una donna. Passato un primo momento di perplessità e conosciuto “l’inganno”, tutti ridevamo.
Allora, dopo aver dato la spiegazione del termine, proponevo loro di sottolineare le parole che per loro erano incomprensibili; altrimenti, dicevo, è come se io, o chiunque altro, avessimo parlato in… “cinese”, in “arabo” o in un’altra lingua sconosciuta!

Così, pochi giorni fa, in TV una persona ha citato ripetutamente il lemma “eziologia”, senza delucidarlo. Mi sono chiesto se coloro che non lo hanno capito si siano posti il quesito e, volendo, abbiano cercato di risolverlo.

Ai miei tempi era più lento e difficile, perché bisognava ricorrere al dizionario; oggi, invece, velocemente si può ricorrere ai… telefonini, che finalmente possono servire a qualcosa di utile!

L’appiattimento, il dare tutto per scontato, è sempre pericoloso.
Si rischia, tra l’altro, di chiudersi in un’alta torre eburnea, dove ognuno pensa solo e soltanto a sé stesso, senza tener conto degli altri, perché tutto gli è dovuto secondo il proprio modo di pensare.

La storia, d’altra parte, ci insegna che quando ci si fa irretire da chi ha arroganza o facondia oratoria, spesso vuota, oppure, per mancanza di conoscenza, si rimane arroccati nelle proprie posizioni anche perché non si hanno capacità dialettiche, oppure si diviene contenitori passivi, senza controbattere — anche mentalmente — o, peggio, non si è in grado di controbattere, la parte peggiore tende a prendere il sopravvento, usando qualsiasi mezzo: la forza fisica e/o morale, ma spicciola; l’istinto al posto del ragionamento e della riflessione; la forza economica come ricatto — in questo periodo ne son piene le fosse —. Allora la democrazia è in serio pericolo.

Il prete di Barbiana, don Lorenzo Milani, tra l’altro, ammoniva e consigliava: per avere la vera libertà bisogna conoscere quante più parole possibili, anche per evitare di essere sopraffatti da chi ne sa di più.

Oggi sembra che non vada più di… moda.

La vera libertà si acquisisce con la conoscenza. Ciò è valido in tutti i campi! Ma, per avere la conoscenza, bisogna conoscere i… contenuti. Per conoscere i contenuti, bisogna che la mente abbia il “vizio” di chiedersi il quid, come diceva il Poeta, e di essere aperta.
A livello scolastico, ciò si ottiene con l’aiuto degli insegnanti, che devono, però, espletare la loro professione senza ansia, senza affanno e senza essere aggrediti fisicamente e moralmente!
Una sorta di… sillogismo aristotelico!

Pasquale augura un Buon Anno Scolastico a tutti gli alunni e agli insegnanti, ma anche alle famiglie, a cui spetta il compito (primario) di collaborare.
Senza la loro collaborazione, infatti, ogni sforzo è quasi totalmente vanificato, per una serie di ragioni che non sto qui a enucleare, a cominciare dal tempo dedicato al discente e, inoltre, perché no, anche ai nonni, sempre in apprensione per i nipoti, a cui spesso tocca la… “logistica”.

Ne vedo tanti davanti agli edifici scolastici, specie davanti a quelli frequentati dai più piccoli!

 

La scuola e la sua evoluzione (3) – fine