di Luigi Narducci, coordinatore del “Gruppo Dialettica”

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Mi aggancio a- (e commento) lo scritto di Paolo Palazzi: Le guerre sono quasi sempre svantaggiose e non necessarie, ma scoppiano lo stesso.
Le condizioni che stanno creando un contesto sempre più pericoloso per il rischio di guerra sono molteplici e tra loro strettamente intrecciate.
L. N.
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Anzitutto, il profondo mutamento degli equilibri economici e geopolitici mondiali, prodotto dalla globalizzazione neoliberista e oggi dalla sua progressiva crisi, ha intensificato la competizione tra le grandi potenze, in particolare tra Stati Uniti e Cina. La competizione riguarda i mercati, ma anche il controllo delle tecnologie strategiche, delle infrastrutture, delle materie prime e delle catene di approvvigionamento.
A questo si aggiunge la finanziarizzazione dell’economia, che ha accresciuto il peso dei grandi gruppi finanziari. In un contesto caratterizzato dalla difficoltà di espandere la domanda e dalla crisi di alcuni settori dell’economia, le commesse militari diventano importanti occasioni di valorizzazione del capitale.
Un ruolo determinante è inoltre assunto dalle Big Tech. Il loro potere non deriva soltanto dalle dimensioni economiche, ma dal controllo di infrastrutture e tecnologie ormai essenziali per il funzionamento delle economie e degli apparati statali: cloud, dati, sistemi di comunicazione, satelliti, AI e altre infrastrutture digitali.
Le Big Tech sono quindi diventate importanti nella competizione tra le grandi potenze perché controllano tecnologie e infrastrutture indispensabili non solo all’economia, ma anche alla sicurezza e alla capacità militare degli Stati. I loro interessi, intrecciandosi con quelli degli Stati, contribuiscono così a creare il contesto nel quale maturano oggi i conflitti geopolitici e militari.
Dopo l’11 settembre 2001, inoltre, una parte importante dello sviluppo delle tecnologie digitali è stata nuovamente orientata verso esigenze militari, di sicurezza e di sorveglianza. Si è così rafforzata l’integrazione tra grandi imprese tecnologiche, apparati statali e strutture militari, dando vita a un vero e proprio complesso militare-digitale. Il rapporto tra Big Tech e Stati è diventato quindi parte integrante della competizione geopolitica.
La competizione per il controllo dei semiconduttori, delle materie prime strategiche, delle reti, delle infrastrutture e delle tecnologie avanzate tende così a sovrapporsi alla competizione economica tra le grandi potenze.
È possibile cogliere un’analogia con alcune delle condizioni nelle quali maturò la Prima guerra mondiale: anche allora la trasformazione tecnologica e industriale, la formazione di trust e cartelli e l’integrazione tra interessi economici e politiche degli Stati contribuirono ad alimentare i conflitti inter-imperialistici.
Quando rivalità economiche, interessi strategici e politiche di potenza si rafforzano reciprocamente, la possibilità che la competizione degeneri in conflitto aumenta.
È per questo che sono poco ottimista sulla possibilità di arrestare il processo in corso.
La storia mostra quanto sia difficile modificare pacificamente gli equilibri di potere quando sono in gioco interessi economici, strategici e geopolitici di grandi dimensioni.
Ma poiché penso che la guerra non sia inevitabile, diventa essenziale costruire le condizioni politiche capaci di interrompere questa dinamica.
Occorre riaffermare la centralità dell’interesse comune e la volontà di affrontare i conflitti attraverso il negoziato e il riconoscimento degli interessi reciproci.
In questa prospettiva, il campo largo dovrebbe mettere al centro del proprio programma la ricerca di un immediato cessate il fuoco in Ucraina e l’avvio di un negoziato volto a costruire un nuovo sistema di sicurezza europeo, nel quale possa riprendere anche il dialogo tra Russia ed Europa.
Ma una politica estera di questo tipo richiede condizioni materiali che la rendano possibile.
L’Europa dovrebbe quindi avviare una politica di autonomia industriale e tecnologica nei settori strategici, riducendo le proprie dipendenze esterne, insieme a una programmazione economica capace di favorire l’integrazione sociale, il rispetto dei diritti fondamentali e la tutela dei beni comuni. Questo richiede, a sua volta, un nuovo assetto democratico e costituzionale dell’Europa.
Da questo punto di vista, la politica del riarmo presenta una contraddizione. Essa nuocerebbe fortemente all’Europa perché aumenterebbe la sua dipendenza tecnologica e militare dagli USA indebolendola ulteriormente, impedendole di definire una politica estera autonoma ed esponendola maggiormente alla competizione delle grandi potenze.
La questione decisiva è quale sistema di sicurezza vogliamo costruire e su quali basi politiche, economiche e istituzionali.
Occorre immaginare un ordine nel quale la sicurezza diventi progressivamente una questione comune, affidata a istituzioni e garanzie condivise. Una sicurezza fondata sulla diplomazia e sul dialogo
L’integrazione dell’altro e il dialogo possono creare questa condizione.
Solo in questa prospettiva la sicurezza può diventare il prodotto della cooperazione, del riconoscimento reciproco e del dialogo.







