Del Gizzo Guido

Overtourism, proviamo a chiamare le cose con il loro nome

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di Guido Del Gizzo

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La cosiddetta Industria del Turismo non produce nuova ricchezza: si limita a redistribuirla, al prezzo dei beni ambientali e culturali che consuma.
I cosiddetti operatori turistici si appropriano di una quota di ricchezza prodotta altrove, vendendo, in vario modo, la fruizione della risorsa ambientale e culturale di proprietà collettivaspesso senza alcun controllo.

Precisato questo dettaglio non irrilevante, come punto di partenza, proviamo a ragionare sulla dinamica fisiologica di questo comparto di attività economica, che presenta due specifiche caratteristiche antropologiche.
La prima è che è basato in larga parte su iniziative di autoimpiego: che vuol dire che, in larga misura, parliamo di persone che si sono letteralmente inventate un lavoro, per ovvie esigenze di sopravvivenza.
La seconda caratteristica è che quando si insedia in una località, soppianta in breve tempo tutte le altre attività economiche: qualsiasi attività turistica è più reddittizia e meno faticosa che spaccarsi la schiena nei campi o in miniera, come sanno bene i Maremmani.

L’operatore turistico, inoltre, vende una risorsa che non gli costa nulla e, di conseguenza, cerca di venderne il più possibile. Naturalmente, si organizza: ottimizza i costi e cerca di ampliare il suo bacino di utenza.
All’inizio, il rapporto qualità/ prezzo della sua offerta è molto alto, è attrattivo e convincente : una volta acquisito uno spazio di mercato, però, la logica implacabile della domanda e dell’offerta impone la considerazione che un rapporto qualità/prezzo più basso porta all’aumento degli utili.
Meno qualità, minori costi per l’erogazione del servizio – a cominciare dalla manodopera che può essere comune, anziché specializzata – quindi prezzi più accessibili: così si allarga il bacino di consumo e aumentano gli utili.
Solo pochi operatori riescono a mantenere prezzi elevati e questo lascia spazi enormi, a chi vende lo stesso servizio a prezzi più bassi.
Ripetiamo: la risorsa ambientale e culturale collettiva non gli costa niente.

Il cosiddetto overtourism è solo lo sviluppo fisiologico delle attività turistiche, che siano affitti brevi di case o barchini, fast foods o vendita di gadgets di provenienza cinese.

Il turismo dipende da due fattori essenziali :
– l’esistenza di un potere d’acquisto destinabile ad esso: la tendenza del periodo non è favorevole
– la resistenza dell’ambiente e delle ricchezze culturali: esaurite queste, si sposta e lascia degrado ambientale e culturale.
Ogni tanto, come in questo 2026, è «drogato» da una situazione internazionale che suggerisce di ridurre gli spostamenti e le destinazioni nazionali, come Ponza, ne traggono vantaggio: ma si tratta di fiammate che solo gli stupidi scambiano per tendenze.

La domanda che ha senso porsi oggi non è quanto turismo si possa sopportare, o per quanto tempo, o come limitarlo : la domanda essenziale è che alternative esistono, al punto in cui siamo.

Non si torna indietro: nessuno ritornerà all’agricoltura eroica (adesso la chiamano così) delle parracine, né a pescare, ammesso e non concesso che ci sia ancora pesce da pescare intorno all’isola.
I giovani non saprebbero da dove cominciare e comunque non gli passa neanche per la testa: né i loro genitori sarebbero in grado di formarli, dopo due generazioni cresciute con l’ansia di fare altro.
E allora ?
E allora si può solo andare avanti: ricerca, innovazione, nuovi servizi e prodotti e magari la consapevolezza, originale per gli operatori del comparto, che la risorsa ambientale non è illimitata.
Serve una presa di coscienza e una discussione collettiva, un progetto condiviso, un’amministrazione capace e a cui si lasci il tempo di svilupparlo.

Auguri per il Ferragosto.

Nella foto qui sopra: Barche a Sant’Antonio, alle h 22 del 14 agosto 2026

Immagine di copertina. The ship of the fools, di Michael Bedard (1949), famoso illustratore canadese)

2 Comments

2 Comments

  1. Sandro Russo

    15 Agosto 2026 at 07:07

    Guido ha scelto un’immagine dell’illustratore Bedard per il suo articolo: La nave dei folli. A me con sensibilità da giardiniere ne era venuta un’altra, parlando di piante, in un articolo del luglio scorso (leggi qui):
    “Ebbene, a mio modo di vedere – alla Chance, Peter Sellers, il protagonista del film “Oltre il giardino” – il fenomeno dell’overtourism somiglia a un’infestazione di cocciniglia su una pianta (ne ho avute sul limone, sul pitosforo). I parassiti ci si trovano bene benissimo, si moltiplicano a dismisura su un ramo della pianta fino a che quello non si dissecca e muore. Poi si spostano su un altro ramo. Qualche volta (spesso) muore tutta la pianta, trascinando con sé i parassiti e… festa finita per tutti! (alcune foto nell’articolo di riferimento)

  2. Biagio Vitiello

    15 Agosto 2026 at 10:40

    Ho letto l’analisi di Guido Del Gizzo e condivido quasi tutto.
    Avrei qualcosa da dire sull’accenno che fa all’agricoltura eroica. Certo non può essere una risorsa economica (neanche lontanamente è paragonabile al turismo), ma è una necessità – un’urgenza, direi – ai fini della preservazione del territorio. La cura delle parracine e l’incanalamento delle acque piovane possono incidere sul dissesto idro-geologico molto di più di tanti interventi “dall’alto”.
    Poi diciamo “overtourism” e pensiamo alla folla di imbarcazioni nelle rade e alla ressa sul Corso la sera, ma qualcuno ha fatto una analisi reale di come è andata/sta andando la stagione?
    Per esempio i miei affitti brevi sono andati molto male (cosa che non si era mai verificata prima, eppure i prezzi applicati sono sempre gli stessi). Altra cosa che non mi è mai successa: ci sono state pochissime richieste per il giardino botanico, il che è compatibile con il turismo di Ponza, prettamente giovanile e non interessato alla botanica.

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