L’esperienza ‘sentita’ del clima estremo

segnalato da Teresa Denurra da la Repubblica

Jonathan Safran-Foer (agf)

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Safran Foer: “Quest’estate il clima mi ha cambiato la vita. Ne usciremo solo stando assieme”
intervista del corrispondente du Repubblica da Parigi Paolo MastrolilliDa la Repubblica del 30 agosto

Lo scrittore americano racconta il suo luglio a Parigi: “Per la prima volta il riscaldamento globale l’ho sentito, non solo capito. La questione ambientale e la sicurezza sociale vanno di pari passo, non si scindono”

Che poi ci importa davvero qualcosa di questo caldo asfissiante? Oppure è giusto una chiacchiera da bar, ignorata quando si tratta di porvi rimedio, felici di abboccare ai politici che invitano a chiudere gli occhi sulla realtà? Domande che nascono ascoltando Jonathan Safran Foer, l’autore del libro We Are the Weather, terrorizzato dalla sua ultima estate.

Lo scorso luglio è stato il mese più caldo di sempre negli Usa. Ve ne siete accorti?
«Quest’estate il cambiamento climatico ha smesso di essere un’astrazione per la mia famiglia. Abbiamo trascorso un mese a Parigi, dove insegno ogni luglio. La città praticamente non ha aria condizionata: né appartamenti, né ristoranti, nessun posto dove scappare. Abbiamo evitato di stare all’aperto tra le 11 e le 18, cosa che, con i bambini piccoli, non è facile. Durante il giorno era pericoloso uscire, e la notte difficile dormire. Tutto ciò che di bello ed emozionante c’è nella città sembrava, improvvisamente, fuori portata. Se la tendenza continua, Parigi non sarà più un luogo che la gente sceglierà di visitare, o viverci. Lo stesso potrebbe valere per Roma, Atene, Madrid e altre grandi città europee. A casa, a Brooklyn, succedeva la stessa cosa, anche se un po’ meno come crisi acuta. Strade vuote a luglio, le sedie restano dentro, il campo delle mie figlie cancella le attività all’aperto, ma tutti ne parlano come se fosse un martedì piovoso. Abbiamo cambiato enormemente il nostro comportamento ma non il vocabolario. La chiamiamo ondata di caldo, una parola per qualcosa che passa».

Questi fatti permanenti convinceranno finalmente gli americani che è venuto il momento di prendere sul serio i cambiamenti climatici?
«No, non credo. Ci saranno solo gli adattamenti agli eventi meteorologici estremi. Il cambiamento climatico è una crisi di cui siamo a conoscenza ma che non possiamo credere: vive nella nostra mente, ma fatica ad entrare nei cuori. Quest’estate, in quel caldo parigino con i miei figli, è stata la prima volta nella mia vita che l’ho sentito, piuttosto che capirlo. Ero nel panico. Ero triste, in un mood da cui non riuscivo ad uscire. Mi sono ritrovato a pensare seriamente, per la prima volta, alla possibilità di dovermi trasferire per motivi climatici; non come esperimento intellettuale, ma come piano responsabile. Niente di quello che ho imparato quest’estate è nuovo. Le informazioni erano in mio possesso da trent’anni e nelle mie frasi pubblicate da sei. È cambiato che il mio corpo, e quello delle mie figlie, erano dentro la crisi. Questo anticipa esattamente quanto ti dirà il prossimo comunicato della National Oceanic and Atmospheric Administration sulle temperature, perché i record si battono ogni anno con meno effetto rispetto al precedente. Un record è per definizione qualcosa che verrà battuto, e se viene battuto ogni anno diventa un’abitudine stagionale».

Come siamo caduti così in basso?
«La perdita di una realtà condivisa è avvenuta nei luoghi dove era prodotta, e non sono i media nazionali. Erano quelli locali: un giornale che parlava del consiglio scolastico, gli arresti e i necrologi, una riunione sindacale, lo scantinato di una chiesa, una stanza dove sederti di fronte a qualcuno che votava diversamente da te, ma sarebbe comunque stato il tuo vicino il giorno dopo. Quando questi luoghi hanno chiuso, l’unico rimasto per la vita pubblica sono diventate le piattaforme digitali, che non premiano l’avere ragione. Su una piattaforma, una rivendicazione fattuale funziona come un distintivo di appartenenza. Significa che contestarla non è una correzione ma un’espulsione, e nessuno cambia una convinzione che tiene in ostaggio la propria appartenenza. La via d’uscita non sta nella verifica dei fatti. Si tratta di ricostruire stanze in cui le persone non possono smettere di seguirsi a vicenda. Abbiamo bisogno di incontri più intimi tra di noi».

