Storie di fari e di faristi. Angelo De Caro e Punta della Maestra
proposto da Enzo Di Fazio
Tutti i fari hanno in comune la caratteristica di essere strutture che si ergono verso il cielo per guidare con i loro fasci di luce il cammino dei naviganti.
Ma non tutti sono in luoghi isolati e in mezzo al mare. Famosi sono quelli disseminati tra le isole della Scozia, opere ardimentose che portano la firma di ingegneri che, appartenuti alla famiglia Stevenson, tra il 1790 ed il 1940, ne hanno progettato e costruito ben 97.
Tra questi c’è anche il famoso faro di Bell Rock realizzato da Robert Stevenson (1772-1850), tra il 1807 ed il 1810, su uno scoglio spigoloso e tagliente a pelo d’acqua a 18 chilometri dalla terraferma. Per saperne di più leggere Stevenson, i novanta fari di famiglia, articolo pubblicato sul sito il 26 settembre 2018.
Ecco, leggendo la bella storia che Felicetta Santomauro racconta sul faro di Punta della Maestra e sul farista, Angelo De Caro, che l’ha vissuto – e che propongo per i lettori di Ponzaracconta – ho pensato al faro di Bell Rock perché li accomuna, al di là della struttura filiforme, la solitudine e la difficoltà di arrivarvi.
Ma ogni faro è anche diverso dagli altri e Punta della Maestra è un faro unico perché sta sul delta del Po tra le acque di un fiume e quelle del mare in cui il fiume si confonde.
Felicetta Santomauro è socia e consigliere dell’Associazione Il Mondo dei Fari, sodalizio di cui mi onoro far parte.
Angelo De Caro e Punta della Maestra: un luogo da vero farista
di Felicetta Santomauro
(in condivisione con il Mondo dei Fari)
Angelo ci accoglie nel suo studio, situato alla base dell’imponente torre della Lanterna di Genova, con un sorriso aperto e sincero. È un uomo non più giovane, con un bel viso rigato dai segni lasciati dal sole e dal vento, un viso che immediatamente riconosciamo simile a quello di molti faristi che abbiamo conosciuto, incorniciato da corti capelli bianchi e dagli occhi vivi e mobilissimi in un corpo magro e ancora agile. Una delle due finestre è semiaperta e lascia filtrare il respiro cupo e profondo dell’immenso porto mercantile.
Ci accomodiamo nel piccolo salottino sulla destra, due poltrone e un divano di pelle che sembrano emergere da un arredamento ministeriale degli anni Sessanta. Un muretto lo separa dallo studio vero e proprio, semplice e sobrio, come ci appare subito anche Angelo non appena comincia a raccontare di sé nella sua cantilenante cadenza genovese.
La carriera di Angelo come farista ha inizio nel 1981, dopo anni di navigazione per i mari di tutto il mondo a bordo di cargo e navi portacontainer. La sua prima destinazione è il faro di Capo Rossello dove resterà per sei anni e mezzo.
Era giovane, ma già profondamente affascinato da quella vita sospesa tra cielo e mare. Con lui c’era il collega Frumusa Calogero, compagno di lavoro e di quotidianità: entrambi abitavano al faro con le rispettive famiglie, condividendo non solo i turni e le responsabilità, ma anche una dimensione di vita semplice e autentica.
I fari, allora, erano piccole unità autonome. L’acqua si raccoglieva nelle cisterne, il pane si cuoceva nel forno, si allevava qualche animale, si coltivava l’orto. E poi c’era il mare. La pesca non era solo una necessità, ma anche una passione, soprattutto per Angelo, che nel gettare le reti trovava un momento di libertà e armonia con l’ambiente che lo circondava. La vita al faro richiedeva impegno e adattamento, ma offriva in cambio un senso profondo di comunità e autosufficienza.
