un articolo di Michele Serra su la Repubblica proposto da Sandro Russo
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Non ho mai nascosto la mia ammirazione per-/ consonanza con- le cose che scrive Michele Serra che seguo credo (lo scrive lui) su Repubblica da 35 anni! Infatti lo propongo spesso sul sito. Perché una cosa del genere accada è necessario che ci sia un’empatia profonda, un comune sentire… che mi è confermato da questo scritto…
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Il mondo è ancora giovane, ci resta tanto da raccontare
di Michele Serra – Da la Repubblica del 30 settembre 2026
Nonostante la profezia di Francis Fukuyama, la storia non è mai finita. Ma così anche le novità, le evoluzioni, le avventure e i mondi da scoprire nel patto segreto tra chi narra e chi rimane ancora disposto ad ascoltare
Pierre Bonnard, Ragazza che scrive, 1908 (Dall’articolo di Serra su Repubblica on-line)
Più di trent’anni fa un professore americano (gli americani sono sempre di mezzo), Francis Fukuyama, scrisse un libro molto famoso che si chiamava La fine della storia e l’ultimo uomo. Poi citato da tutti come La fine della storia e basta, forse perché l’ultimo uomo suona, qualunque fosse l’intenzione di Fukuyama, leggermente funereo. È più prudente, e anche più modesto, pensare a noi stessi, qui presenti, come il penultimo uomo e la penultima donna. Ce ne saranno altre e altri dopo di noi. Per farla breve: Fukuyama sosteneva che dopo il collasso del comunismo sovietico rimaneva in piedi solamente un tipo di società, quella liberal-democratica. La storia aveva effettivamente una direzione, un fine, una meta, e questo fine, questa meta, dopo la caduta del Muro di Berlino e l’autodissoluzione dell’Unione Sovietica, erano finalmente a portata di mano: il punto di arrivo è il modello sociale che ha il suo luogo eletto negli Stati Uniti. La società di mercato e la libera competizione tra individui giuridicamente uguali.
Da allora sono accadute parecchie cose che contraddicono drasticamente l’idea che la storia sia arrivata al suo felice compimento. Ci sono stati – cito in ordine sparso – l’undici settembre e il terrorismo islamista, l’invasione russa dell’Ucraina, la cancellazione di Gaza e di molti dei suoi abitanti, almeno una decina di guerre con milioni di morti, molti dei quali morti in Africa e dunque non in favore di telecamera. La Cina è diventata la prima potenza economica del pianeta, e non si tratta certo di una società liberaldemocratica. È arrivata l’intelligenza artificiale, che in questo momento, mentre noi perdiamo tempo a mettere in fila le parole una dopo l’altra, sta pianificando in un millesimo di secondo quello di cui avremo bisogno e anche quello di cui non avremo bisogno, ma ce lo venderanno lo stesso.
Nel frattempo, tanto per complicare le cose, un virus è uscito da una foresta brulicante o da un laboratorio distratto, non si è capito bene, e ha messo in ginocchio l’umanità intera. Ma soprattutto: la liberaldemocrazia così come la intendeva Fukuyama, il luminoso punto di approdo del faticoso cammino della storia, non se la passa bene. Neanche un po’. Tanto meno nel suo cosiddetto Paese guida, gli Stati Uniti. E dunque il mondo, negli ultimi trent’anni, è diventato incredibilmente diverso da come chiunque, professore o contadino, potesse immaginarlo.
