di Fernando Incurvati (psicologo e psicoterapeuta) (1)

Presento al lettori di Ponzaracconta un nuovo collaboratore, Fernando Incurvati, conosciuto attraverso giri improbabili (suoniamo insieme in un gruppo di organetti), di cui solo successivamente ho scoperto la professione e i molteplici interessi. Ho mancato per poco un suo incontro pubblico a Genzano sul “Narcisismo” (nella locandina anche il contributo musicale di Marco Màdana Rufo Mansur), ma mi ero ripromesso di approfondire con lui il tema, sulle pagine del sito.
Abbiamo scelto questo primo articolo, di richiamo molto attuale, prima di affrontare i temi specifici del narcisismo e di altri disturbi caratteriali.
S. R.
Relazioni sane e relazioni malate: quali amori nella nostra vita?
di Fernando Incurvati
È rilievo quanto mai diffuso sentire di persone che portano avanti relazioni amorose tanto intense quanto, a detta loro, insoddisfacenti se non pressoché dolorose e fonte di costante sofferenza. Ci si potrebbe domandare, magari con un po’ di ingenuità e superficialità, come mai queste persone non pongano fine a relazioni del genere che poco sembrano dare, in termini di dedizione e nutrimento affettivo, e tanto invece riserbano come frustrazione e smarrimento.
Il discorso è complesso e può avere radici antiche. Tuttavia cercheremo di portare un contributo di chiarezza in ciò che appare come una contraddizione inspiegabile ed invece possiede il più delle volte una logica occulta, ancorché perversa.
Prima però di addentrarci nel core di una relazione malata, “tossica” come ormai si usa definire, vediamo quali possono essere le peculiarità, le basi fondamentali di un rapporto affettivo positivo e valido. In altre parole cos’è nella sua vera sostanza una coppia che funzioni?
Essa nella sua più autentica concezione è una struttura di relazione avente tutte le potenzialità di condurre oltre le due individualità che la compongono: si crea così una dimensione di vita in cui sogliono esprimersi vissuti, emozioni, esperienze che, a livello singolo, è ben più difficile sperimentare. E ciò senza che neanche minimamente vengano a sacrificarsi le specificità e la “bellezza” che ciascuno dei due membri della coppia possiede in proprio.
La coppia ben costruita e diremmo ‘felice’ non toglie nulla alla libertà espressiva individuale dei due partner, anzi rappresenta fortemente un valore aggiunto, un nuovo affascinante territorio tutto da esplorare che arricchisce entrambi. Nella coppia, come è stato detto, uno più uno non fa due, bensì tre.
Sottolineiamo quindi come nella coppia serena l’autonomia personale sia certamente salvaguardata – altrimenti che serenità sarebbe… – ma anche corroborata ed ampliata da una vera e propria osmosi psichica con l’altra persona.
Cosa contribuisce a sviluppare quella indefinibile quanto suggestiva alchimia che, all’improvviso o nel corso del tempo, viene armonicamente a legare due persone unendone con grande sensazione di appagamento i destini? Quali sono i mattoni della costruzione di una coppia sana? E, in particolare, cosa ci attrae maggiormente in un partner?
Partiamo, sia pure en passant, da una considerazione d’ordine biologico ed evolutivo: l’uomo, non dimentichiamolo, è pur sempre un “animale”, magari evolutosi nel corso di milioni di anni, il quale ha saputo dar vita ad una specificità tutta sua, ossia la cultura.
L’impatto della cultura è stato ed è tuttora così incisivo e pervasivo che spesso finiamo per dimenticare come alla base della nostra anche quotidiana esistenza giacciano determinanti d’ordine prettamente biologico.
E così, già dalla notte dei tempi, l’attrazione che ciascuno dei due sessi poteva esercitare trovava le sue fondamenta in fattori materiali.
In tal modo il maschio attraeva se possedeva struttura fisica robusta ed efficiente (ad esempio spalle larghe nonché muscolatura tonica e trofica): ciò gli avrebbe consentito di accudire con successo la sua compagna, soprattutto allorché quest’ultima avesse avuto dei piccoli da allevare, cosa cruciale per i percorsi evolutivi della specie.
