di Sandro Russo

per la prima parte, leggi qui
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Eravamo su un treno, ricordate? …che correva nella notte, nella Cina profonda…
Fu una notte indimenticabile! Si mobilitò lo scompartimento e quelli vicini, tutti a cercare una soluzione. L’atmosfera era amichevole, ma lo sconforto montava per non riuscire in nessun modo a comunicare e a capirsi, mentre la capotreno piagnucolava da una parte, nella prospettiva di chissà quale punizione…
Quella che seguì è una vera storia di viaggio con suspense… ci buttammo giù dal treno alla prima fermata possibile nel profondo di una Cina sconosciuta, senza punti di riferimento geografici, culturali e linguistici.
Il posto si chiamava Leng Sui-tan (nome mai più dimenticato!). Come si dice: nel bel mezzo del nulla.
Tentativi di raggiungere l’agognata Guilin in taxi: a vuoto; lite con il tassista che non sapeva e non capiva niente, ci aveva portati nel posto sbagliato e voleva essere pagato doppio, con cui venni alle mani; ritorno alla stazione di Leng Sui-tan. Lunga attesa del treno in senso contrario, in stazione, oggetto della curiosità dei locali, non ostili, ma invadenti e curiosi come scimmie. L’esperienza di prendere un treno in Cina, dove una via alternativa alle portiere è salire (e scendere) dal finestrino. E infine un tragitto di diverse ore da viaggiatori hard.
Insomma a Guilin arrivammo, ma con l’impressione di aver creato senza volerlo “un caso internazionale” per cui qualcuno avrebbe pagato, e che essersi persi due viaggiatori fosse stato uno smacco enorme per la Cina Travel Agency. A giudicare dall’espressione di sollievo sul volto della guida di Guilin che ci prendeva in carico con quasi ventiquattr’ore di ritardo.
Ma la considerazione cogente è: sarei in grado ora di far fronte a quegli imprevisti, con forze e capacità di adattamento declinanti?
Sarei ancora capace di spingere un taxi che si era fermato, in partenza da Varanasi (India), insieme all’autista e l’aiutante, e restare senza fiato a guardarlo partire, con l’autista salito al volo, con tutti i bagagli e i documenti a bordo. Ma per fortuna quella volta l’autista tornò indietro, disse – Sorry! – con molto garbo, ridendo con gli occhi e muovendo la testa di lato, just like an indian – e ripartimmo…
Leggi qui: Viaggio in India (1). Navigator.
Quello stesso viaggio – in solitaria, senza bagagli e ancora senza computer; solo uno zaino in spalla – fu indimenticabile per molti versi. Ero partito da Colombo (Sri-Lanka), all’indomani dell’11 settembre 2001 – e sperimentai in diretta, negli aeroporti indiani, il montare della psicosi dopo l’attentato alle Torri Gemelle. Quando i solerti controllori indiani – la burocrazia indiana è la più asfissiante del mondo – dopo numerose e accurate ispezioni dei bagagli, perquisivano tutti, uno per uno all’uscita dall’edificio sulla pista; poi li vedevi correre, in tre o quattro con tavolino pieghevole in spalla e improvvisavano un ultimo controllo alla base della scaletta prima di salire sull’aereo. Cose così…
Con le limitazioni dell’età come la mettiamo?
La più nota è legata al noto difetto di fabbricazione della specie umana genere maschile in cui l’ipertrofia prostatica, qualche volta già a partire dai 60 anni, porta alla necessità di urinare con frequenza. Questi “viaggiatori” sviluppano un occhio particolare per tutte le strutture (aeroportuali e non) che permettano di svuotare la vescica; in natura per i recessi, i cespugli, gli alberi dai grossi tronchi dove nascondersi per liberarsi. Né dal problema sono esenti le donne, per motivi fisio-patologici diversi, che determinano una impellenza consimile.
E le malattie impreviste, che si presentano durante un viaggio?
Come quella volta che mi presi una brutta gastroenterite a Chang Mai e la mia compagna di allora, negata per le lingue, scoprì che poteva farsi capire parlando in dialetto ponzese nel bel mezzo della Thailandia e portò in albergo, oltre alle medicine buone, brodini, frutta e altri generi di conforto. Vabbè! Qui ho una certa sicurezza; essere stato medico nella vita precedente aiuta molto!
