di Pasquale Scarpati

“Dolce e chiara è la notte e senza vento…”
(G. Leopardi: La sera del dì di festa)
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La banchina nuova sapeva di nuovo e la nave, quando c’era e al buio, se ne stava, sola soletta e silenziosa, sotto il lanternino nascondendo in parte le luci del bar d’u pittore”. Silente era tutto. Era talmente alto il silenzio che si udiva, fin dalla banchina vecchia, la placida onda che, lentamente, andava a morire sulla spiaggia di Sant’Antonio. Mio fratello Carlo e il giovane Giuseppe lavoravano sodo, impastando ed inguacchiandosi le mani con la farina che, impastata, si stirava simile ad un elastico ma si staccava dalle dita mal volentieri quasi a voler rimanere abbarbicata a chi l’aveva lungamente “maltrattata”.
D’estate, tornato dalle sudate carte collegiali, ero inevitabilmente “arruolato”; perché è giusto che tutti debbano contribuire e portare il pane a casa che poi… avrebbe dovuto essere speso, tra l’altro, per le “salate” rette collegiali.
Nel laboratorio ognuno di noi aveva un suo ruolo. A me, più giovane ed inesperto, toccava quello di minore responsabilità: tagliare, con la grossa ma affilata lama piatta, il grosso impasto informe che dalla impastatrice a due bracci era stato sollevato con forza e poi sbattuto sul tavolo. Stava lì, pancia piatta e “moscia” di pachiderma rivolto sul fianco in attesa di eventi. Tagliare e pesare, a seconda della pezzatura del pane che si doveva “arrotare” prima e poi, in una seconda fase, dare la sua forma. Poi di seguito bisognava aspettare che lievitasse una prima volta e poi una seconda volta e poi attendere ancora per i tempi di cottura che variavano in base alla pezzatura.
Mentre il duro lavoro procedeva, non si stava muti ma si cercava di far passare nel modo migliore le ore notturne estive, più brevi di quelle invernali ma pur sempre sonnacchiose soprattutto verso le due del mattino quando subentrava, inevitabilmente, la cosiddetta cecagna. Non c’era l’ora legale, pertanto iniziava a far notte già verso le ore 20 ma albeggiava fin da prima delle ore 4, quando il tenue chiarore ad oriente infondeva nuova linfa alle forze che cominciavano a scemare.
La nave che partiva alle 4 e mezzo, voltava la poppa verso la banchina e le eliche torcevano l’acqua spumosa con il Sole già alto sull’orizzonte. Intanto il nostro silenzio era rotto da aneddoti e barzellette mentre in sottofondo la radio trasmetteva il Notturno italiano.
Questo era piacevole perché, a differenza del giorno – quando si trasmettevano più… “chiacchiere” -, vi era solo musica, inframmezzata ogni mezz’ora, da un breve notiziario a volte in lingua straniera.
Nei tempi di riposo si usciva dal locale per la troppa calura e, calcolando i tempi, ci si allungava fino a ’u ruttone ’i Ciancòss’ o fino al Lanternino.
Non si sentiva nulla se non la brezza che scivolava giù dai Guarini ed increspava leggermente la Baia. L’avvertivi su tutto il corpo; fresca, inebriante perché non ostacolata da alcunché: persone, barche in rada oppure ormeggiate e tanti oggetti posti lungo il Corso. Sembrava un tenero abbraccio che fasciava il corpo.
Ma su tutto si effondeva il nero cielo, stellato. Alzando gli occhi sembrava “vertiginoso” verso la casa posta in cima alla Guardia; dolcemente degradante verso Gavi. Segnava, sull’orizzonte marino, lo scorrere della notte anche se attenuato, a volte, da piccoli occhi lucenti: le lampare, che, simili a lucciole, sostavano presso Zannone.
Cielo profondo, che sembrava raccogliere anche i pensieri che vi s’inabissavano.
La voce di Carlo mi riportava alla realtà:
– Ti va di fare un bagno? – mi diceva – L’acqua è calda, ma poi ti devi coprire quando esci, perché l’aria è fresca e ti buschi un raffreddore.
Non me lo facevo ripetere due volte e giù un bel tuffo dalla banchina, quasi al buio e poi risalire dagli scalini di ferro o addirittura allungarmi a Sant’Antonio (ma quella era una spiaggia un pochino “subdola” per via di scaglie di vetro che, nascoste nella sabbia, di soppiatto, nella penombra, potevano intaccare un piede) e di là tornare al calduccio del forno che non era così distante.
Era talmente alto il silenzio che fare due volte il tuffo sembrava voler disturbare il sonno di quelli che avevano le case prospicienti il mare. Pertanto se c’era una seconda volta, mi calavo in mare scendendo le scalette di ferro, quasi in punta di piedi. L’occhio si allungava nella penombra ed anche l’orecchio percepiva, chiaramente, voci provenienti dalla banchina vecchia, là dove Miniello teneva ancorato il minuscolo canotto e possedeva un piccolo deposito vicino alle scalette che portano alla banchina vecchia. Sentivo voci, ma non riuscivo ancora a vedere chi parlasse. Poi, da dietro la curva, apparivano due (soltanto due) persone, forse pescatori che tornavano dal mare e tranquillamente discorrevano tra loro. Salutavano e sparivano verso l’imboccatura del grottone di Sant’Antonio, dove da poco tempo sostava, solitario, il grosso pullman di Franco.
