Scuola, cosa intendiamo quando parliamo di educazione linguistica
segnalato dalla Redazione, da la Repubblica
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Di Vanessa Roghi, già autrice di un articolo sulla Scuola, molto letto e molto commentato sul sito: Le problematiche della scuola multiculturale, ospitiamo un altro intervento, da la Repubblica di domenica scorsa.
Leonard Covello
Scuola plurale anche a parole
di Vanessa Roghi – Da la Repubblica del 23 agosto 2026
Dall’esempio di Leonard Covello fino all’istruzione di oggi per capire l’importanza delle lingue
Il 19 agosto 1982 moriva Leonard Covello, pioniere dell’educazione bilingue nella New York degli anni Venti e Trenta. Dalla Basilicata era arrivato nel 1896, a nove anni, con la madre e due fratelli, per raggiungere il padre emigrato.
Arrivato senza comprendere una parola d’inglese, aveva sperimentato non soltanto la difficoltà di una lingua sconosciuta, incontrata per strada e a scuola, ma soprattutto la vergogna che quella stessa scuola finiva per produrre nei confronti della propria lingua, della propria cultura e perfino dei propri genitori, soprattutto delle madri, donne dal capo coperto, vestite di nero. Molti anni dopo avrebbe scritto: «diventavamo americani imparando a vergognarci dei nostri genitori».
A partire da questa esperienza Covello rifiutò l’idea che, per diventare cittadini americani, i figli degli immigrati dovessero perdere la propria lingua.
Questa concezione avrebbe trovato una delle sue realizzazioni più importanti nella Benjamin Franklin High School di East Harlem, di cui Covello fu fondatore e primo preside. Non era però un progetto identitario limitato all’italiano: quando la presenza portoricana nel quartiere crebbe, Covello adattò a quella comunità lo stesso modello educativo, introducendo lo spagnolo. La sua storia, raccontata in Italia da Renato Cantore in Harlem, Italia e da Carmen Petruzzi in La scuola degli italoamericani, meriterebbe di essere riletta oggi.
Non tanto per suggerire analogie sempre deboli se confrontiamo il mondo in cui viviamo con quello di un secolo fa, quanto per recuperare una domanda che, da Alessandro Manzoni in poi, se vogliamo partire dalla costruzione dello Stato unitario, continua a interpellarci: la lingua è una questione identitaria o comunitaria? E identità e comunità coincidono?
Una questione che troviamo espressa magistralmente da Manzoni nel romanzo fondativo della nostra narrativa moderna e che porta con sé anche il problema di come risolvere il conflitto tra la lingua viva del popolo e la lingua del potere? Tra chi detiene una cultura popolare con cui comunicare e interpretare il mondo e chi detiene la lingua delle istituzioni perché una lingua comprensibile a pochi fa della cultura il privilegio di pochi. Quando don Abbondio cerca di fregare Renzo con il suo latinorum, qui, scrive Roberto Bizzocchi in Romanzo popolare , saggio dedicato ai Promessi sposi, «il potere si è fatto prepotenza e il latino si manifesta come la lingua del sopruso». La lingua di chi «sa, può, possiede, si mostra e comanda».
Perché il rischio di una lingua del sopruso esiste sempre, così come esiste la tentazione di usare la lingua per disciplinare ed emarginare, per fare nazione senza prendersi cura della comunità. La Costituzione all’articolo 3, afferma l’eguaglianza «senza distinzione di lingua» e, all’articolo 6, stabilisce che «La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche». Non fissa un elenco: sarà la legge 482 del 1999 a individuare dodici minoranze linguistiche definite «storiche», senza esaurire con questo la questione, più generale, dei diritti linguistici di ogni futura minoranza, banco di prova della tenuta della nostra democrazia.
Tullio De Mauro, in Minoranze linguistiche: questioni teoriche e storiche (1974), ricordava un rapporto riservato destinato al ministero dell’Interno nel quale si segnalava l’attività di un insegnante che, in una comunità grecofona dell’Italia meridionale, stampava materiali in greco per mantenere viva quella tradizione linguistica; si precisava però che, «nonostante» questo, era un buon cittadino e un buon cattolico. Dietro quel ma, osservava De Mauro, stava una convinzione profonda: chi parla diversamente può essere sospettato di non appartenere pienamente alla comunità. Per De Mauro, invece, la varietà delle lingue non è un incidente da correggere, ma una condizione normale dell’esperienza umana. Il rischio, altrimenti, è guardare le lingue e dimenticare i parlanti. Se si mettono al centro gli individui concreti, le lingue che già possiedono e quelle di cui hanno bisogno per comunicare, anche la scuola cambia funzione: deve partire dall’identità linguistica dell’allievo per svilupparne capacità comunicative più ampie. De Mauro osservava inoltre che l’immigrazione aveva creato nuove minoranze linguistiche alle quali una politica dei diritti non poteva non guardare. E questo ci riporta a Covello ma anche al nostro oggi. A poche settimane dall’inizio del nuovo anno scolastico, alcune dichiarazioni del ministro dell’Istruzione, nonostante le stesse Indicazioni nazionali valorizzino la pluralità linguistica, ci costringono infatti a porci ancora una volta la stessa domanda: che cosa intendiamo quando parliamo di educazione linguistica? Un tema serio, che meriterebbe un dibattito serio: perché insegnare una lingua significa offrire uno strumento di partecipazione, non definire la misura dell’appartenenza a una comunità.
[Vanessa Roghi, da la Repubblica del 23 agosto 2026]
Vanessa Roghi è storica e autrice di programmi di storia per Rai Cultura. Bodini Fellow presso l’Italian Academy della Columbia University dal 2020 al 2021, è una ricercatrice indipendente. Ha scritto, tra gli altri, La lettera sovversiva. Da don Milani a De Mauro, il potere delle parole (2017), Piccola città. Una storia comune di eroina (2018), Lezioni di Fantastica. Storia di Gianni Rodari (2020), Il passero coraggioso. «Cipì», Mario Lodi e la scuola democratica (2022) per Laterza e Voi siete il fuoco. Storia e storie della scuola (2021) per Einaudi Ragazzi. Ha pubblicato per Mondadori Eroina. Dieci storie di ieri e di oggi (2022) e per Sellerio Un libro d’oro e d’argento. Intorno alla Grammatica della fantasia di Gianni Rodari (2024) [dalla scheda dell’Autore su www.mondadori.it]