Accesso a un tempio, a Chiang-Mai (Thailand)
Due miei amici furono colti da una irrefrenabile diarrea durante un viaggio di ritorno dallo Sri-Lanka in Business class. Narrazione ‘colorita’ della mia amica che alla mia domanda: – Ma come è andata a finire? – ha risposto: – Penso che hanno dovuto buttare l’aereo!
Gli scambi con gli amici con cui ho viaggiato recentemente mi rinfrancano un po’. C’è chi ha limitazioni funzionali importanti, ma una volta accettato di intraprendere il viaggio, fa della diversità una forza e non la fa pesare agli altri. Questo è importante; da imparare e tenere a mente. Un’amica con gravi problemi alle ossa e alle articolazioni che prende l’assistenza aeroportuale agli invalidi come un gioco e fa marameo! con la mano sul naso agli amici quando li supera nelle file.
Per non parlare delle più comuni limitazioni visive a auditive. Si può anche riderci sopra, per il fatto di vivere in un mondo dai contorni più sfumati, come se fosse una realtà aumentata; e anche “capire una cosa per un’altra”, si presta a giochi di parole e di senso che altrimenti non si sarebbero sperimentati. Anche qui bisogna alzare un po’ la soglia di sopportazione, da parte del titolare e dei compagni di viaggio.
La mia esperienza è che si stabilisce un bel rapporto con i compagni di avventura, molto più di quanto accadesse nei viaggi in gioventù e in età adulta. Ci si capisce, ci si aspetta; le difficoltà da superare sono vissute come una prova di resilienza, mai di debolezza.
Ho messo insieme questi ricordi che stimolarne altrettanti da parte dei lettori viaggiatori, sulle loro difficolta a viaggiare, a cosa è cambiato nel corso degli anni. Certo bisogna misurare le forze e non tentare gli azzardi che prima erano il pepe del viaggio. Alcune limitazioni, viaggiando da vecchi bisogna metterle in conto, per evitare delusioni; ma è pur vero che nella storia dell’umanità gli ‘anziani’ della mia generazione sono i primi a poter fare questi discorsi. La nostra è un’età sperimentale, nel senso di Erri De Luca.
Personalmente ho sviluppato uno sguardo più benevolo verso i gruppi di americani, giapponesi o sud coreani che vedo in giro per Roma, tutti anziani – qualcuno obeso o claudicante – vestiti in modo abbastanza ridicolo, dietro ad una signora con la bandierina. – Neanche viaggiatori, turisti! E della peggior specie… – pensavo: – Riccastri, intruppati, forse in gita aziendale (le peggiori!). Ma ora con una consapevolezza allargata li metto nella categoria dei quasi-eroi per affrontare – malgrado l’età -, un cambiamento delle loro abitudini, l’apertura alla diversità, fastidi e disagi di ogni tipo. Eppure ancora attirati dal nuovo e dalla curiosità.
Ripensandoci ancora, a fronte di tante cose che si sono perse, posso apprezzare, nei miei viaggi da vecchio, il passo più lento e le soste necessarie come un’occasione per fermare l’attenzione; per arricchire le riflessioni. Uno dei pensieri – messi da parte progetti futuri e condivisioni con altri – è che quello che sto facendo sarà probabilmente l’ultimo viaggio in quel posto; e questo gli dà un valore maggiore, addirittura unico.
Questo l’ho imparato dal mio amico Umberto, molti anni fa, quando l’ho accompagnato per la prima e l’ultima volta a vedere Ponza, di cui tanto gli avevo parlato. Lo ricordo fermo, un bel po’ distante da noi che lo accompagnavamo, a guardare nel profondo del paesaggio davanti a lui. E quando il ritardo si protrasse, guardai preoccupato Patrizia, la moglie, che la prima volta mi disse solo: – Aspettiamo! – Poi non chiesi più.
Il romanzo di Paul Bowles Il tè nel deserto (The Sheltering Sky, 1949) da cui il film del 1990 diretto da Bernardo Bertolucci
Molte cose le avevano già scritte gli scrittori di viaggio, ma fino a che non ne ho fatto esperienza diretta, avevano scritto invano. Qui Paul Bowles, ne Il the nel deserto (The Sheltering Sky; 1949):
“Non sappiamo quando moriremo e quindi pensiamo alla vita come a un pozzo inesauribile. Eppure tutto accade solo un certo numero di volte. Quante volte ricorderemo un certo pomeriggio della nostra infanzia, un pomeriggio che è così profondamente parte di noi che non potremmo nemmeno concepire la nostra vita senza? Forse quattro o cinque volte, forse nemmeno. Quante volte guarderemo ancora sorgere la luna piena tra le dune del deserto? Forse venti. Eppure tutto sembra senza limiti”.
