di Pasquale Scarpati
Ai miei tempi, per coloro che aspiravano all’insegnamento nella scuola media (oggi scuola secondaria di primo grado) e oltre, gli esami universitari vertevano solo e soltanto sui contenuti e sulle nozioni (che sono due entità diverse) delle future discipline curriculari.
Altrettanto dicasi per i relativi corsi di abilitazione e per i concorsi a cattedra. Pertanto, salire in cattedra era, per certi versi, come essere medico senza aver mai visto un corpo umano, essere militare senza aver mai impugnato un’arma da fuoco, essere prete senza aver mai provato i gesti rituali oppure muratore senza aver mai visto una… cucchiara o il cemento e così via.
Essere insegnante è una professione piuttosto difficile, per le sue ampie sfaccettature e soprattutto perché si ha a che fare con numerose persone diverse, che agiscono non sempre alla stessa maniera (e così deve essere), messe, oltretutto, contemporaneamente insieme e, a volte, in classi numerose, assiepate in aule anguste.
Se, infatti, ad esempio, si colloca una sedia in un determinato posto, quella, se nessuno la sposta, rimane lì vita natural durante, fino a che il tarlo non la consuma. L’uomo no. Se oggi si comporta in una certa maniera, domani lo stesso uomo, per varie cause a lui imputabili oppure no, può comportarsi in modo diametralmente opposto. Così i bambini, gli adolescenti, i ragazzi.
Pertanto, gli insegnanti avevano, ed hanno, a che fare, o meglio si barcamenano, in tale mare, sempre agitato, mai piatto!
Ma in quel tempo, allorché si saliva letteralmente in cattedra (al di sotto della quale vi era sempre una pedana), se da una parte si conoscevano i canti della Divina Commedia, le date delle battaglie, i condottieri, le alleanze, i trattati di pace, quanto fosse lungo il Canale di Panama e le sue chiuse, i laghi che attraversa, l’altezza delle montagne, la portata d’acqua del Rio delle Amazzoni, l’estensione di tutte le isole dell’arcipelago ed altro dello scibile umano, dall’altra si era totalmente a digiuno di psicologia, didattica, metodologia, docimologia, sociologia, ecc.: cioè di tutti quegli altri elementi essenziali che concorrono alla formazione del docente prima e del discente poi.
Per cui qualcuno avrebbe potuto pensare che gli insegnanti, saliti in cattedra, fossero, da una parte, come i… “dilettanti allo sbaraglio” oppure, dall’altra, timorosi davanti a una scolaresca, non sapendo che “pesci pigliare”.
Niente di tutto ciò.
Come in una cascata, l’acqua scende repentinamente e fragorosamente, o meglio chiassosamente (riferendoci agli alunni), dall’alto verso il basso, così tutto il sapere degli insegnanti si riversava, tout court, sugli alunni.
Questi ultimi ricevevano l’acqua, cioè i contenuti e le nozioni, simili a contenitori. Ma questi, si sa, per vari motivi, non sono tutti uguali.
In quel tempo avveniva un semplice travaso, senza tener conto di altri fattori. Pertanto, quell’alunno-contenitore che, a giudizio degli insegnanti (a loro volta non edotti sugli altri aspetti collaterali), non era ritenuto idoneo a proseguire gli studi, veniva irrimediabilmente scartato, senza che il docente si chiedesse minimamente il perché del suo insuccesso.
Di conseguenza, l’abbandono scolastico era elevato.
E ciò avveniva anche se la legge Coppino, fin dal 1877, aveva imposto l’obbligo scolastico, limitatamente alla scuola elementare, prevedendo anche sanzioni per i genitori inadempienti.
Legge all’avanguardia per quei tempi… ma, come purtroppo avviene ancora oggi per molte disposizioni, belle sulla carta ma di difficile, se non impossibile, attuazione: perché una volta sancite non possono essere messe in pratica oppure lo sono soltanto parzialmente.
Accadeva, così, che era difficile per un bambino frequentare la scuola se abitava lontano dal plesso scolastico (non esistevano scuolabus o altri mezzi) oppure se era figlio di operai o contadini.
Nel pomeriggio, infatti, quel bambino spesso non aveva tempo per dedicarsi ai compiti, a meno che non fosse una mente particolarmente sveglia. Capitava di dover andare a imparare un mestiere oppure aiutare i genitori nel lavoro dei campi.
La sera, poi, la fioca luce della nauseabonda candela o del lume a petrolio e la stanchezza impedivano l’adeguata concentrazione. Per non parlare delle fredde e umide giornate invernali.
Ciò capitava un po’ dappertutto, ma in special modo nelle zone rurali e anche nell’Isola. Per cui tanti erano i bambini che ripetevano per molti anni la medesima classe.
Nell’Isola, gli anziani di una volta mi raccontavano che, per superare l’anno scolastico, c’erano genitori che mandavano i figli a ripetizione da alcuni sacerdoti, all’epoca numerosi.
Tra questi si distinguevano quelli di una certa nomea, molto esigenti e più costosi, frequentati dai rampolli delle famiglie più abbienti, e altri meno esigenti, più alla mano e alla portata delle tasche dei contadini e degli operai.
Mio padre raccontava che “ricattava”, alla buona, il sacerdote da cui andava a ripetizione, dicendo: “Ti dico la lezione, se mi dai na’ fichisecca!”
Cosa che non sarebbe potuta accadere con un altro sacerdote, molto severo e più costoso. Qualcuno ricorderà qualche nome?
Altri anziani mi raccontavano, come vanto o forse anche ironicamente, di aver frequentato per ben nove anni la prima elementare o di aver abbandonato la scuola elementare all’età di dodici anni, non avendo però superato la terza elementare.
Altri non ricordavano fino a quale classe delle elementari avessero frequentato. Senza essere riusciti a conseguire la licenza elementare.
Chiunque abbia la mia età può ricordare ancora fino a quale classe abbiano frequentato la scuola i propri genitori, se non addirittura i nonni!
Lo si potrebbe ancora chiedere a qualcuno in età molto avanzata; però bisogna considerare che chi è nato negli anni ’30 del secolo scorso forse ha avuto già una… sorte migliore!
Sta di fatto che chi scrive, agli inizi degli anni ’70 del secolo scorso, si trovò a insegnare in una numerosissima classe di adulti, tutti italiani, e anche qualcuno già avanti negli anni.
Costoro, avendo solo la licenza elementare, ambivano a conseguire la licenza media, le cosiddette “150 ore”. I più, per motivi di lavoro.
Che il disagio fosse tanto lo dimostra ciò che mi raccontò, alla fine degli anni ’60, un anziano il quale, agli inizi del ’900, ogni giorno, già grandicello, andava a piedi da Formia a… Gaeta, dove frequentava l’Istituto nautico.
Mi raccontava che un giorno, passando per via Indipendenza, una signora che portava in bilico sulla testa il vaso da notte inciampò nel basolato proprio nel momento in cui lui passava.
Le conseguenze si possono immaginare…
La scuola e la sua evoluzione (1) – continua