Facciamo un piccolo esempio. Un’immagine. Fisicamente alle spalle di Donald Trump, in occasione del suo insediamento alla Casa Bianca, due anni fa, c’erano i tre uomini più ricchi del mondo. Tutti e tre. Musk, Bezos, Zuckerberg. Il podio del miliardo, al completo, che dava la benedizione al suo fiduciario salito al potere. Quella immagine poteva sembrare una parodia oppure una distopia – sono due generi che spesso si assomigliano. La satira e la fantascienza sono sorelle. Il titolo comunque è lo stesso, “Tutto il potere ai miliardari”. Poteva essere un film di Mel Brooks oppure l’incubo di qualunque essere umano che abbia a cuore un minimo di uguaglianza, e sia ostile alla concentrazione del potere in poche mani. Invece era tutto vero, anzi: è tutto vero. Se questo era il punto di approdo della storia, è molto diverso da quello descritto da Fukuyama. Con la fine del conflitto ideologico bipolare non ha affatto vinto la democrazia. Ha vinto la tecno-plutocrazia, e tra gli Stati è iniziato un conflitto molto simile a quelli dell’evo antico: tutti contro tutti. Non più due modelli a confronto. Piuttosto nessun modello, a meno che si voglia considerare un modello il caos, con la legge del più forte unica regola rimasta in campo.A questo punto vi sarà venuto il dubbio che io voglia intrattenervi con un discorsetto sullo stato del pianeta, ma non è di questo che vi voglio parlare, anche perché non ne avrei alcun titolo.
Se ho cominciato con Fukuyama è perché volevo partire da una buona notizia, o meglio da quella che secondo me va considerata una buona notizia anche se ha una colonna sonora fatta di esplosioni, e i colori prevalenti sono il rosso del sangue e il nero della guerra. La notizia è che la storia non è affatto finita, e mi sembra una notizia molto adatta per inaugurare una Festa del Racconto. Perché il fatto che la storia non sia finita significa che abbiamo ancora tantissimo da raccontare. Molto di brutto, e va bene, ma anche molto di eccitante e perfino di bello. Le catastrofi, le guerre, le epidemie, le stragi. Ma anche le novità, le sorprese, i cambiamenti, le esperienze sconosciute. Le avventure mai vissute, in mondi ancora tutti da scoprire. Il nuovo mondo digitale, per esempio, ci fa la stessa identica paura, e ci suscita la stessa eccitata meraviglia, di quando, molte generazioni fa, gli uomini salpavano dai porti conosciuti senza avere idea di che cosa avrebbero trovato dall’altra parte del mare. I mostri oppure l’oro. O entrambe le cose, i mostri e l’oro. L’ignoto luccica, ma ha denti affilati.Io credo che la voglia di raccontare venga, fondamentalmente, dallo stupore. E aggiungo: dall’impreparazione, da una sorta di ingenuità. È l’ingenuo che ha voglia di raccontare, perché accetta di farsi sorprendere da quello che vede. Non ha bisogno di mostrarsi scafato, così esperto del mondo che più niente può coglierlo di sorpresa. “Ho visto cose da non credere”, dice. E tutti si radunano attorno al narratore, che molto spesso è un viaggiatore di ritorno.
Nei secoli passati il viaggio era soprattutto geografico. L’esploratore, il navigatore, il naturalista, che sovente erano la stessa persona, tenevano un diario, spesso un diario illustrato, e al loro ritorno raccontavano quello che avevano visto. Più recentemente il viaggio, per esaurimento della curiosità geografica, è stato soprattutto psicologico. Quella che rimaneva da esplorare era la psiche umana. Il grande romanzo dell’Ottocento è un lungo viaggio dentro l’animo dell’uomo. E questo lungo viaggio è tutt’ora in corso, nonostante qualcuno abbia decretato la fine del romanzo come forma letteraria (anche la letteratura ha i suoi Fukuyama). Da quando è stato detto che il romanzo è morto, ne sono stati scritti e letti un bel po’, e qualcuno anche molto bello.
Ho l’impressione che la differenza tra raccontare e non raccontare la faccia il modo di porsi di fronte a quello che ci accade intorno. Chi sa già tutto non racconta più niente: al massimo spiega. Chi sa già tutto difficilmente diventa un narratore, più facilmente diventa un intellettuale. Ti fa la spiega di come sono andate le cose, e se è Fukuyama ti spiega anche come andranno in futuro.Chi invece non ha capito bene che cosa sta accadendo, e però lo vede accadere, lo racconta, e non importa se il racconto non contiene la spiegazione dei fatti. Quello che conta, nel racconto, è la capacità di condividere con chi ti ascolta, o ti legge, la tua stessa meraviglia, oppure il tuo stesso spavento, la tua stessa contentezza oppure il tuo stesso dolore, procedendo insieme, il narratore e il lettore, alla stessa velocità del racconto, riga dopo riga, parola dopo parola, mano a mano che il racconto si svolge. Tra il narratore e il suo pubblico esiste una perfetta contemporaneità, sono tutti alla stessa riga, alla stessa parola, nello stesso momento. Vivono insieme la stessa vicenda mano a mano che accade. E più il narratore è bravo, e più il pubblico è attento, più condiviso è il viaggio.
