Dies Luigi Maria

Ognuno è ansioso a modo suo

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di Luigi M. Dies

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Ho una corrispondenza con Luigi M. Dies, amico d’infanzia, a volte fitta, più spesso molto rada, con silenzi di mesi. Verte sull’attualità come la vive lui, e credo che indirizzi a me per la comune radice ponzese (imprinting) e perché tratta di temi dibattuti in Ponzaracconta (ho pensato a un recente titolo di Michele Serra: “Confessioni di un ansioso”)
Queste ‘letterine’ sono più di un messaggio tra amici, hanno dentro citazioni colte (Omero, Foscolo, Montale). Le rendo pubbliche perché secondo me hanno un valore letterario, che va oltre la sua opinione su fatti di attualità. Ne leggeremo insieme anche altre…
S. R.

Don Abbondio passeggiava tenendo le mani dietro la schiena e reggendo il breviario con il dito indice tra le pagine a tenere il segno.
Mentalmente si ripeteva brevi poesie imparate alle elementari che gli davano la forza per resistere alla calura diventata in quei giorni insopportabile.

“Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi…”

Eh sì! sopportare tutto quel caldo lo faceva sentire un eroe.
Poi tutti i suoi fantasmi-Borromeo, da ogni angolo della campagna intorno gli si scagliarono contro.
Gli urlarono a brutto muso che mentre lui se ne stava tranquillo nel suo castello e guardava, da una feritoia della sua roccaforte, un osso di seppia morto, ma che comunque nessuno aveva ammazzato, o un filo d’erba secco, ma solo perché i suoi semi erano ormai già sparsi in terra, si era lasciato sfuggire tutti gli altri scenari visibili dalle altre feritoie.
I don Rodrigo innominabili banchettavano con le ossa e con l’ultima polpa dell’umanità

Ciao Sandro buongiorno.
Io il coraggio me lo volevo dare… ma forse oggi veramente non è più possibile.
A volte osserviamo la realtà da posizioni privilegiate e pensiamo che forse ancora c’è la posiamo fare ma poi non si può non alzare gli occhi e calarsi anche in realtà molto scomode.
Scomode è solo un minimizzare.
Stiamo accettando l’idea che per risolvere  ogni problema la soluzione è quella di ammazzare il prossimo che ci intralcia perché sono diventati troppi quelli che hanno imparato a parlare e ad esprimere quelle idee che a qualcuno non piacciono.
Una volta ci si provava a dialogare e a convincere quelli pochi o tanti che dissentivano. Oggi sono troppi e non c’è tempo, pazienza e volontà. Ma mancano anche le capacità di comunicare. Ma forse dialogare non interessa più.
Tutti gli schemi sono già tracciati e chi pilota gli eventi va dritto per la sua strada.

Don Abbondio ci prova ad affacciarsi alle altre feritoie.
Di là il sole è abbagliante ma molto, molto di più di quanto lui possa sostenere.

“E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.”

Che può fare il pover’uomo?
“Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare?”.

Ormai abbiamo serrato tante feritoie della nostra roccaforte. Ci tappiamo gli occhi.
Siamo alla glorificazione del crimine. Pensa, se ci fosse uno stadio e vendessero i biglietti per lo spettacolo dei funerali di stato con tutti gli onori del boia di Srebrenika, Ratko Mladic. Ti posso assicurare ci sarebbe il pienone.
Lo fai tu l’elenco! Da Putin a Trump e a tutti i politici criminali di oggi, ai  banchieri, ai commercianti di armi, ai re della finanza e della droga. Agli industriali farmaceutici e dell’ elettronica. Puoi continuare a tuo piacere
Si riempirebbero non uno ma molti stadi. Tutto questo per dire che (riferendomi a quanto scritto nel precedente messaggio) mi sento un po’ come quello che guarda la fila di formiche, rosse o nere che siano, e che comunque viaggiano con un certo ordine che c’è ed è anche funzionale, anche se folle. Io dissento, disserto e divago, sto lì a cercare di capire come farle camminare infila ancora più ordinate… Vorremmo dare indicazioni ai giovani.

Questi giovani, quale futuro? Semplice. Un futuro che non possono né sognare né vedere perché proprio noi che ci affanniamo a giudicarli, glielo stiamo sottraendo.
Io, a volte, in alcune riflessioni che vado a scrivere, è come se raccontassi una storia piccola piccola. Sogni fantasie… ce la fanno, non ce la fanno… Sono migliori di noi o ci deludono.
Ecco, mi sento un po’ frustrato rispetto a ciò che vorrei veramente lanciare come messaggio essenziale.

Il coraggio, il coraggio di reagire, la frustrazione di non sapere come reagire.
Ma soprattutto lottare contro la rassegnazione di chi si gira dall’alta parte, me compreso. Ci arrendiamo per impotenza. Bisognerebbe ritornare ad essere Titani. Già, ma sappiamo bene quanti sono i Titani di cui commemoriamo solo medaglie.
E per loro può solo piangere la parte sana dell’umanità.

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