Dopo qualche anno s’incominciarono a sentire, fin da lontano, non più voci o rumori soffusi, bensì rumori di zoccoli via via sempre più fragorosi, come quelli delle mandrie di bisonti di “Balla coi lupi” che correvano al galoppo avvolti nella polvere; in seguito voci, suoni, rumori talmente numerosi e sonori da…“oscurare” persino il firmamento; perché c’è talmente gente che sgomita, che non si riesce più a sollevare lo sguardo verso l’alto.
Oggi ancora di più, anche a causa dello sguardo fisso sul telefonino.
Il cielo stellato si è impaurito e si è allontanato o meglio è stato… “sfrattato”.
Il poverino si è ritirato ‘ncoppaTrebbiente o sulla cima della Guardia o a Punta Incenso. Ma neppure lì nessuno lo vede perché prioritariamente bisogna affrontare velocemente le curve – si va sempre di fretta -, oppure bisogna arrivarci a piedi e ciò, oggi, potrebbe sembrare disdicevole perché… contro tendenza.
Tavoli e tavolini occupano fittamente strade e marciapiedi, lasciando ai passanti un angusto corridoio simile al vicolo ‘Baciadonne’ di Città della Pieve”.
Con le stoviglie già in bella vista, somigliano alle serrate fila di falangi macedoni o di fanteria romana in attesa dell’arrivo dei “nemici”. All’improvviso essi sopraggiungono: seminudi, urlanti, brandendo ogni tipo di arma. Corrono in disordine, fidando nel loro impeto e nella loro irruenza, a volte selvaggia.
La falange e/o la fanteria non possono ( ma Veruccio asserisce: “Non vogliono!”) reggere l’urto. Anzi si dividono in manipoli. Una rimane, con le truppe ausiliarie, sul posto; un altro si va ad attestare lungo l’argine di un fiume o ruscello o torrente, se non addirittura sul greto; un altro, poi, scava bunker o camminamenti simili a quelli di Monte Soratte o Piccolo Lagazuoi ma provvisti di ogni confort; un altro ancora ha tagliato alberi per creare delle trincee ed infine c’è quello che ha appiccato vasti incendi boschivi per sfrattare di là ogni creatura, anche quelle che non hanno niente a che fare con la battaglia.
Voci concitate di taxiarchi e/o di centurioni, comandi imperiosi e forsennati, anche a volte non uniformi. Mi sovviene quando, prima del 1923, le auto viaggiavano in modo disordinato: non mantenendo uniformemente la destra ma ognuno circolava secondo direttive locali! Fu Mussolini a decidere quale carreggiata mantenere per ogni dove; ovviamente non poteva che essere la…destra!
Purtroppo (a volte, ma anche di frequente), il canto di morte o le grida di aiuto si elevano dalle macerie… annunciate.
Assedio di barche: onde perenni, puzzo di nafta e rumore che escono da tubi di scappamento dove il fumo si mescola all’acqua salata che, timidamente, cerca di intrufolarsi ma ne viene ricacciata pur essendo quello il suo regno.
Tintinnio di posate e fracasso di bicchieri che vanno in frantumi, urtati da malaccorti passanti, a loro volta spintonati da altri.
Ressa e poi ancora ressa, infinita ressa!
Ma, al di sopra di tutto, un altro tintinnio a cui è, umanamente, difficile rinunciare, anche a costo della… povera costa!
Chi vincerà!?
Pasquale sogna che l’uomo possa riappropriarsi del suo tempo e possa ridare spazio allo… spazio !









Giuseppe (Peppe) Aprea
4 Settembre 2026 at 10:38
Un racconto che fa venire un po’ di nostalgia, ma soprattutto fa riflettere. Non credo che il problema sia il turismo in sé, il problema è quando il turismo finisce per mangiarsi tutto quello che rende un’isola degna di essere chiamata tale.
Una volta c’erano il silenzio, il cielo stellato, il mare, il tempo per fermarsi a parlare e persino per fare un bagno di notte senza disturbare nessuno. Oggi abbiamo conquistato ogni spazio con tavoli, barche, rumori, musica e una continua frenesia. E alla fine rischiamo di perdere proprio ciò che avevamo di più prezioso: il mare, la bellezza, il silenzio e soprattutto il tempo.
Forse dovremmo chiederci non quanti turisti possiamo ancora far entrare, ma quanta Ponza siamo ancora disposti a perdere per farli entrare.
E quella frase finale, “ridare spazio allo spazio”, dovrebbe diventare molto più di un sogno.