Ho attraversato l’Amazzonia per ritrovare Ponza

di Giuseppe (Peppe) Aprea

 

Ci sono partenze che sembrano allontanarci da casa e invece, lentamente, ci riportano proprio lì.

Sono partito da Ponza con l’idea di raggiungere un mondo lontanissimo, lo Stato di Roraima, in Brasile, la comunità cabocla dello Xixuau Xiparinà. Da Manaus abbiamo navigato lungo il Rio delle Amazzoni, imboccato il Rio Negro e viaggiato per tre giorni su un battello fino al Rio Solimões.
Tre giorni di acqua e foresta, lontano da tutto ciò che conoscevo. Tre giorni durante i quali la terra scompariva e il fiume diventava l’unica strada, mentre davanti a me si apriva un paesaggio così vasto da sembrare senza confini.

I fiumi amazzonici sono enormi, così vasti che in alcuni punti non si riesce nemmeno a vedere l’altra sponda. Navigando, si ha quasi l’impressione di trovarsi davanti al mare, l’acqua si estende a perdita d’occhio e la foresta sembra continuare senza fine.
Pensavo di essere arrivato in un mondo completamente diverso da Ponza. E invece, giorno dopo giorno, ho cominciato a trovare qualcosa di familiare.
L’acqua, innanzitutto.

Lì il fiume è una strada, si vive e ci si sposta sull’acqua, si aspetta una barca come a Ponza, un tempo, si aspettava un collegamento con la terraferma. Non è soltanto paesaggio, ma parte della vita.

Per gli spostamenti più brevi si usavano le canoe, indispensabili per raggiungere le abitazioni, attraversare i corsi d’acqua e muoversi tra la foresta e la comunità. Erano leggere e semplici, ma rappresentavano il mezzo più naturale per vivere quel territorio. Anche questo mi ha ricordato Ponza, il mare non come confine, ma come strada quotidiana.

Durante il soggiorno ho dormito nelle maloche, le loro capanne tradizionali, su una bellissima amaca colorata acquistata a Manaus. Dormire sospeso all’aperto, con solo un tetto di foglie sopra la testa, è un’esperienza unica. Ci si addormenta ascoltando i rumori della foresta e dell’acqua e ci si sveglia con le scimmie urlatrici, il cui verso potente attraversa la foresta e annuncia l’inizio della giornata. È qualcosa che difficilmente potrò dimenticare.

Ma la foresta non mostrava soltanto la sua bellezza. Mostrava anche il suo lato più selvaggio e pericoloso.

Ho visto caimani, bradipi, ara coloratissimi e serpenti tra i più velenosi. Ogni incontro ricordava che quello non era un semplice paesaggio, ma un ambiente vivo, nel quale ogni animale aveva il proprio spazio e il proprio ruolo.
Eppure, tra tutte le creature della foresta, ce n’era una che faceva davvero paura, il giaguaro.
Non l’ho mai visto, ma era proprio lui a incutere più timore. La sua presenza sembrava aleggiare nella foresta anche quando non appariva. Bastava nominarlo perché cambiasse l’atmosfera, non era soltanto un animale, ma il simbolo della forza e del mistero di quel luogo.

In quel contesto ho conosciuto Emanuela Evangelista, una biologa, vista anche come ospite a Geo & Geo, arrivata nella comunità per studiare le lontre giganti. Era partita con un obiettivo scientifico preciso, ma il rapporto con quel territorio e con le persone che lo abitavano l’aveva portata a fermarsi lì, scegliendo di vivere in Amazzonia.

La sua storia mi ha colpito profondamente. Non si era limitata a osservare quella realtà dall’esterno, aveva deciso di entrarci davvero, condividendone la quotidianità, le difficoltà e la bellezza. Il lavoro sulle lontre giganti era diventato anche un modo per difendere l’ambiente e la comunità, preservando un equilibrio fragile.
Ancora più forti sono state le persone. Ho incontrato gente capace di stare insieme e di trovare gioia nelle occasioni più ordinarie.

