Gasbarra Rita

Santo Stefano, il nostro penitenziario preferito

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segnalato da Rita Gasbarra da la Repubblica

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Serie/2 – La via delle isole – Storie da piccoli altrove vicini. Mondi insulari, a parte, eppure facilmente raggiungibili. Lo scrittore di viaggio e fotografo Antonio Politano racconta tre isole. Ha cominciato con Alicudi (leggi qui), fa una puntata dalle parti nostre; aspettiamo con curiosità la terza.
Antonio Politano lo conosciamo. Abbiamo viaggiato con lui; eravamo in Patagonia insieme:  qui l’ultima delle sei puntate; e l’abbiamo incontrato di recente a Villa Celimontana dove storicamente conduce il Festival della Letteratura del Viaggio.
R. G.

Santo Stefano, l’isola che si fece repubblica
di Antonio PolitanoDa la Repubblica del 26 agosto 2026

L’isola di Santo Stefano vista da Cala Nave a Ventotene

Nel 1860 una rivolta nel suo penitenziario creò sullo scoglio delle Pontine una colonia autonoma di detenuti. Negli anni Trenta qui fu confinato anche Pertini. Ora tacciono gli uomini e in mare prospera la posidonia

Santo Stefano – Te ne accorgi la sera, quando il mare inizia a confondersi con il cielo. Guardando verso levante da Ventotene, la sagoma dell’isola di fronte non è buia. È lontana un miglio, distingui bene le luci che brillano sull’altura. Provengono dalle celle dell’ex carcere borbonico. Accese, ma tenute basse per non disturbare le colonie di berta maggiore che nidificano sull’isolotto. È un segno: l’Ergastolo di Santo Stefano, abbandonato da oltre sessant’anni, è tornato a vivere.

Il cortile interno del penitenziario borbonico e la corona di celle, con struttura a ferro di cavallo progettata da Francesco Carpi sul modello del Panopticon di Bentham

Santo Stefano è una micro-isola, un blocco di roccia vulcanica di nemmeno un chilometro quadrato. Una specie di scoglio-fortezza modellato dalle falesie, disabitato. Con una storia grande, spietata. Non è un’isola felice, da cartolina. Neanche Ventotene, sorella maggiore, parte dello stesso vulcano imploso mezzo milione di anni fa sul margine orientale di quello che oggi è l’arcipelago ponziano.

Sono entrambi luoghi di allontanamento. Confino, detenzione. Da Giulia, figlia di Augusto, e Altiero Spinelli, con il suo sogno europeo, a Ventotene; a Sandro Pertini e Umberto Terracini, futuri presidenti della Repubblica e dell’Assemblea Costituente, a Santo Stefano. Hanno un’aura, il magnetismo dei luoghi dove è rimasto qualcosa, attaccato ai muri delle case, agli affacci sul mare, nei giri di vento. Una carica simbolica, forse anche per questo il governo avviò nel 2016 il Progetto di recupero e valorizzazione dell’ex carcere borbonico, con un finanziamento giunto a 80 milioni di euro.

È un momento di passaggio. Conclusi i lavori di messa in sicurezza del carcere, si annuncia un lungo percorso di riconversione, da luogo di “fine pena mai” a museo e scuola di alta formazione. Dall’11 agosto sono riprese le visite guidate, con ingressi contingentati prenotabili attraverso l’Area Marina Protetta. Mare permettendo, come si impara andando per isole. In posti privi di un porto riparato, basta un po’ d’onda per rendere lo sbarco insicuro. «La priorità è l’approdo», dice il Commissario straordinario del governo, Giuseppe Marinello. Un nuovo molo necessario, senza però ferire scogliere e fondali.

