La scuola e la sua evoluzione (2). I sistemi di valutazione
di Pasquale Scarpati
per la prima parte (leggi qui)
Nella scuola elementare, dopo il secondo conflitto mondiale, forse – dico forse – si incominciarono a valutare anche altri aspetti: l’ambiente, la provenienza, il carattere. Comunque, preminenti erano ancora i contenuti e le nozioni.
Chi, della mia età, non ricorda le famose tabelline pitagoriche mandate a memoria, le numerose poesie, i nomi delle battaglie e quelli dei Grandi? Anche il catechismo era una… cantilena! E i fumetti erano tassativamente vietati perché considerati diseducativi!
Così, fin dalla scuola elementare, erano previste sia la promozione sia, quando prevista, la riparazione a settembre, sia la bocciatura. Anche se forse quest’ultima era divenuta meno… invasiva rispetto all’anteguerra. Ma, terminata la scuola elementare, la valutazione, a cominciare dalla scuola media e poi nelle superiori, verteva prevalentemente sulle conoscenze e sulle nozioni che il discente era riuscito a dimostrare al docente.
A me chiesero, in terza media, tra l’altro, quale fosse la capitale dell’impero di… Tamerlano.
Tant’è che spesso, e soprattutto nei licei classici, si partiva in tanti e si arrivava in… pochi.
Forse che noi eravamo più duri di… “comprendonio”?
Nient’affatto: diversa era la valutazione finale.
Tutte le altre dinamiche, infatti, che fanno parte della formazione di un discente, o non erano prese in considerazione oppure lo erano in minima parte.
I consigli trimestrali (anche nella scuola dell’obbligo) si limitavano, sostanzialmente, a snocciolare i voti e, in quello finale, si decideva se promuovere, rimandare a settembre o respingere.
Era… semplice, perché i voti, nello scritto e sulla pagella, erano “secchi”. Anzi, quelli degli orali erano addirittura “nascosti”.
Gli insegnanti facevano di tutto per non farli vedere nel momento in cui li scrivevano sul registro!
Chi, tra noi, non ricorda l’istante in cui il compagno che stava al primo banco si alzava leggermente per sbirciare il voto dell’amico interrogato, che l’insegnante aveva appena scritto sul registro, mettendo la mano davanti per non farlo vedere?
E poi, rigirandosi leggermente, lo comunicava agli altri sottovoce!
Chi non ricorda il patema d’animo che si provava quando l’insegnante tirava fuori dalla cartella i compiti in classe, corretti?
Tutti in apprensione.
L’insegnante iniziava a comunicarli, ma non alla rinfusa. C’era quello che iniziava dal voto più alto (in genere non superava l’otto) fino a quello più basso (un’insegnante arrivava a mettere anche un… meno 10 o giù di lì).
In italiano, il tema era un’… ecatombe.
Qualcuno aveva sette, con i relativi + o -, e gli sembrava di essere un… “Manzoni”. Poi, a scendere.
Pertanto, avere un 5 faceva essere contenti, perché la gran massa si attestava sul 4 e qualche 3.
Rari, nel tema, i 2 o gli 1!
(Vigeva ancora lo ZERO spaccato!). Che invece abbondavano nelle versioni o nei problemi, perché ogni errore era un punto o mezzo punto in meno!
Oppure viceversa: c’era l’insegnante che iniziava dal voto più basso per arrivare a quello più alto.
Cosicché, a mano a mano che i voti salivano o scendevano, lo scoramento o la gioia si facevano sentire!
Povero stomaco: forse da lì è cominciato il… reflusso!
Agli inizi degli anni ’70 del secolo scorso, la scuola media, anche se ormai unificata, conservava ancora, nella pratica quotidiana, molti aspetti del modo tradizionale di intendere la valutazione.
Pochi i colloqui con i genitori; i consigli trimestrali (esisteva ancora il trimestre) si riducevano, spesso, a una mera sfilza di voti, determinati anche dalla “calcolatrice”, perché a ogni errore corrispondeva un segno blu o rosso e, di conseguenza, un voto o mezzo voto in meno.
A me, istintivamente – dico istintivamente –, ciò sembrava riduttivo.
Pensavo che la principale funzione del docente fosse, in primis, quella di rendere agevole al discente, quanto più possibile e in base agli strumenti offerti dalla scuola (sempre pochi, in verità), l’apprendimento dei contenuti, perché sono ostici per la sua mente: “tabula rasa”.
E poi esigere il riscontro in base alle sue capacità: una sorta di maieutica, di socratica memoria.
Poi fargli notare le eventuali carenze e cercare, con vari stratagemmi, di colmarle, essendo inutile, a mio avviso, scrivere un voto e nulla più.
Cercavo, inoltre, un approccio più sostanziale e assiduo con i genitori (non vi erano ancora i loro rappresentanti). Alcuni dei quali, forse memori dei loro trascorsi scolastici, riferendosi ai loro figli, mi dicevano:
“Professò, se non si comporta bene, dategli due buffettoni!”
Pertanto, per i genitori di allora, la scuola era ritenuta, in primis, palestra di educazione e poi di acquisizione dei contenuti.
Ma, ritenendo che i contenuti (non le nozioni) fossero elementi essenziali, anche ai fini educativi, timidamente (ero… neofita), di mia iniziativa, cominciai, nei compiti in classe, a scrivere un piccolo, pragmatico giudizio al margine del voto:
“Attenzione a…”, “Scrivi così…”, ecc. ecc.
Rifacendo, a volte, nella parte libera del foglio, piegato a metà in verticale, la stesura del tema, che poi veniva sottoposto all’alunno e insieme a lui analizzato.
Altrimenti la mia sarebbe stata una… fatica sprecata!
Per questo ebbi i complimenti non solo del preside, ma anche di un ispettore scolastico venuto ad… ispezionare.
In seguito, però, qualcuno di lassù introdusse e impose, nella scuola dell’obbligo, i famosi “giudizi analitici e globali”, purtroppo, a mio avviso, in sostituzione totale del voto.
Ciò indubbiamente rappresentava una miglioria rispetto al voto totalmente “secco”. Ma, come spesso accade, il legislatore, nella foga di voler “inserire” un po’ di tutto (senza peraltro che i docenti ne fossero adeguatamente edotti, o forse alla… “ricerca del tempo perduto”), passò da un eccesso all’altro.
Se, infatti, il voto “secco” diceva poco o nulla perché non era “delucidato” da nessuna “descrizione”, i giudizi, soprattutto quelli “globali”, erano infarciti di un po’ di tutto.
Cosicché, nella loro prolissità, rimanevano vuoti e, soprattutto, ripetitivi.
A furia di copiarli tantissime volte (con o senza carta carbone), ci eravamo ridotti alla stregua non degli amanuensi medievali (che già erano a un livello superiore), ma del “piccolo scrivano fiorentino” di deamicisiana memoria.
Pomeriggi interi a copiare e ricopiare lemmi, frasi fatte, a volte non molto comprensibili per gli interessati e soprattutto per i genitori.
Ciò che a loro interessava, in effetti, era solo e soltanto quel piccolo tratto, quel trattino, sul quale c’era scritto: l’alunno è stato ammesso o non ammesso… Essendo stati aboliti, nella scuola dell’obbligo, gli esami di riparazione.
Ne sono certo perché, durante il colloquio finale, quasi nessuno dei genitori chiedeva delucidazioni su ciò che era scritto nel giudizio.
Timore reverenziale o… avevano capito tutto ciò che era scritto?
La scuola di una volta (2) . continua
