Viaggio (6). Genova, andate e ritorni. ‘U nonn’ pazzaglione
di Sandro Russo

Qualcuno ha detto che si prende più dai nonni che dai padri: note del carattere, inclinazioni. Il mio nonno paterno è morto giovane, nel tritacarne della I Guerra Mondiale, ma il mio nonno materno sì che mi somigliava… Cioè, ripensandoci da grande distanza di tempo, io somiglio a lui.
È stato con lui che ho conosciuto Genova – o meglio così Genova è entrata nella nostra famiglia e nel mio immaginario – perché negli anni ’20 del secolo scorso era da Genova che si partiva per l’America.
E lui per l’America è partito cinque volte per lavorare, con le sue capacità di falegname, alla costruzione dei grattacieli di New York… E altrettante volte ne è tornato, preso di irrefrenabile nostalgia, con due tangibili conseguenze: non è mai diventato ricco; ingravidava mia nonna prima di ogni ripartenza, con i miei zii nati nel 1916, nel ’18, ’20 (mia madre), ’24 e ’26 (nel ’22, uno zio mancato, morto dopo la nascita).
Già arrivare a Genova era un viaggio, a quei tempi, e c’erano degli intermediari in ogni paese che si occupavano di organizzare il viaggio interno per ferrovia, prima della tratta per mare, più lunga e impegnativa, che durava settimane.
Dunque Genova, che era l’anticamera per l’ignoto e se ne parlava come di un luogo di sospensione, di paura e di attesa. Questa l’idea che me n’ero fatta da bambino e che ho mantenuto per tutta l’infanzia-adolescenza, fino a che non sono “andato a vedere”.
Il nonno parlava poco delle sue esperienze. Faceva accenni sparsi, qua e là negli anni, soprattutto a me che dei nipoti era quello che più lo seguiva. E tutto registravo con la memoria indelebile dei ragazzini. Non mi parlò mai dei viaggi in nave – poi quei viaggi me li sono ricostruiti nella mente al cinema e con i libri (1) – ma qualche volta accennava a Genova come un posto dove tutto poteva succedere – destini e vite potevano cambiare per un capriccio, per un incontro… – a proposito di certi conoscenti suoi che prima di perdersi in America, si erano perduti a Genova.
Anche mia nonna Natalina parlava poco, e mai del nonno, suo marito. Ricordo solo una volta – forse ingelosita dal fatto che era un periodo che stavo sempre appiccicato a lui -, che mi disse (potevo avere 7-8 anni):
– See see, accattatill’ pe’ bbuono, ’u nonn’ tuie… Chille è ’nu pazzaglione – . Una frase che mi aprì immensi scenari… Mai chiariti, peraltro: la nonna non tornò mai più sull’argomento.
Ecco, su questa parola “pazzaglione” si saldano il passato e il presente, l’esperienza di vita di mio nonno e la mia.
Mio nonno partiva da un’isola, ma non era mai stato marinaio; lo ricordo piuttosto terragno, quando già io ero bambino che diventava grande, mentre lui diventava vecchio. Facevamo molte cose insieme. Mi svegliava presto – glielo chiedevo io – per andare a fare la spesa per il ristorante dello zio; qualche volta ero suo assistente (zappatore, scippa-erba e tuttofare) nella cura d’u ciardine sopra la Dragonara (l’orto-giardino, per viti, ortaggi e fiori, all’uso isolano). Il nonno era sempre di buonumore, giocava bene a carte perché ricordava tutte quelle che erano uscite; molti ancora lo ricordano per un ciuffo di cedratella (cedrina, o Lippia citrodora) che portava sempre dietro l’orecchio.
Poi, ripensandoci molti anni dopo, mi sono trovato in comune col nonno un’altra caratteristica: che mi piace tornare, più che partire. Sì, lo so che non si può tornare da nessuna parte, senza partire, ma la prima è una forzatura che mi impongo; la seconda è una dolcezza. Come non pensare al nonno, per questo!
Questi pensieri mi ha suscitato la camminata di oggi, sul piazzale del molo commerciale, passando davanti al Galata, Museo del Mare, credo anche dell’Emigrazione – ma non abbiamo avuto il tempo di visitarlo -, con la grande nave da crociera ancorata tra le costruzioni del porto, una poesia uso murales su un muro in mezzo al nulla che ha attratto la mia attenzione e un grande spazio libero (a Genova che spazio non ne ha) dove i singalesi e i bengalesi immigrati giocano a cricket.
Note
Un racconto sull’emigrazione, il ‘racconto mensile’ “Naufragio” storia appunto di un naufragio nell’oceano con una vicenda strappacore, “alla De Amicis” è presente in Cuore (1886) dell’autore di Oneglia (ora provincia di Imperia, per secoli Stato indipendente all’interno dalla Repubblica di Genova) – una lettura quasi obbligata ai miei tempi -, che io ho avidamente letto e riletto per colmare un buco di conoscenze nella vita del nonno.
Tra l’altro precorre la vicenda del naufragio del Titanic (1912) per alcuni spunti “sentimentali” della sceneggiatura del film colossal di Cameron (1997).
Le foto dell’articolo sono dell’autore.

