di Pino Moroni
.
Quando ero ragazzo (fino agli anni del Liceo) vivevo d’estate in campagna – nei dintorni di Tarquinia – un rapporto con gli animali che era fin troppo antropocentrico; dalle vacche maremmane ai cavalli, ai serpenti, passando per gatti, cani, pecore, galline, maiali fino alle volpi, ricci e ranocchie).
In quel tempo di ricostruzione di uno Stato, di un’economia e di una ripresa agricola (tra gli anni 1940/’50), in carenza di strutture pubbliche che non potevano assicurare solidarietà ai privati sia nel campo sanitario sia in quello previdenziale, per noi contadini e per gli stessi operai c’era solamente da lavorare duro per sopravvivere.
Quando racconto quel periodo trovo sempre un forte stupore in chi non l’ha vissuto, perché parlo di sopravvivenza, quella vera, come fosse stato un nuovo medioevo.
Nella maremma i servi della gleba (diventati tali per fame) erano tanti (butteri, vaccari, pecorari, porcari, operai come zappatori, falciatori, facchini).
E c’era scarsità di beni di prima necessità e di moneta.
Figuriamoci gli animali domestici (cani e gatti), tenuti a livello di pura sopravvivenza, ai quali si davano scarti di cibo con pane bagnato, conditi con olio rancido. Gli animali da soma come vacche e cavalli venivano prima addomesticati, addestrati e poi bastonati se non volevano lavorare.
Non c’erano ancora le macchine e tutti i lavori agricoli più pesanti venivano fatti con gli animali. L’aratura, la fienagione, la raccolta del grano, la trebbiatura, la vendemmia, la raccolta delle olive.
Gli animali selvatici erano braccati da un uomo ritornato cacciatore (trappole, frecce, fucili e quant’altro). I rettili (serpenti e lucertole) e gli anfibi diventavano (e forse ancora lo sono) i discendenti dei dinosauri, con cacce periodiche, da inseguire ed eliminare con armi rudimentali.
Diversi animali avevano le loro strategie innate o razionali di attacco, difesa, di sopravvivenza di se stessi e della loro prole.
Quando le giovenche maremmane si imbizzarrivano, facevano roteare le loro lunghe corna davanti a noi e provavano a caricare, allora prendevo un sasso in tasca, lo stringevo nella mano e colpivo, con il mio pugno rafforzato, dritto sul loro naso (la parte più sensibile e delicata). Non ci provavano più.
I cavalli cavalcati a pelo, cercavano spesso di disarcionare; con solo uno spago, anch’esso in tasca (insieme alla fionda), bastava passarlo intorno al loro collo (come una ‘cavezza’), tirarlo e si calmavano subito.
I montoni, in difesa del gregge caricavano chiunque, e con le corna di ossa durissime potevano rompere anche le ossa delle gambe. Bastava solo gettarsi a terra senza muoversi; non vedendo più pericolo, trotterellavano via.
Gli animali selvatici erano molto più grossi di ora. Ad esempio l’istrice era un piccolo cinghiale, non solo lanciava gli aculei ma attaccava anche per difendersi. Le nutrie e le castorine mamme mostravano i dentoni da topo e se riuscivano a mordere servivano iniezioni per curare brutte infezioni.
Le stesse volpi, che facevano stragi di galline, se messe alle strette mordevano peggio dei cani arrabbiati (si diceva che avessero il virus della rabbia), così come potevano passare altri virus i pipistrelli, che si rifugiavano, come le rondini, nella stalle degli animali.
Le zanzare poi, facevano la spola tra animali ed umani (parenti stretti), trasmettendo forme virali con febbri (non solo malariche) che rafforzavano i nostri anticorpi.
Ora provo molta pena per quelle povere creature, che ho visto anche morire (cani e gatti, lepri ed uccelli) od accompagnati ai mattatoi (vacche, cavalli, pecore e maiali) che avevano il terrore negli occhi appena si caricavano sui camion, perché, con il loro istinto innato, già sapevano la loro fine.
Perdonatemi amici animali, oggi è un altro tempo, abbiamo passato anche quello, ma molto di quello che ho raccontato ancora succede. L’uomo continua a sentirsi e a comportarsi) come il signore assoluto del creato.
Note (a cura della Redazione)
Immagine di copertina. Duilio Cambellotti – Redenzione dell’Agro, 1934. Tempera su carta mm. 185×473 (parte del dipinto è stata utilizzata per la copertina di Canale Mussolini, di Pennacchi
Istrice, immagine del 1930, da Wikipedia / Touring club