Dal canto suo la femmina poteva esercitare naturale attrazione se, proprio nell’ottica appena citata, constava di fianchi larghi per portare avanti con favorevole fisiologia le sue gravidanze e di seni cospicui per i successivi allattamenti: il cammino futuro del genere umano ne avrebbe appunto tratto giovamento.
Sulla base di queste antiche radici biologiche, però, secolo dopo secolo si sono venute a sovrapporre e sedimentare le vigorose costruzioni culturali che, il più delle volte, mascherano e marginalizzano tali radici. La cultura quindi tende sempre più a far premio sulla biologia.
Chiaramente parlare di cultura equivale implicitamente a chiamare in causa fattori storici e determinanti locali: ciò che è valido ed efficace in un contesto culturale non è detto che lo sia altrettanto in contesti diversi e ciò che appare idoneo in una specifica epoca storica potrebbe facilmente non esserlo più in altre. E quindi: cosa risulta essere maggiormente desiderabile in un uomo e in una donna nel nostro attuale quadro culturale di stampo moderno ed occidentale?
In sintesi il maschio viene percepito più attraente quando, a chi abbia una relazione con lui, trasmetta sicurezza, fiducia in se stesso, assertività, capacità di porsi obiettivi e traguardi sapendoli portare a realizzazione, senso dell’humour e simpatia: in ultima analisi, responsabilità e leggerezza ad un medesimo tempo.
La donna, invece, si fa notare ed apprezzare soprattutto quando, oltre alle consuete e anche troppo sottolineate doti fisiche, si impone all’attenzione per bellezza psichica, ossia armonia e profondità di pensiero e di vissuti, sensibilità, capacità di accoglimento ma anche accattivante umorismo e sex-appeal (caratteristica quest’ultima che risulta vincente anche nel sesso maschile).
Detto questo sembrerebbe che comprendere la genesi e lo sviluppo di una relazione amorosa positiva sia cosa semplice: cogli le caratteristiche più gradite dei due partner e avrai compreso perché quella coppia funzioni.
E invece no: il mistero della chimica di una coppia in buona misura rimane, inesplorato ed inesplorabile. Pensiamo, magari con un pizzico di presunzione, di aver capito tutto ed invece la magia della luminosità di quella coppia ancora ci sfugge. Sì, perché l’amore, l’amore vero, non va compreso, va vissuto. Se assaporando il piacere dell’amare ed essere amati ci sforziamo di renderci consapevoli dei motivi più profondi di questa beatitudine, essa si fa meno palpabile, si diluisce, si banalizza. Il fascino dell’amore forse in questo risiede: l’avvertiamo in noi possente e totalizzante senza che ciò che proviamo sia razionalmente catalogabile e ben definibile. L’avvertiamo e basta: ça suffit.
A questo punto è ora di cercare di dare una risposta convincente agli interrogativi suscitati da un troppo frequente riscontro di coppie in cui almeno uno dei due partner provi intensi sentimenti di sofferenza e disagio. L’uomo comune con una punta di faciloneria potrebbe commentare: “Stai male in quel rapporto di coppia? Lui/lei non ti capisce? Ti senti infelice? E allora lascialo/a! Che problema c’è…?”.
No, non è così semplice. Non lo è affatto.
Partiamo da questa considerazione: chi tende a lasciarsi coinvolgere in relazioni malate – e sono proprio tanti… – ha quasi sempre un livello di autostima alquanto basso e fragile, magari a livello inconscio ma il più delle volte consapevolmente. La dinamica del processo è tale che la persona che soffre per amore idealmente dice: “Io non mi piaccio, io non mi voglio bene perché nella mia vita non ho mai imparato a farlo, perché nella mia infanzia nessuno me l’ha insegnato. Posso esserne completamente conscio oppure no ma la sostanza non cambia: io in questo amore sto male, eppure di esso non riesco a fare a meno. E non ne so neanche il motivo”.