L’immagine di copertina è tratta dal film:
Ella e John (The Leisure Seeker, film del 2017 diretto da Paolo Virzì, al suo primo film in lingua inglese. Con protagonisti Helen Mirren e Donald Sutherland, è l’adattamento cinematografico del romanzo del 2009 In viaggio contromano (The Leisure Seeker), scritto da Michael Zadoorian, edito in Italia da Marcos y Marcos.
Ella e John sono moglie e marito ottantenni, che decidono di sfuggire alle cure mediche che li separerebbero negli ultimi anni della loro vita. Salgono così sul loro camper, soprannominato The Leisure Seeker (“il cercatore di svago”), e si mettono in viaggio da Boston verso Key West, dove c’è il museo della casa di Ernest Hemingway, di cui John, affetto da demenza, è appassionato (informazioni da Wikipedia)
[Ritratto del viaggiatore, da vecchio (seconda parte) – Fine












Francesca Denurra
24 Giugno 2026 at 20:36
Sandro, ti faccio i complimenti, cui si associa mia sorella Teresa, per i tuoi resoconti di viaggi delle persone anziane.
Ogni volta, prima di partire, mi chiedo sempre se ce la farò.
Non dimentico quella volta, pochi anni fa, che nel cuore della notte, appena atterrate, non riuscivamo a uscire dall’aeroporto di Vienna, deserto, data l’ora. Per non dire della frattura di femore, per una caduta surreale, durante il mio recente viaggio a Barcellona, sempre con mia sorella. Chapeau alla Sanità spagnola!
Anna D'Elia
27 Giugno 2026 at 09:21
Grazie Sandro! Sei sempre così arricchente coi tuoi racconti e ispiri riflessioni e ricordi, susciti la voglia di approfondire le cose che non conosco e di partire e di scrivere!
Apprezzo l’autenticità e nonostante non ci conosciamo tantissimo, ti riconosco in ogni parola.
Entro stasera spero di mandarti un mio breve testo, predisposto in relazione al tuo che trovo bellissimo.
Un abbraccio!
Claudio Visentin
27 Giugno 2026 at 09:25
Sì, un testo molto denso e ricco. Si sente esperienza sotto.
Rita Gasbarra
27 Giugno 2026 at 09:34
Mi aggrego ai complimenti e leggerò con piacere ed interesse i racconti particolareggiati. Mogadiscio meriterebbe spazio per i tanti riferimenti storico politici, arricchiti dallo sguardo di un medico. Condivido le perplessità del viaggiatore “agée”. “Ce la farò? Sarò al passo con gli altri?”
Tarli che hanno cercato di sabotare il nostro recente viaggio in Patagonia… Poi parti, e tutto prende, ancora, la giusta forma.
Elena Ruggieri
28 Giugno 2026 at 11:46
Ciao Sandro
Con che delicatezza descrivi quel senso di vivere l’attimo con la consapevolezza che il posto che ci ospita non offrirà necessariamente un bis…
La lentezza dell’età è una conquista che nulla toglie ai “quasi eroi” che eravamo (che qualcuno era) ma tanto dà al viaggio anche nella dimensione della compagnia che ci supporta.
Grazie dei pensieri!
Gabriella Nardacci
30 Giugno 2026 at 08:17
Sai di quei nodi in gola che impediscono un respiro profondo? Ecco… ho letto i tuoi articoli in questo modo. Qui occorre un commento che non si limita solo alla gratitudine e al riconoscerne la valenza e la tenerezza dei gesti e dei pensieri che accompagnano la tua vita ora… I miei viaggi sono molto diversi dai tuoi. I miei sono “sedentari”, ma ti assicuro, che si muovono come i tuoi e mai come in questo momento che vivo, mi sento vicina a te. Occorrerebbe scrivere un pezzo di risposta al tuo, ma sarebbe troppo nostalgico e particolarmente interiore. Ti tedierei… Spero tu stia bene.
È sempre più piacevole leggerti. Un abbraccio ❤️