In preparazione al 25 Aprile

un articolo di Concita De Gregorio segnalato dalla Redazione, da la Repubblica del 20 apr. 2026

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Non abbiamo mai dimenticato sul sito la ricorrenza del 25 Aprile. Né lo facciamo quest’anno, anzi a maggior ragione e con rinnovato slancio, visto il momento politico e le vicende nazionali e internazionali che ci troviamo a vivere.

Roma, 13 aprile: un manifesto sulla festa della Resistenza

I giovani favolosi tra disincanto e Resistenza
di Concita De Gregorio – da la Repubblica del 20 aprile 2026

Roma, 8 aprile: in piazza contro il ddl Bongiorno 

Sono nipoti e pronipoti di chi ci ha resi liberi, un giorno, a prezzo della vita. Facciamo memoria. La memoria illumina il presente e indica la strada del futuro

Ma voi ve le ricordate Carla Capponi, Marisa Musu? Sapete chi sono? Ci pensavo nei giorni scorsi guardando le foto in bianco e nero — sono più belle, le foto in bianco e nero — della manifestazione davanti al Senato contro il disegno di legge Bongiorno, nei titoli di giornale il “ddl stupri”: quello che modifica il codice penale in materia di violenza sessuale. Male. Lo modifica in peggio, protestavano le manifestanti, in prevalenza ragazze giovanissime.

Non sono così diversi, i loro volti e i gesti loro, confrontateli, da quelli che abbiamo avuto accanto in strada noi delle generazioni di prima, negli anni Settanta, quando la storia dei diritti è cambiata.

E non sono diversi dai volti di Carla Capponi, Marisa Musu, Teresa Gullace — Teresa: è ispirato a lei il personaggio della donna che si divincola tra le guardie in Roma città aperta, il film di Rossellini. Lo avete visto, ragazze del 2026, Roma città aperta? Non è niente male, vale una serata. Le conosciamo da immagini in bianco e nero, Carla Capponi, Marisa Musu e Teresa Gullace, se le conosciamo, ma non per un vezzo stilistico: c’era solo il bianco e nero, allora.

Roma, 8 aprile: la protesta davanti al Senato (agf)

Più di ottant’anni sono passati ma non è cambiato molto. Cioè. È cambiato tutto, certo, nel mondo attorno, ma per le donne meno. A Carla Capponi, per esempio, i compagni dei Gap, gruppi di azione patriottica, non volevano dare un’arma perché le donne potevano avere solo funzioni di appoggio. Staffette, tutt’al più portavano messaggi. Potevano assistere i combattenti, se necessario sedurre il nemico, mai sparare.

Lei, Carla, studentessa di legge, prese la pistola sull’autobus al tizio — un militare — che le stava davanti. Non gliela davano i compagni, la rubò al nemico. Partecipò all’azione di via Rasella, quella che fu pretesto per l’eccidio delle Fosse Ardeatine.

A coprire la fuga di Carla e degli altri c’era anche Marisa Musu, nome di battaglia Rosa, sarda di origine, entrata nella Resistenza a 17 anni. Lancia le ultime bombe contro i nazisti, in via Rasella, viene condannata a morte, riesce a evadere. Dopo la Liberazione milita nel Pci, diventa giornalista dell’Unità.

Scrive, nella sua biografia: «La scelta dei Gap era un compito rischioso ma giusto da assolvere. La convinzione che, per usare una frase di mio padre, “ciò che è giusto fare va fatto”, a qualsiasi costo, affiancata però dall’idea che se c’è un compito difficile, materialmente o intellettualmente, da affrontare, tocca a me farmi avanti perché sicuramente posso venirne a capo. Il “non sono capace”, “non sono all’altezza”, “mi fa paura”, “non me la sento” non avevano avuto posto nella mia formazione. Davanti alla lotta armata la mia reazione naturale è stata, se si vuole, primitiva, elementare, certo non filosofica. Condividevo totalmente l’indicazione dei nostri dirigenti: non dare tregua agli occupanti. Certamente il modo più diretto ed efficace era il ricorso alle armi. Quindi, lì era il mio posto».