Cosa avviene dunque in tale contorto percorso di relazione? Cosa ne è alla base?
Il fulcro di questo così sofferto rapporto si colloca proprio nella mancanza di adeguata autostima nel partner che quel rapporto vive con dolore. A livello inconscio egli crede di poter compensare tale carenza legandosi a chi sembrerebbe (il condizionale è d’obbligo…) poter contare su un bagaglio di auto-considerazione ingente e rassicurante. Classica è la condizione in cui una persona, magari allocentrata, ‘giusta’ e di buoni sentimenti, si lascia letteralmente possedere e gestire da un narcisista (2), del tutto incapace di empatia e della disposizione a dare.
Il meccanismo perverso che in questa condizione agisce, è quello per il quale l’esuberante convinzione nei propri mezzi che emana da ogni atto del modo di essere del narcisista fa sì che detta convinzione sia avvertita dal partner dipendente come una produttiva compensazione della propria labile autostima. Ciò però al prezzo dolorosissimo di sentirsi trascurati, non amati e perfino disprezzati da chi, narcisisticamente, si appropria dei sentimenti altrui, li saccheggia e non dà niente di buono in cambio. E, cosa ancor peggiore, la scarsa autostima del partner sofferente non trae affatto alcun sollievo dall’identificazione con la teatrale auto-considerazione del compagno dall’affettività così stitica; anzi, essa viene ulteriormente e sanguinosamente esasperata.
Le cause di una relazione tossica non si esauriscono comunque qui. Diciamo che, per una serie svariata di ragioni, ciascuno di noi ha bisogno, cognitivamente parlando, di punti di riferimento sicuri e, soprattutto, di conferme. Tolleriamo male l’incertezza, abbiamo pressoché costantemente bisogno di feedback dall’ambiente esterno senza i quali siamo in difficoltà nel gestire adeguatamente la nostra vita.
E di nuovo torniamo alla carenza di autostima: se con pena io vivo questa condizione, per quanto possa risultare paradossale se non assurdo avvertirò, magari in maniera confusa, l’esigenza di una conferma della mia auto-percezione. Infatti, mentre da un lato a livello di coscienza io vado alla ricerca di chi quella autostima così ballerina me la colmi o me la supplisca, dall’altro negli strati profondi della mente, quelli più irrazionali, l’esigenza sarà di tipo contrario: la perversa convalida che io come persona valgo poco.
L’incertezza destabilizza, la conferma invece, anche al prezzo di un patimento indicibile, dà stabilità: una stabilità chiaramente malata e di sapore fortemente masochistico, ma comunque una stabilità o, per meglio dire, un tossico ubi consistam. Parafrasando l’ottimo Cartesio potremmo affermare: mi stimo poco, ergo sum.
Altra considerazione. Non sempre, come vorrebbe il buon senso comune, ricevere dà piacere. Anche questa verità può risultare alquanto difficile da digerire ma, per quanto in una relazione di coppia pensiamo di desiderarlo e magari lo desideriamo proprio, ricevere affetto, dedizione, attenzione può, in certe condizioni, metterci a disagio perché ci fa sentire quasi in obbligo di dover contraccambiare. E se noi abbiamo difficoltà a dare, il gioco purtroppo è fatto: meglio a quel punto non ricevere, meglio – orribile dictu! – essere trascurati, in ultima analisi meglio una relazione in cui l’amore che nutre sia latitante. Tutto ciò, ovviamente e come al solito, al di là di qualunque razionale consapevolezza.
A questo punto, visti alcuni dei più importanti fattori che tengono in piedi una relazione malata, ci si impone potente una domanda: cosa fare per uscir fuori da un rapporto per noi così fonte di affanno? E come prenderne le distanze anche e soprattutto per il futuro?
Io non credo che esista una ricetta unica ed univoca. Forse molti, e ancora insospettati, possono essere i modi per interrompere la via crucis di una relazione amorosa che non funziona.