L’intellettuale, invece, non ha un racconto da condividere. Ha una spiegazione da dare. L’intellettuale parla a fatti avvenuti e a racconto esaurito. Intendiamoci, spiegare le cose è fondamentale. Gli intellettuali ci servono eccome, sono indispensabili, mettono in ordine le idee che abbiamo e se sono bravi anche le idee che non sapevamo di avere. Ma raccontare è proprio un altro mestiere. Vuol dire immergersi dentro la vita senza l’ansia di doverla giudicare. Significa darle forma verbale, o cinematografica, o teatrale, senza che nel prezzo del biglietto sia compreso il dovere di rimettere ordine nel mondo. Se il mondo è disordinato, il narratore non può che raccontarlo così come è: in disordine.
Per venire a me. Brevi cenni personali sulla mia esperienza quotidiana di narratore anomalo. Come forse sapete, da trentacinque anni, più o meno da quando Fukuyama ha scritto La fine della storia, scrivo ogni giorno un piccolo articolo quotidiano che si chiama l’Amaca. Che tipo di racconto è, l’Amaca? È il racconto dei miei pensieri e delle mie reazioni di fronte a quello che mi accade intorno. Una specie di diario in pubblico. Il rendiconto del mio umore di quel giorno, di quello che mi ha colpito o disgustato o divertito. Ci sono giorni che scrivere mi costa una enorme fatica. Tutto mi sembra risaputo, ripetitivo, tutto già raccontato. E le parole mi sembrano scontate, insignificanti. Producono un suono, ma non un significato. Scrivo per dovere, in quei giorni. Non perché mi piace farlo.Però, e per fortuna, ci sono giorni che quello che vedo mi sorprende. Mi sembra mostruoso, oppure ridicolo, mi provoca malessere o rabbia o ilarità. Sono i giorni nei quali scrivere è più facile. Torna a essere quasi un’urgenza. “Ho visto cose da non credere”. Ci ho pensato, e non credo che questa differenza dipenda dal mondo che mi circonda. Il mondo produce novità con energia incessante. Il mondo non smette mai di raccontare. Credo che la differenza dipenda, piuttosto, da me, dal mio stato mentale. Quando mi sembra di avere capito tutto, e che tutto sia già accaduto, mi sento alla fine della storia. Quando capisco che tutto è ancora da capire, allora scrivere mi piace. Provando a dirla in un’altra maniera: quando mi sento vecchio mi sembra che anche il mondo sia vecchio, e non ho molta voglia di parlare con gli altri. Quando mi rendo conto che il mondo è giovane, e lo è a dispetto della mia età, allora mi sento giovane anche io. E mi torna la voglia di raccontare.
L’appuntamento
Dal 30 settembre al 4 ottobre la Festa del Racconto si divide tra i comuni di Carpi, Campogalliano, Novi di Modena e Soliera. Per questa ventunesima edizione, la rassegna presenta oltre 70 ospiti, tra cui Silvia Avallone, David Bidussa, Gabriella Dal Lago, Paolo Di Paolo, Claudia Durastanti, Nicola Lagioia, Maurizio Maggiani, Antonio Manzini, Beatrice Masini, Clara Sánchez. Michele Serra apre il programma di Carpi con la lettura “Perché si ha ancora la voglia di raccontare”, che qui anticipiamo, a seguire Chiara Galeazzi intervista l’autore (venerdì 2 ottobre ore 18.30, Carpi tenda di piazzale Re Astolfo). Il programma completo è su www.festadelracconto.it