Oggi non c’è onda, si attracca agevolmente nell’insenatura naturale della Marinella, sotto una statua di Gesù Redentore. Si risale il sentiero verso il carcere, riemerso dal degrado. Ricordo com’era anni fa, in abbandono assoluto. Si entrava scavalcando qualche vecchia recinzione, facendosi strada nella penombra di corridoi e porte scardinate, fino a sbucare in uno spazio a cielo aperto dove si veniva inondati dalla luce. Giravi, immaginando chi vi era stato recluso: detenuti comuni e oppositori dei diversi regimi, assassini, briganti, patrioti, anarchici, rivoluzionari. Tutti sottoposti a discipline durissime e punizioni efferate, con i Borbone come sotto i Savoia e fino al fascismo. Novantanove celle, trentatré per piano, disposte a emiciclo sul grande cortile interno. Al piano terra, la sezione “inferno”; a salire, “purgatorio” e “paradiso”. Da nessuna cella si vedeva il mare. Si poteva «solo ascoltarlo», scrisse Terracini. In alcune filtrava uno spicchio di luce: «quel frammento di cielo era il mio legame con il mondo dei vivi», raccontò Pertini. Antonio Parente, storico delle carceri, si è battuto per primo per il recupero di questo «gioiello architettonico unico al mondo. Un bagno penale voluto a fine Settecento da Ferdinando IV di Borbone. Un capolavoro del barocco napoletano che Francesco Carpi progettò ispirandosi al Teatro San Carlo di Napoli», dice con passione. «Ho sovrapposto le due planimetrie e coincidono perfettamente. L’unica differenza è che qui i palchi diventano celle e il palcoscenico diventa il posto di guardia».

Mi posiziono sul palcoscenico, sperimento il controllo. Il modello era il Panopticon teorizzato da Bentham nel 1791: un unico punto di osservazione da cui sorvegliare l’intera struttura. Un occhio invisibile che vede tutto, ripreso poi da Foucault come metafora del potere moderno, evocato oggi per definire il “capitalismo della sorveglianza”: un Panopticon smaterializzato che si nutre del tracciamento costante dei nostri dati. Nel carcere è allestita una mostra multimediale, primo nucleo del futuro museo. Una messa in scena potente della “tomba dei vivi”, curata con l’anima da Sabina Minutillo Turtur, che alterna ologrammi, pannelli, proiezioni, installazioni sonore. Un’isola del non ritorno, dove i familiari avevano persino il diritto di riscuotere l’eredità del recluso appena entrato. Esci stordito dal dolore che si è depositato tra queste pietre.

La leggenda nera di Santo Stefano si interrompe nel 1952. Con l’arrivo di un nuovo direttore, Eugenio Perucatti, insieme a moglie e dieci figli. Applicando l’articolo 27 della Costituzione, dà lavoro ai detenuti, reintroduce gli incontri con le famiglie, allestisce una sala tv dove ci si affolla per Canzonissima, costruisce un cinema – l’Alcor – e un campo da calcio, con Nicolò Carosio protagonista di una radiocronaca memorabile. Rimane fino al 1960, trasferito dopo un paio di evasioni sospette. «Perucatti è un esempio di modernità straordinaria, ha creduto in una pena non disumana, in un tempo non sprecato», sottolinea il costituzionalista Marco Ruotolo. «Oggi sembra quasi di tornare a quella tomba dei vivi di fronte alle condizioni indecenti di certe carceri, al sovraffollamento».

Quando il carcere era attivo, la vita delle isole si intrecciava. Da Ventotene si andava a Santo Stefano per molte cose, l’astanteria, il fabbro, il falegname, il cinema e il pallone. «Da noi c’era un campo che quando tiravi forte e la palla usciva, dovevi tuffarti per riprenderla, anche d’inverno!» si illumina Giovanni Impagliazzo, seduto ai tavoli del suo ristorante a Ventotene. «E così venivamo a Santo Stefano, a giocare contro la squadra di guardie e detenuti». Poco distante, nella sua libreria Ultima spiaggia, Fabio Masi ricorda le lunghe estati trascorse con i nonni sull’isola e il tempo in cui andava a giocare a nascondino al carcere già chiuso. Racconta di essere diventato editore «per colpa di un libro su Santo Stefano: la storia dell’anarchico Giuseppe Mariani che compì un attentato a Milano uccidendo per errore ventuno innocenti. Negli anni di isolamento totale qui, i libri lo portarono a una nuova coscienza e al rifiuto di ogni violenza. Quando infine ottenne la grazia, si trasferì in Liguria e aprì una libreria». Fuori dall’ex carcere un vialetto conduce al piccolo cimitero dove è sepolto Gaetano Bresci, l’anarchico regicida di Umberto I, insieme alle salme dei detenuti mai reclamate dai familiari. Restò a Santo Stefano meno di un anno, prima che una morte archiviata come suicidio ne chiudesse l’esistenza. Cerco i nomi, invano. Rovi e cespugli coprono tutto, le croci sono a terra, difficilmente distinguibili, in un oblio a cui la natura ha dato forma.

[Antonio Politano, da la Repubblica del 26 agosto 2026]

 

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