Ambiente e Natura

Di Bixio e del suo Doppio

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di Tano Pirrone, 24 luglio 2026

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Ringrazio Sandro per l’invio via chat di “prodotti” dell’ottimo amico Bixio: una foto ed un articolo. Tutti fiondati sull’articolo: la pietas, i significati sociali, l’identificazione dell’autore nel personaggio descritto, il significato sociale che definisce la collocazione dell’autore e ne disegna i tratti personali umani, la sensibilità nei confronti dei fratelli e delle sorelle che soffrono; apre finestre sul recondito passato e crea le rughe sanguigne di un presente di intime sofferenze e futuri oscuri.

Non è difficile apprezzare un gesto letterario di partecipazione emotiva per chi non ha nulla, povero in canna, consumato nell’animo e nel corpo: esiliato nei tempi bui e dolorosi della condizione reietta di povero, cencioso e puzzolente, scarto umano, monco il linguaggio senza un adeguato alfabeto per mettere insieme un lamento decente e comprensibile; privato dalla forza di spingersi oltre il bisogno più elementare: coprirsi d’inverno, mangiare perché il corpo lo richiede, alternativa la morte a breve; scarto umano e non solo, che compagne e compagni nelle sue condizioni abbondano e crescono; cascami di una società che ha forze di selezione inarrestabili e inarrestate.

Non è difficile esprimere pietà e amarezza, che generanno rabbia e antagonismo, soprattutto se si è, ben protetti, teneri e partecipativi, solidali.

Bixio con una piccola geniale invenzione supera lo standard e s’incarna nel reietto, ci offre un quadro realista dei giorni nostri, senza lebbra senza peste, solo con la povertà estrema, steso per terra, con la testa appena sollevata, ma armato di una matita e di un pezzetto di carta, per affermare il diritto salvifico della scrittura, strumento strategico di conoscenza di sé e del mondo, filtro necessario e geniale per trasformare il nostro piccolo mondo nell’insieme conturbante dell’infinito agglomerato universale.
Scompare Pitocco, l’Iro odisseico cattivo e reietto e sorge Ulisse, mendicante per necessità e virtù. Consapevole della nuova forza e famelico dell’occorrente esperienza di vedere e conoscere il mondo da sotto in su, a dieci centimetri da terra, coperto da cieli perduti e incomprensibili folle fantasmatiche. Vede e annota, conosce e si conosce, si conferma: tutti viviamo sull’orlo di un abisso, il vuoto della privazione di ciò che serve, che ci tocca, di cui abbiamo vitale importanza, che ancor più bramiamo perché ci viene negato; le cose perdute sono figlie della perdita più grave, del credito che noi siano tenuti ad avere con noi e di ciò che di umano ancora consistiamo. La caduta si salva, si oblitera quasi sollevando la testa di 10 centimetri e stringendo un piccolo bastone con una mina, capace di lasciare su carta i segni, gli indizi di ciò che siamo, di ciò che potevamo essere e di ciò che non siamo stati e non saremo forse mai.
Questa la seconda bella fotografia, e la prima?

La prima è quella che infiora un articolo redazionale del 19 ultimo scorso: Meteo & Foto (287). La settimana dal lunedì 20 luglio. Arricchiscono, precedendolo, lo scarno testo tecnico, alcune foto: sei per l’esattezza – ne avrei messe sette, una per ogni giorno (ma le mie necessità compensative sono mie e non obbligano nessuno); sei foto, dicevo belle, ma una è non soltanto bellissima, ma è “quasi un autoritratto” o un’inconscia confessione ed è certamente compensazione e completamento, quasi inconsapevole esegesi dell’altra.

Io nelle mie vite ho dedicato tempo e anima alla fotografia, poi, in fila per vivere nel supermercato della vita, nel mio fiorito e contraddittorio suq, ho ceduto il passo ad altro, ma in casa, sepolte ci sono tante mie foto che chiedono di uscire, respirare vedere ed essere viste, secondo natura; questa pressione produce forza vitale, costringendomi a fare altro, che fare foto è faticoso per la mia età, così scrivo – cazzi vostri – articoli estortimi da Sandro o flussi necessari di sfogo per tutto ciò che è letto pensato elaborato; scrivo e pubblico poesie, tenendomi più su dei famosi – ormai – 10 centimetri, ché ogni volta avrei bisogno di un argano per tornare nella faticosa posizione verticale (bei tempi quelli dell’uomo verticale!).

Ma torniamo alla foto di Bixio: bellissima, al di là forse delle stesse intenzioni dell’autore. E qui mi chiedo se l’ha scattata prima di scrivere l’articolo e, se si, quanto prima (…Bixio, se ci sei batti un colpo!).
La foto è l’inversione dialettica dell’altra: comprende un mondo concluso, con mete chiare e prossime, raggiungibili, e spazi che sappiamo essere percorribili dall’autore: quel mare chiuso appena increspato e il punto di osservazione: forte, possente, munito, illuminato, dotato di una garitta a precipizio sul quel che mare che aspetta paziente, al contempo conosciuto e attraente. L’autore sta in una fortezza, che forse lo costringe, ma certamente lo difende, e tutti, anche quelli grandi e grossi, abbiamo bisogno dei piedi poggiati sul sicuro, permettendoci con il pensiero di volare lontano, su altre terreferme, attraverso mari che conosciamo, o abbiamo curiosità o necessità di conoscere; di essi conosciamo i colori cangianti, i rumori, gli odori, i sapori; come liquido amniotico, che ci ha nutrito e protetto, che ancora, senza darcene avviso, ci mantiene in equilibrio, quel tanto che basta per guardare la vita negli occhi senza paura, con complicità e gratitudine.

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