di Federico Barbieri
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Vagando per i carruggi di Genova incrocio un ometto vestito strano, all’antica. Pantaloni di velluto blu a righe gialle larghi alle cosce e stretti al ginocchio, giubbetto sempre di velluto dello stesso colore, stretto sui fianchi, le spalle a sbuffo, ricami ai polsi e attorno ai bottoni dorati. Un cappellaccio scuro gli copre il volto, cammina svelto col busto un po’ chino. Lo seguo.
Sgattaiola tra i vicoli con passo sicure, le gambette magre e arcuate rese ridicole dalle calze gialle come le righe delle braghe. Destra, poi sinistra e ancora destra, quando sbuca in una piazzetta. Un gruppo di turisti è impegnato a fotografarsi l’un l’altro sulla scalinata di un famoso palazzo.
L’ometto si ferma, li guarda, allarga le braccia sconsolato e alza lo sguardo al cielo imprecando e scuotendo la testa. Poi riparte con il suo passettino frenetico.
Altri vicoli, raggiunge una panetteria il cui ingresso è bloccato da una fila di turisti in attesa della focaccia nella bottega storica. La scena si ripete: l’ometto allarga le braccia, alza lo sguardo e impreca in dialetto ligure! Poi si rimette in moto.
Raggiunge una piccola chiesa, entra e va a inginocchiarsi sui banchi. Qui comincia a battersi il petto e recitare una litania come una penitenza. Continua per diversi minuti aumentando la forza dei pugni e il tono della voce.
Quando si alza per andare verso l’uscita lo intercetto: – Messere mi scusi l’ardire, posso avere l’onore di conoscere il suo nome?
– Cristoforo, per servirla.
– Ma, se posso, cosa l’affligge così tanto?
– G’ho feto un bel belinon!
– Cioè?
– Ò scoverto l’America!