Perché i politici americani usano la strategia di negare la stessa esistenza di una verità degna di essere creduta?
«È più economica e facile della persuasione, e più duratura di una menzogna. Una bugia può essere smentita; un popolo che rinuncia alla categoria della prova non può essere organizzato contro di te. Questa strategia non produce una folla inferocita, ma una cittadinanza esausta che presume che tutti mentano. Vale la pena notare cosa ciò chiede ai politici di rinunciare: la capacità di essere creduti essi stessi. Rinunciano alla possibilità di un paese a cui si possa dire qualcosa di vero e agire di conseguenza, anche per loro conto. Bruciano il terreno su cui stanno in piedi, perché così nel breve periodo si vince».

Trump lo fa per ignoranza o interesse?
«Non è ignoranza. Nessuno nell’amministrazione è confuso sulla fisica. Gli stessi scienziati dell’industria dei combustibili fossili previdero accuratamente questo fenomeno negli anni ‘70. Ad un certo punto il clima ha smesso di essere un dato di fatto atmosferico ed è diventato un segnale dell’America a cui appartieni. Una volta completata la conversione, accettare la scienza non è un atto intellettuale, ma una defezione. Le persone sopporteranno molto, incluso il calore che rende pericoloso stare all’aperto, prima di disertare il proprio popolo. È stata la campagna di pubbliche relazioni di maggior successo della storia, e il suo genio è stato non dover mai sostenere che la scienza fosse sbagliata, ma solo che preoccuparsi di essa ti rendeva un certo tipo di persona».

Perché anche l’Unione Europea si arrende e rinuncia al Green Deal?
«Quelle politiche chiedevano alle persone di pagare un costo reale oggi per un beneficio invisibile, differito e condiviso con tutti sulla Terra domani, e le persone a cui veniva chiesto erano spesso quelle meno abbienti. Non è stupidità o malvagità; è una risposta razionale ad una richiesta mal progettata. Una persona già spaventata dall’aumento dell’affitto, la riduzione dei posti di lavoro e le spese mediche che non può permettersi, non ha più capacità per un’emergenza planetaria. La paura non è additiva, ha spazio limitato. Perciò sono arrivato a pensare che la questione climatica e quella di una sicurezza sociale decente non siano priorità concorrenti, ma la stessa cosa».

Come ne veniamo fuori?
«Non ci manca la scienza e ho smesso di credere che ci manchi la narrazione giusta. Manca un’esperienza recente condivisa. Durante la Seconda Guerra Mondiale gli americani piantarono orti che producevano il 40% delle verdure del paese, razionavano carne e benzina, raccoglievano scarti. Nulla di ciò fu eroico: era ordinario, collettivo. La funzione non era solo materiale. Agire è il modo in cui le persone arrivano a credere. Presumiamo che la fede preceda l’azione, ma per la maggior parte di noi va nel senso opposto, non puoi davvero credere in qualcosa per cui non ti sei mai scomodato. Non ti curi dei tuoi figli perché li ami, ma li ami perché ti prendi cura di loro. Vi do l’esempio della mia casa. Le tempeste a New York sono ormai più forti delle capacità delle tubature e quindi le fogne allagano i seminterrati. La mia soluzione è stata installare una valvola di ritorno, che isola la casa dal sistema municipale quando si guasta. Funziona, ma è esattamente la risposta sbagliata: risolvere il mio problema tagliandomi fuori dagli altri, voltando le spalle a ciò a cui non posso permettermi di voltarle. Quasi tutto quello che ci viene venduto ora come soluzione climatica, dal condizionatore privato al secondo passaporto, ha questa forma. Dobbiamo riconoscere che nel lungo termine, per i nostri figli e nipoti, non c’è alcuna valvola che separi le nostre case. Siamo connessi: o risolveremo il problema insieme, o insieme soffriremo».

[Intervista di Parigi Paolo MastrolilliDa la Repubblica del 30 agosto 2026]

Note

Jonathan Safran Foer (Washington, 1977) è uno scrittore e saggista statunitense che sul sito abbiamo incontrato più volte

Romanzi

  • Ogni cosa è illuminata (Guanda, 2002). Sul sito leggi qui
  • Molto forte, incredibilmente vicino (Guanda, 2005)
  • Tree of Codes (2010) (non pubblicato In italia)
  • Eccomi (Guanda, 2016)

Saggi

  • Se niente importa. Perché mangiamo gli animali? (Eating Animals, 2009), Collana Biblioteca della Fenice, Milano, Guanda, 2010. Sul sito leggi qui
  • Possiamo salvare il mondo, prima di cena. Perché il clima siamo noi (We are the Weather, 2019), Collana Biblioteca della Fenice, Milano, Guanda, 2019