Arte

Al Maxxi de L’Aquila la mostra ‘Aftershock’, di Ai Weiwei

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testo e foto di Rita Gasbarra


Al Maxxi de L’Aquila la mostra Aftershock, di Ai Weiwei, architetto, artista, attivista cinese. Esposte alcune delle sue opere più potenti e significative.


La prima opera, Streight, occupa tre sale e scandisce il legame fra il maestro e la città che lo ospita.
Nel 2008 la provincia cinese del Sechuan è travolta da un terremoto di magnitudo 8, che provoca oltre 90.000 vittime. Più di 5000 sono studenti, a quell’ora sui banchi di scuola. Ai Weiwei raccoglie clandestinamente tonnellate di tondini d’acciaio del cemento armato degli edifici scolastici crollati, li raddrizza, li sovrappone a rappresentare la stratificazione geologica e le spaccature del terremoto. Alla parete i nomi degli studenti morti. Non solo opera di commemorazione, ma anche denuncia per gli appalti pubblici corrotti.

L’artista viene perseguitato dalla polizia: chiuso il suo blog, imprigionato, aggredito fino quasi a morire per emorragia cerebrale. Uno dei suoi studi viene devastato. La polizia distrugge vasi antichi, che Ai colleziona, insieme ad altri oggetti di antiquariato “per connettersi alle proprie radici culturali”.
La sua protesta è l’opera “Left right studio material”, un trittico costruito con mattoncini Lego che descrive la sequenza della rottura di un vaso. In basso un “parterre” di cocci. “FUCK EM ALL” reinterpreta l’opera “Holliwood” di Ed Ruscha, trasformandola con un gioco di bambini in un’aperta critica alla società attuale.

L’artista viaggia molto, entra negli eventi, cerca di essere in prima persona lì dove esiste uno scenario di sofferenza.
A Lesbo, in Grecia, raccoglie i giubbotti di salvataggio abbandonati dai migranti, in Ucraina giacche militari.
Assembla con questi materiali opere di denuncia, a volte ricoprendo con vernice bianca o con ricami di bottoni, forse per mettere in evidenza il fariseismo politico e sociale, che nasconde sotto il belletto la verità della violenza. O forse per mettere il dito sulla smemoratezza dei corsi e ricorsi storici, da cui non sappiamo imparare.

Una mostra ricca di spunti di riflessione, che non può lasciare indifferenti.

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