Dopo quell’esperienza, Angelo fu trasferito a Marina di Ravenna, al faro di Porto Corsini, dove rimase per otto anni e mezzo. In quel periodo ci fu anche una breve parentesi al faro di Punta della Maestra, luogo particolare e isolato, che ancora oggi suscita curiosità.
Il faro è situato sul ramo sinistro del Po di Pila.
Accessibile solo tramite imbarcazioni
Ed è proprio questo il motivo della nostra breve intervista: vogliamo sapere di più su quel faro così singolare. Si dice che fosse soprannominato “la Cayenna dei faristi”, un nome che lascia immaginare durezza e difficoltà. Quando lo chiediamo ad Angelo, lui risponde con serenità, quasi con un sorriso. Per lui non era affatto un luogo di punizione o di sacrificio. Al contrario, era un posto stupendo, un vero luogo da farista. Un luogo dove il silenzio, la solitudine e il contatto diretto con la natura restituivano il senso più autentico di quel mestiere antico, fatto di dedizione, responsabilità e amore per il mare.
Alla Punta della Maestra, Angelo viveva quasi sempre solo. La sua famiglia restava a Porto Corsini e lo raggiungeva soltanto nei fine settimana. Quando arrivavano, Angelo li accoglieva con gioia e li portava a navigare lungo i rami del delta, tra acque silenziose e una natura ancora intatta, dove il tempo sembrava scorrere più lentamente.
Con lui c’era un collega che, di tanto in tanto, partiva per Ancona, lasciando Angelo completamente solo a presidiare il faro. Proprio per questo, l’ex collega ormai in pensione Bruno Azzalin, che viveva a Pila, lo chiamava spesso: voleva essere certo che stesse bene, che tutto fosse tranquillo e che al faro non ci fossero problemi.
Il faro sorge su un piccolo isolotto, quasi all’estremità del Delta del Po, dove la terra si perde nell’Adriatico. Per raggiungerlo bisognava affrontare circa mezzo miglio di navigazione partendo da Pila, dalla banchina del Servizio Fari.
A disposizione avevano tre imbarcazioni: un gommone, una motobarca e una piccola barca che Angelo, con un sorriso, descrive come “a forma di vasca da bagno”. Del resto, non c’era altra strada: l’unico modo per arrivare al faro era via acqua, seguendo i canali e le correnti del delta. L’isola su cui sorge il faro si trova sotto il livello del mare; per questo era necessario mantenere sempre in funzione delle pompe, altrimenti l’intero comprensorio si sarebbe allagato.
Angelo ricorda ancora le tante volte in cui doveva salire fino alla lanterna. Non prendeva mai l’ascensore: temeva che, in caso di guasto, sarebbe potuto rimanere bloccato lì dentro chissà per quanto tempo. Così preferiva salire a piedi, gradino dopo gradino. Dalla sommità del faro lo sguardo si perdeva in una grande distesa d’acqua, dove il mare sembrava confondersi con la laguna. Spesso restava a osservare i voli degli uccelli: aironi, cicogne e altre creature che attraversavano silenziose quel vasto orizzonte.
Accanto al faro c’erano anche due bilancini per la pesca. Con il tempo aveva fatto amicizia con alcuni pescatori del posto, che gli avevano insegnato diverse tecniche per catturare certi pesci della laguna. Amava anche uscire in barca e navigare lentamente tra i canali dalle acque calme. A volte incrociava qualche barcone carico di turisti: loro lo salutavano con entusiasmo e lui rispondeva con un semplice cenno della mano.
«Un luogo da vero farista», dice Angelo. Un posto dove si vede raramente qualcuno e si parla ancora meno. Per viverci bisogna amare davvero il mare e la natura.
