A proposito dell’umanità caduta in un circuito letale
di Francesco Ferraiuolo
Leggendo quanto ha preceduto sul tema (L’umanità in un cortocircuito letale. Come uscirne?), mi sembra che il punto vero non sia soltanto constatare la fine di un mondo, ma decidere se questa “apocalisse normale” debba essere subita o possa diventare, almeno in parte, un passaggio di trasformazione. Non credo a una nuova “arca di Noè” che azzeri tutto per poi ricominciare daccapo: non possiamo, e non dobbiamo, buttare a mare le conquiste di pensiero, di civiltà, di scienza, di tecnologia, né le fatiche morali che ci hanno portato fin qui. Sarebbe un tradimento della storia umana. Dobbiamo ripartire dal livello raggiunto, riportando ciò che abbiamo creato – politica, economia, religioni, tecnologie, perfino l’I.A. – dentro un orizzonte più autenticamente umano.
Per farlo serve una consapevolezza nuova: ricordarci che, prima degli algoritmi, dei mercati e dei poteri impersonali, ci siamo noi, esseri umani, responsabili e protagonisti di questo mondo. Non individui isolati, ma persone capaci di esercitare un intelligente buon senso, risorsa antica e insieme rivoluzionaria. Il buon senso – diffuso, condiviso, quasi una nuova “religione laica” – significa rifiutare gli estremismi, gli egoismi di parte, le narrazioni tossiche costruite per alimentare lo scontro. Significa tornare a misurare le scelte sul criterio semplice del bene comune: ciò che distrugge la convivenza va fermato; ciò che la alimenta va sostenuto, anche se non porta vantaggi immediati al proprio “campo”.
In questo senso capisco De Magistris quando non si affida più alla politica tradizionale, svuotata e spesso eterodiretta da poteri altri. Ma proprio per questo, se chi ha visto il caos dall’interno si ferma solo all’analisi e non osa indicare vie, lascia un vuoto pericoloso. L’appello agli individui, da solo, rischia di suonare come una resa elegante. Eppure, nella società, le persone di buon senso ci sono. In ogni ambito – scuola, sanità, giustizia, impresa, cultura, amministrazione – esistono uomini e donne che lavorano con serietà, che non si piegano alle menzogne, che cercano soluzioni invece di conflitti. Sono minoranza, spesso sopraffatta da chi urla di più. La vera sfida è che questa minoranza diventi una maggioranza disseminata e diffusa, capace di incidere nei luoghi dove si costruisce il futuro con decisioni appropriate.
Ai competenti commenti di Russo e Moroni si è aggiunto anche quello della Denurra che sottolinea come l’inerzia della politica sia ormai ingiustificabile di fronte a una situazione che merita il nome giusto: emergenza. Un’emergenza che, forse, non è più riparabile. L’acqua del mare, anche in Sardegna, ha temperature mai sperimentate; e ora si attendono i cosiddetti eventi estremi. Questo non è un dettaglio meteorologico: è la prova tangibile che la nostra civiltà sta toccando un limite. Se la politica resta inerziale, se non riesce a costruire un fronte comune, allora il buon senso non è più solo una virtù privata: diventa una necessità pubblica.
La crisi climatica, sociale e culturale è il banco di prova della nostra maturità. Non si affronta con slogan, né con nostalgie, né con rassegnazione. Si affronta con una cultura diffusa della responsabilità, con la capacità di smascherare le narrazioni tossiche e di riportare la politica entro un orizzonte umano. E qui torna centrale il fatto che la risposta non è l’azzeramento della civiltà, né la nostalgia di un mondo che non tornerà. La via è far crescere quella maggioranza diffusa di buon senso, fino a renderla capace di orientare le scelte collettive.
In concreto, significa disseminare la cultura del buon senso attraverso un’azione educativa a tutto campo, che parta dalla scuola e dalle agenzie formative e raggiunga i luoghi dove si costruisce la cittadinanza: associazioni, media, istituzioni, comunità locali. Una semina lenta ma continua, che restituisca centralità alla persona, alla verità dei fatti, alla responsabilità verso gli altri e verso il pianeta. Non è spettacolare, non fa titoli di giornale, ma è l’unica strada che non tradisce ciò che siamo e ciò che abbiamo imparato.
Forse la “nuova speranza” non è un grande progetto salvifico, ma una pratica ostinata e quotidiana di buon senso condiviso. Se coltiviamo questa consapevolezza – invece di coltivare soltanto l’angoscia – allora sì che ci possiamo affidare alla speranza, e ciò nonostante la complessità umana.
Non possiamo fermare “l’apocalisse normale”, ma possiamo impedirle di diventare disumana. Il buon senso, l’onestà intellettuale e la responsabilità condivisa sono gli strumenti più antichi e più rivoluzionari che abbiamo. Se li coltiviamo, la speranza non sarà un’illusione, ma una scelta.

