La salute, un problema di tutti

proposto da Sandro Russo (già medico internista, rianimatore e tossicologo), un articolo di Concita De Gregorio su la Repubblica

 

Altro che guerrieri, quella per la salute è una battaglia collettiva
di Concita De Gregorio – Da la Repubblica del 1° ottobre 2026

Alessandro Di Battista con i medici cubani all’Avana

La retorica marziale dell’eroe solitario distoglie dal vero obiettivo: pretendere che il Sistema sanitario nazionale funzioni

Mi state dicendo che dipende da me? Mi state dicendo che se muoio è colpa mia? È perché non ho combattuto abbastanza, mi sono arresa? Ma a cosa, di grazia, mi sarei arresa? Alle mie cellule, al mio corpo, a me stessa? Come faccio a combattere contro me stessa? Che razza di guerra sarebbe quella di una persona contro una malattia potenzialmente mortale? Io, a mani nude, contro un cancro? Contro una malattia autoimmune, un virus letale? Io contro il morso di un serpente? Servirà un antidoto, contro il morso di un serpente, o no?

Pensate che il vaiolo sia stato debellato dalla forza del pensiero dei malati di vaiolo? Che si siano messi in cerchio e concentrati moltissimo? Che abbiano cantato una nenia apotropaica? Pensate che i bambini che morivano di polmonite o di un’infezione quando non esistevano gli antibiotici, quelli che a migliaia muoiono ancora oggi dove gli antibiotici non ci sono — nei Paesi poveri, nei Paesi in guerra, sotto embargo — muoiano perché non combattono abbastanza?

Cioè: chi muore è stato scarso in battaglia? I migliori vivono, i peggiori muoiono? Ma veramente? Non avete dunque mai visto nessuno affrontare una malattia? Perché questo si fa con le malattie: si affrontano. Ci si affida a chi sa cosa bisogna fare e lo si fa.

Dove si è perso, il bandolo di questo ragionamento elementare, mi domando. Quando è che abbiamo smesso di credere che a combattere le malattie sono i medici, la medicina, i farmaci, benissimo anche quelli alternativi se funzionano purché funzionino. Favolose le erbe o l’ipnosi, se bastano, ma quando non bastano servono penicillina e cortisone. Serve un intervento chirurgico e qualcuno che lo sappia fare. Serve un trapianto, se un organo non funziona più. Non combatti contro il tuo rene. Non stai in trincea contro il tuo pancreas.

L’unica battaglia da fare è una battaglia collettiva, non individuale: è la battaglia per pretendere che siano investite le massime risorse in ricerca scientifica. Che i ricercatori siano pagati dignitosamente, assunti e non graziati per decenni con borse di studio da poche centinaia di euro, che siano messi in condizione di lavorare in questo Paese e non di espatriare.

La battaglia da fare, non da soli ma tutti insieme, è quella per la sanità pubblica: che ci siano i soldi, quanti ne servono e non sempre meno, ogni anno di meno. Che ci siano abbastanza infermieri e operatori sanitari e locali e macchinari per rispondere al bisogno di tutti. Che non sia per i ricchi, la salute. Questa è la battaglia. È una battaglia politica che dovrebbe chiamare alla rivolta di popolo, ma invece.

La retorica marziale dell’eroe solitario distoglie dal vero obiettivo. Pretendere che il Sistema Sanitario Nazionale funzioni come Tina Anselmi, prima ministra della Sanità, lo concepì nel 1978. Un’architettura che vengono a studiare da ogni Paese del mondo. Non importa chi tu sia, se italiano o straniero, ricco o povero, intanto ti salvo e ti curo. Non ti servono assicurazioni, come nelle geograficamente grandi democrazie. Qui no.

Solo che certo, se si favoriscono le cliniche private, se si prendono i medici a gettone anziché assumerli, se si chiudono gli ospedali dove non rendono (ma non rendono a chi?) certo che per un’ecografia servono dieci mesi, dieci minuti invece se puoi pagare il privato che poi il pubblico rimborserà.

Alessandro Di Battista, che sono felice di aver rivisto con il sorriso e che abbraccio, dice che la retorica del guerriero è sbagliata. Certo. Di più: è dannosa perché colpevolizza i malati. L’ho sentito ripetere migliaia di volte dalle persone che ho incontrato, negli ospedali e fuori, in questi anni ad affrontare la cura. Cura che non è guarigione. La cura è un processo, la guarigione un esito.

Ma è di cura, intanto, che tutti abbiamo bisogno: fatta di ascolto, attenzione, competenza, amore. Sì, certo, anche amore. Non basta, l’amore, a guarire, ma serve a curare. Perché è vero che bisogna anche volerlo. È vero che ci si può lasciar morire. Chi non ha una buona ragione per vivere, un amore, un desiderio, perché dovrebbe sopportare le lunghe e spesso dolorose terapie. Ma non basta, la volontà. Concorre, non basta.

Pensateci bene, pensateci meglio. Ripetiamo insieme le parole con cui ci si rivolge ai malati. La mia grande guerriera, il mio piccolo guerriero. Ha combattuto. È in trincea. Non arrenderti. Resisti. È stato sconfitto. Ha vinto. Un lessico marziale — Marte, dio della guerra. Le parole sono case, costruiscono luoghi dove andiamo ad abitare, disegnano orizzonti.

La retorica del guerriero e quella, speculare e contraria, della fortuna nel danno sono ugualmente distorte. No, non è una fortuna perdere tutto perché così hai l’opportunità di ricominciare. Sarebbe meglio non perdere: la casa, il lavoro, la famiglia, la salute. Se succede, però, devi affrontarlo. Un rovescio di fortuna, un lutto, un disamore non dipende mai solo da noi, ma dipende sempre da noi come reagire. È questo che ci definisce.

Oggi per esempio. Ora che abbiamo perso in larga parte il diritto alla salute pubblica bisognerebbe ricominciare a pretenderla. Io non posso combattere il mio cancro ma insieme a voi, volentieri, scendo in rivolta per la salute di tutti. Che sia finanziata. È come con le armi. Se le vendi qualcuno sparerà. Se non investi in salute qualcuno morirà. Moltissimi. Quindi sì, ecco una battaglia da fare. Non da soli, però. Non i malati. Malati e sani, tutti insieme.

[Concita De Gregorio, da la Repubblica del 1° ottobre 2026]

Immagini, di copertina e nel testo, riprese dall’articolo di Repubblica