E poi i bambini.
Un giorno avevo con me soltanto un foglio di carta preso da un blocco per appunti. Mi sono messo a costruire aeroplanini. Da noi forse verrebbero dimenticati dopo pochi minuti, lì sono diventati una festa.
I bambini correvano, ridevano e me ne chiedevano altri. In pochi istanti erano diventati tutti miei amici. Quella scena mi è rimasta dentro.
Ho pensato ai nostri bambini, ai giocattoli, ai telefoni, ai videogiochi e alle tante cose che hanno a disposizione, ma che spesso non sembrano bastare mai. Noi abbiamo dato loro molto, forse qualche volta troppo, rischiando di togliergli la capacità di meravigliarsi per ciò che hanno davanti.
Non sono loro a essere cambiati, siamo noi adulti ad aver costruito un mondo nel quale avere qualcosa non basta più, bisogna avere sempre qualcosa in più.

Il viaggio mi ha messo davanti anche a un’esperienza più difficile da raccontare, ho assistito a un funerale.
Mi aspettavo dolore e disperazione. Invece ho visto persone addolorate, ma non disperate. C’era sofferenza, insieme a un’accettazione più naturale della morte come parte della vita, accanto alla nascita, al lavoro, al fiume e alla natura.
Non so se sia giusto o sbagliato. So soltanto ciò che ho visto e ciò che quella scena mi ha fatto pensare. Forse anche il nostro modo di vivere la morte è cambiato perché abbiamo perso, almeno in parte, il rapporto quotidiano con la natura e i suoi cicli.

E allora ho cominciato a pensare alla mia isola.
Per generazioni, anche Ponza è stata una comunità legata al mare, alla terra, al vento e alle stagioni. Si pescava, si coltivava, si costruivano barche, si partiva e si tornava.
Un pezzo di legno diventava un gioco, una barca tirata sulla spiaggia diventava un’avventura, un pomeriggio sul muretto bastava per stare insieme.
Forse è questo il filo invisibile che ho trovato tra l’Amazzonia e Ponza, un modo di vivere più vicino al territorio e ai suoi ritmi.

Lì ho visto bambini sorridere per un aeroplanino di carta e adulti affrontare la morte con dolore composto. Ho incontrato anche una donna che aveva scelto di restare per studiare quel luogo e difenderne gli equilibri. Mi sono chiesto se noi, che abbiamo così tanto, non abbiamo dimenticato il valore di ciò che ci circonda.
Anche Ponza rischia di farlo. Il turismo, la ricchezza e il desiderio di avere sempre qualcosa in più possono trasformare lentamente un luogo. Quando si perde il rapporto con ciò che lo rende speciale, si rischia di perdere anche una parte della propria identità.

In Amazzonia ho visto una natura immensa, ma fragile. A Ponza abbiamo un mare più piccolo, non per questo meno delicato. Lì il fiume è una strada da rispettare, qui il mare lo è stato per secoli.
Quell’esperienza mi ha ricordato quanto sia importante sentirsi parte del territorio. La scelta di Emanuela mi ha fatto capire che prendersene cura non significa soltanto studiarlo o raccontarlo, ma assumersi la responsabilità di viverci dentro, rispettandone gli equilibri.

Sono partito da Ponza per vedere l’Amazzonia. Ma, mentre tornavo, ho capito che non stavo semplicemente rientrando a casa, stavo tornando verso un luogo che credevo di conoscere e che invece avevo appena imparato a guardare.
Il regalo più grande non sono state soltanto le immagini della foresta, l’immensità dei fiumi, il Rio Negro o i tre giorni di navigazione. Sono stati quei bambini, gli aeroplanini di carta, le amache colorate, il risveglio al richiamo delle scimmie urlatrici, gli animali incontrati lungo il cammino e il timore del giaguaro, invisibile ma sempre presente.
E anche l’incontro con Emanuela, che aveva scelto di fermarsi lì per conoscere e difendere quel territorio.

Quando sono ripartito, l’Amazzonia è rimasta alle mie spalle, ma qualcosa di quel viaggio ha continuato a viaggiare con me. È arrivato fino a Ponza e mi ha fatto riconoscere, nel mare dell’isola, la stessa strada che avevo visto nei fiumi, nei suoi silenzi, la stessa forza della foresta, nelle sue fragilità, la stessa responsabilità.

Sono tornato da lontano con uno sguardo diverso.
E ho capito che, qualche volta, bisogna attraversare il mondo per accorgersi che casa non è soltanto il luogo da cui si parte. È il luogo che, dopo averlo perduto di vista, si impara finalmente a vedere.

 

NdR: tutte le foto a corredo dell’articolo sono dell’Autore