Il suo periodo al faro fu durante l’estate. In inverno, certo, ci sarebbero state difficoltà maggiori: le nebbie fitte e le piene del Po avrebbero reso tutto più complicato. Ma Angelo è convinto che, facendo buone scorte di viveri e beni di prima necessità, avrebbe affrontato anche quelle stagioni con serenità. In fondo, ammette di amare persino la nebbia, quando avvolge ogni cosa in un silenzio profondo. In quei momenti l’unico suono sarebbe stato quello del nautofono del faro, che rompeva l’immobilità con il suo richiamo grave.
Se non fosse stato per la sua famiglia, sarebbe rimasto per sempre a Punta della Maestra: per lui è il faro più bello che esista.
Oggi il faro non è più presidiato. «Un vero peccato», dice Angelo. Gli alloggi dei fanalisti erano belli: lui, per esempio, nel suo aveva un magnifico camino in marmo che avrebbe acceso volentieri durante le lunghe sere d’inverno.

Angelo De Caro
(Foto per sua gentile concessione)
Mentre ci prepara un caffè, continua a raccontarci dell’unicità di quel luogo isolato: i canneti che frusciano nel vento, l’aria salmastra che arriva dal mare e le zanzare, instancabili compagne delle sere d’estate. «Se sei un farista, ami i luoghi isolati», dice sempre sorridendo: è quasi il suo motto. Angelo ci spiega di appartenere alla vecchia generazione dei guardiani dei fari, cresciuti nel culto del fuoco: la piccola fiamma a cuoricino — la vegliosa — dei beccucci ad acetilene, custodita e sorvegliata come un rito antico e quasi sacro.
Quando lui era lì, il faro di Punta della Maestra era ormai elettrificato e il sistema completamente automatizzato. Quelle trasformazioni, De Caro, le ha viste scorrere una dopo l’altra nel corso della sua carriera. Ci parla poi della grande ottica rotante, la stessa che apparteneva al vecchio faro di Pila: quello che sorgeva più arretrato rispetto all’attuale e che fu distrutto dai Tedeschi in ritirata durante la Seconda Guerra Mondiale. Su alcuni cristalli dell’ottica sono ancora ben visibili i segni lasciati dai colpi di mitragliatrice, piccole cicatrici di vetro che custodiscono la memoria della guerra.
Angelo posa le tazzine sul basso tavolino e per un momento lo sguardo gli scivola verso la finestra. Da lì si intravede il porto, immenso e operoso, con il lento movimento delle navi che entrano ed escono dal bacino. È un mare diverso da quello del Delta del Po, più rumoroso, più affollato, ma pur sempre mare.
Gli chiediamo se ogni tanto ripensa a Punta della Maestra.
Abbozza un sorriso, come se la domanda fosse inevitabile. «Ci penso spesso», ammette. «Là era tutta un’altra cosa».
Un luogo fuori dal mondo.
Racconta che bastava arrivare in cima alla torre del faro per ritrovare quel silenzio grande, quasi assoluto. Tutto intorno si stendeva la laguna, e più in là si apriva anche il mare: acqua piatta, argini bassi e un chiarore diffuso che sembrava fermarsi sull’acqua. Nessun rumore di città, nessuna fretta. Solo il vento e il ritmo regolare della luce del faro.
Restiamo ancora qualche minuto ad ascoltarlo. Poi lo salutiamo e usciamo dallo studio ai piedi della Lanterna. Mentre scendiamo verso il porto, pensiamo a quell’isolotto lontano nel Delta del Po, isolato in quella distesa d’acqua.
Un luogo dove oggi la luce del faro continua a girare da sola. Ma per molti anni qualcuno è rimasto lì, nel silenzio, a vegliarla.
Dal 1995 Angelo è stato trasferito alla Lanterna di Genova, dove è rimasto fino al 2022, anno in cui è andato in pensione, chiudendo così una lunga vita trascorsa tra luci, mare e orizzonti lontani.
© Testo e fotografie del faro di Felicetta Santomauro
Si ringrazia Angelo De Caro per la sua disponibilità
L’intervista fu realizzata insieme a Vittorio Grandi prematuramente scomparso