Per parte mia, però, sono più che mai convinto che un prerequisito irrinunciabile perché certe presunte storie d’amore, quelle più conflittuali e squilibranti, possano essere “esorcizzate” sia quello di andare ad agire su se stessi: sapersi vedere con serena oggettività, saper accettare i propri limiti, quasi arrivando ad amarli nella stessa misura in cui amiamo i nostri pregi, ma soprattutto lavorare con passione sulla nostra autostima, a quel punto capace di funzionare come il migliore antidoto contro ogni relazione tossica.
Applichiamoci con generosa solerzia perché l’immagine che di noi ci arrivi sia la più positiva possibile: molto spesso siamo persone migliori di quanto noi stessi riteniamo di essere. Non sottovalutiamo mai la nostra bellezza interiore anche se non sempre gli altri riescono a coglierla.
Questo secondo me è l’essenziale.
Note
(1) – Notizie sull’Autore
Fernando Incurvati, psicologo e psicoterapeuta
Svolge detta professione soprattutto in ambito clinico ma, nel corso degli anni, ha maturato esperienze anche nei settori scolastico e peritale. Come psicoterapeuta segue un orientamento psicoanalitico neo-freudiano con significative integrazioni umanistico-esistenziali. Come psicologo vanta una lunga esperienza nel campo della psicodiagnosi e della relativa formazione: in particolare merita una specifica segnalazione la sua avvenuta fondazione, nel 2005, della Scuola di Cultura Psicodiagnostica Silvia Montagna (di cui dalle origini è anche direttore), struttura attiva nell’insegnamento di test psicologici ed altre branche della psicologia quali, ad esempio, quello dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento e quello relativo ai più affermati modelli di conoscenza, da quelli storici a quelli più recenti. Proprio per ciò che concerne la formazione psicodiagnostica molto spesso si è avvalso, con la Scuola da lui fondata, di produttive collaborazioni con qualificate Scuole di Specializzazione Psicoterapeutica italiane, di ampio e riconosciuto valore.
Svolge altresì opera di divulgazione di importanti ed attuali tematiche psicologiche attraverso scritti, conferenze ed interviste televisive. Infine ha al suo attivo una lunga e gratificante attività di docente di Scienze Umane e Filosofia, esercitata fino a pochi anni fa nelle Scuole Medie Superiori, a riprova di un amore particolare che da sempre ha nutrito nei riguardi dell’insegnamento.
(2) – Per narcisismo intendiamo quella condizione clinica in cui la persona risulta spiccatamente auto-centrata, attenta in via esclusiva alle proprie specifiche esigenze e del tutto incurante di quelle altrui. La dimensione centrale intorno alla quale ruota la struttura narcisistica è la mancanza di una vera empatia, ossia l’incapacità di mettersi nei panni degli altri, di avvertirne con partecipazione sentimenti, vissuti, necessità.











Sandro Russo
8 Settembre 2026 at 17:55
Sono medico ma Psicologia è stata per me solo uno degli esami (complementari) di Medicina, non un precipuo interesse professionale.
Ciò malgrado ho sempre considerato il narcisismo come un iceberg, di cui la parte maggiore è sotto il pelo dell’acqua, per le manifestazioni e i danni che può fare.
Aspetto con interesse la trattazione del narcisismo da parte dello psicologo psicoterapeuta (e amico) Fernando Incurvati.
So per esperienza che una quota di narcisismo c’è in ciascuno di noi, anzi è una componente importante della coscienza del proprio valore. Il problema sorge nei casi in cui è la parte preponderante della personalità. A quali livelli esso diventa dannoso? E quali sono i ‘segnali’ per capire, nell’analisi di un soggetto o di una coppia, che si è oltre il limite di guardia e in una situazione di pericolo per sé e soprattutto per gli altri?
Di più… Il narcisismo è molto “mascherato”. Ho conosciuto narcisisti stratosferici che negavano il loro stato con alibi risibili, dicendo che non era un loro problema e che comunque lo tenevano perfettamente sotto controllo. Le vicende della loro vita dimostravano l’esatto contrario.