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Le donne iraniane con il velo in pugno

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segnalato da Tano Pirrone da Il Foglio

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L’articolo di Priscilla Ruggiero su Il Foglio di ieri tratta in modo ampio e comprensibile sull’orgia di sangue e di sopraffazione cui le donne iraniane sono state sottoposte dal giorno in cui l’infame Komeini prese possesso, grazie all’Occidente, di quel grande Paese che è l’Iran. L’articolo presenta il documentario “A War On Women” che dovrebbe andare nei circuiti a partire da domani.
T. P.

Des gens manifestent dans le centre de Téhéran, en Iran, le 19 septembre 2022, en réaction a la mort
de Mahsa Amini 3 jours plus tôt. (foto le Monde)

 

Un velo in pugno contro la guerra del regime sui corpi delle iraniane
di Priscilla Ruggero – Da Il Foglio quotidiano, 27 maggio 2026

La guerra del regime sui corpi delle iraniane

Azam Jangravi simula il momento in cui nel 2018, nella via di Teheran simbolo della rivoluzione, via Enghelab, è salita su una cabina elettrica per sventolare il suo velo bianco.
“Non riesco neanche a spiegarti quanto avessi paura”, dice alla regista iraniana Raha Shirazi mentre mette un piede dietro l’altro su una scatola bianca – sapevo che sarei stata arrestata – “dovevi rimanere lassù finché non fosse accaduto”. Era quello che era successo a tutte le “ragazze di via Enghelab” che lo avevano già fatto prima di lei. L’attivista iraniana, che oggi vive in Canada, racconta che in quel momento, quando ha guardato le persone intorno a lei e ha alzato in pugno il velo, si è sentita “la donna più potente del mondo: una donna normale, una ragazzina viziata, una donna che ha paura del divorzio, una donna i cui fratelli dicono cosa può e non può indossare, una donna cui il marito non ha permesso di studiare, una donna che, ogni volta che va a letto con suo marito subisce uno stupro. Una donna che è stata abusata da tutti”. Non era solo per il velo, era per tutte le difficoltà che aveva dovuto affrontare: era salita lassù per essere vista, guardateci, siamo qui e siamo innocenti, molte di noi sono in prigione senza aver fatto nulla, con la sola colpa di esistere.

La regista e sceneggiatrice iraniana-canadese Raha Shirazi dedica i primi minuti del suo documentario A War on Women, in sala dal 28 maggio, proprio alla potente immagine simbolica dell’hijab, il velo, e i video girati clandestinamente nel paese da persone anonime, tiene la telecamera accesa nel momento in cui lo ricevono.
Il velo in Iran è il simbolo di tutto e devi essere una donna per capirlo, “lo odio”, dice l’attivista Masih Alinejad, “ma allo stesso tempo mi dà la forza quando le donne lo sventolano”, “il velo è una scelta”, dice l’attivista Elaheh Tavakolian, colpita a un occhio da un proiettile durante una protesta contro il regime iraniano.
Shirazi ripercorre nel corso dei decenni la guerra contro le donne iraniane – il termine guerra ritorna in tutto il documentario, in ogni testimonianza delle sue narratrici – lo spazio per le loro libertà individuali che nel corso della storia si fa sempre più piccolo.
Mahnaz Afkhami racconta quest’involuzione sulla propria pelle: è stata la seconda donna al mondo a ricoprire la carica di ministra per le Politiche delle donne nel 1976, non ha mai saputo cosa significasse il velo obbligatorio, nelle immagini di archivio è visibilmente a suo agio, l’unica donna tra venti uomini al governo, con la sigaretta fra le dita e una perfetta messa in piega. Ricorda una generazione di lotta iniziata con l’istruzione, che non era permessa, poi quella per essere ammesse all’università fino alla richiesta di partecipazione politica: le donne “cercavano di costruire un’infrastruttura elettorale mentre lavoravano per ottenere il diritto di voto”, dice Afkhami.

Tutto era pronto, poi la rivoluzione dell’ayatollah Khomeini fu l’inizio della fine. E furono ancora una volta le donne le prime a manifestare, senza l’appoggio degli uomini, l’8 marzo1979, solo tre settimane dopo che Khomeini salì al potere, scesero in piazza a migliaia per urlare che era soltanto l’ennesimo dittatore, che aveva già annunciato l’imposizione del velo e l’inizio della segregazione.
Così iniziò la guerra, dice la scrittrice Asieh Amini, oggi in esilio in Norvegia, con l’obbligo a indossare i pantaloni ma non i jeans, con i controlli quotidiani nelle borse della polizia alla ricerca di rossetti, specchi e creme per il viso, con il divieto di cantare perché considerato provocante per gli uomini. Una bambina in un video di archivio, coperta dal maghnae, il velo integrale, circondata dalle sue compagne dice: “In questa società le donne non possono neanche sognare”.
La guerra passa anche nell’obbligo a lasciare il proprio paese, e l’attrice franco-iraniana Golshifteh Farahani racconta il momento in cui sull’aereo per dare il suo addio all’Iran i passeggeri applaudono, “stavo andando a pezzi dall’altra parte”, poi dice alla regista: “Non piangere”.
Farahani spiega il significato della parola che ricorre più nel documentario dopo guerra, rivoluzione: in Francia è un triangolo composto dal popolo, l’esercito e la chiesa, e con la sua rivoluzione il popolo francese ha sovrastato la chiesa. In Iran invece religione ed esercito sono dalla stessa parte, non è un triangolo ma una linea, non puoi capovolgerla: può solo consumarsi da sola.

La storia di violenza sui corpi delle donne iraniane raccontata da Shirazi arriva alle proteste di Mahsa Amini, al movimento senza paura “Donna, vita, libertà” che urla nelle piazze “giuro di uccidere chiunque uccida mia sorella”, brucia il velo consapevole del rischio di essere condannate a morte. Sono impavide, fanno richieste semplici, nero su bianco, riprendono senza chiedere il permesso la vita che scorre con coraggio, senza veli, per le strade di Teheran.

[Priscilla Ruggero – Da Il Foglio quotidiano, 27 maggio 2026]

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