Ambiente e Natura

Bagno ai faraglioni della Madonna

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di Francesco De Luca

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Andare per mare con la canoa è uno dei modi migliori per prendere conoscenza dell’isola. Ponza, infatti, nelle sue coste presenta grotticine, angolini riposti, spiaggette, secche a fior d’acqua e secche a mezz’acqua. E poi, faraglioni: bucati al di sotto e in mezzo. Costeggiando con la barca a motore tutto questo rimane non visto e perciò nascosto. Con la canoa no. Tutto si presenta inaspettatamente alla vista, invitando ad esplorare.

Oggi c’è il levantuolo con un po’ di scirocco a dar fastidio. Al di là dei faraglioni della Madonna però, giacché essi fanno da barriera. Nella Parata, infatti, il maretto disturba ma al di qua, ovvero sotto il cimitero, c’è un angolino che rinfranca. E’ uno spicchio di mare che già i Romani avevano prescelto per i loro bagni, al sicuro. Vi incisero nella roccia tufacea che discende dalla collina e che si protende in acqua con una piccola spianata, vi incisero una vasca con sul fondo un rombo. Una piscina protetta e nel contempo lasciata al fluire delle onde. Vi accedevano scendendo dall’alto dove era ubicata la villa imperiale estiva.


Con la canoa ci si arriva facilmente. Il levantuolo increspa le onde ma con la canoa si supera facilmente l’intoppo: basta tenersi a breve distanza dalla costa. Una volta giunto lì dove i faraglioni anche visivamente abbracciano sono stato tentato di ispezionare la grotta che si apre nel faraglione, il più grande dei tre, quello che protende la punta nel mare.

C’è una grotta che ben presto mostra due aperture: una sul lato del cimitero e uno sul lato della Parata. E dunque… non è una grotta bensì un arco, che prende nome Arco dei Topazi. E’ lì che vorrei fare il bagno, per gustare un posto insolito. Ma il mio desiderio urta con talune difficoltà. Sotto l’arco può stazionare soltanto un natante. La superficie è angusta. Un uomo in mare poi impedirebbe ad ogni altra barca di entrarvi.

Rimango deluso. Sto sulla canoa nel mezzo dell’arco. Di qua il cimitero e il golfo che immette al porto; di là la Parata con in lontananza i faraglioni del Calzone Muto. Decido: anzitutto di imprimermi negli occhi quello che sto vedendo. Non ho il telefonino e non mi serve giacché preferisco la visione mista al sentimento che provo. Porterò le immagini sempre con me, e non avranno nulla di oggettivo. Avranno il sapore del desiderio  e dell’appagamento.
Con la canoa scelgo di uscire dall’arco a sinistra. Una spinta e sono dall’altra parte del faraglione. C’è uno scoglio che si mostra appena. Lo raggiungo. Mi permette di scendere. Lascio la canoa alle onde e mi tuffo. Sono sicuro di poter controllare il natante perché il mare è calmo e nel contempo esploro lo scoglio affiorante.

Nell’immergermi vedo che qua e là piccole bocche si chiudono improvvise. Sono i sfùnnele (mussolo – (Arca noae L., 1758)). Incastonati nella roccia, frammisti alle alghette, i sfùnnele mostrano il disappunto del disturbo. Ai piedi dello scoglio, poggiante sulla sabbia, uno sciame di ’uarracine (castagnole – Chromis chromis, (L., 1758)) si lasciano al flusso della corrente e sciamano.

Emergo e vedo che la canoa è vicina troppo al faraglione. Vado a recuperarla e constato come l’Arco dei Topazi offra alla vista degli squarci visivi particolarmente belli. Frutto del lavorìo della natura. Che modella di continuo la roccia. Dove essa è dura l’appuntisce e la lamina, e dove è morbida la arrotonda e la incava. E le onde, con la forza del vento, vi si abbattono contro nel periodo invernale, mordendola. Eppure, in un processo senza fine, la bellezza trionfa.

Riprendo la canoa, mi siedo, passo attraverso l’Arco e mi dirigo al porto.
Quanta storia custodiscono i faraglioni della Madonna.

 

Nota: l’immagine è tratta dal libro di Giuseppe e Silverio Mazzella – In barca per Ponza Palmarola e Zannone – Edizione Al Brigantino

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