Vi parlo di queste donne perché siamo alla vigilia del 25 aprile, la Liberazione dal nazifascismo, e alla Liberazione loro hanno partecipato. Poi ci saranno le Costituenti, le madri della Patria. Le vedo celebrate nei pannelli, per strada a Roma: la capitale oggi le onora. Tina Anselmi, Teresa Noce, Lina Merlin, tutte. Furono 21 su 556. Pochissime, ma dite se le proporzioni nei luoghi di potere sono diventate paritarie, ottant’anni dopo. Torno alla foto della manifestazione davanti al Senato. Queste ragazze che dicono «un no è un no» può darsi che siano anche andate in tante a votare al referendum sulla giustizia, in difesa della Costituzione.

Roma, un manifesto dedicato a Lina Merlin 

Si celebra il ritorno in piazza dei giovani favolosi, nelle ultime settimane, negli ultimi mesi. Si dice che la nuova Resistenza è la resistenza al disincanto, alla disillusione. Si intitola così l’ultima bellissima canzone di Madame: Disincanto. Ascoltatela, fate molta attenzione alle parole.

Meno male che ci sono loro, i giovani favolosi: gli abbiamo dato una consonante per definirli, Generazione Z, ma diciamo pure generazione Gaza, non si fanno prendere dai partiti, non si fanno “assorbire” da nessuno che sia già stato sconfitto dalle sue stesse contorsioni. Vanno dove vogliono, dove devono, a chiedere cose: si battono per quello che possono cambiare, lo faranno.

Sarebbe bello che conoscessero bene la loro Storia. Perché sono nipoti e pronipoti di chi ci ha resi liberi, un giorno, a prezzo della vita, e sarebbe giusto saperlo perché tutti siamo foglie e fiori e frutti delle nostre radici. Facciamo memoria, la memoria illumina il presente e indica la strada del futuro. Proviamo a non ripetere più i medesimi errori. A non dimenticare il Novecento. La guerra non la fa chi la conosce e l’ha subita. La fa chi arriva dopo e non ne ha memoria.

La memoria. Le ricorrenze come il 25 aprile sono giorni di festa segnati di rosso sul calendario per una ragione. Lo sono perché Tina, Teresa, Carla, Marisa e le altre, le migliaia di altri, ci hanno aperto la strada. Hanno fatto allora, mettendo a disposizione la propria la vita, quello che oggi fanno le ragazze e i ragazzi che protestano e reclamano diritti, in completamente diverse ma simmetriche condizioni, un pomeriggio in piazza.

Loro, allora, lo fecero per tutti, anche per chi definisce il 25 aprile una data «divisiva», una ricorrenza di parte: ecco, quella parte ha dato anche ai suoi moderni oppositori, a chi oggi li denigra, il diritto di parola e persino di governo. Chi governa, la destra di governo, è lì perché le Partigiane, i Partigiani, vollero la libertà per tutti.

C’è una lettera dei condannati a morte della Resistenza, una lettera molto celebre, in cui una madre si rivolge alla figlia. Si chiama Paola Garelli, la partigiana Mirka. Ha 28 anni, è nata a Mondovì, era «pettinatrice». Arrestata nella notte tra il 14 e il 15 ottobre del 1944 sarà fucilata il 1 novembre senza processo, a Savona. Si rivolge alla figlia.
La lettera si chiude così. «Io sono tranquilla. Tu devi dire a tutti i nostri cari parenti, nonna e gli altri, che mi perdonino il dolore che do loro. Non devi piangere né vergognarti per me. Quando sarai grande capirai meglio. Ti chiedo una cosa sola: studia. Io ti proteggerò dal cielo». Studia, le dice. La sua ultima preghiera.

[Concita De Gregorio, da la Repubblica del 20 aprile 2026]

Immagine di copertina: Un francobollo dedicato a Teresa Gullace (dall’articolo di Repubblica)