segnalato da Sandro Russo, da la Repubblica di ieri
.
Qualche tempo fa abbiamo frequentato incontri in biblioteca – coordinati da Gianni Sarro, con Tano Pirrone e Francesco Bono – da cui sono nati articoli del sito sui rapporti tra le opere letterarie e i film che ne sono stati tratti. Nella schermata sottostante i temi trattati.
L’articolo di Francesco Piccolo, scrittore e sceneggiatore, esplora un aspetto particolare della questione, confrontando piuttosto gli eventi della vita reale con la loro trasposizione nella scrittura e nel cinema. Interessante comunque non solo per i cultori.
S. R.
Solo al cinema e nei libri troviamo le parole giuste
di Francesco Piccolo – Da la Repubblica del 10 aprile 2026
Scrivere film o scrivere letteratura significa avere il tempo di risposta che manca nella vita. E costruire dialoghi che nella quotidianità non potrebbero mai risultare così perfetti.
Man sitting on pile of celluloid with laptop (Immagine da Repubblica)
Scrivere letteratura o scrivere cinema. Tanti scrittori nei decenni hanno lavorato nel cinema e alla fine devono subire la domanda che chiunque ti intervisti a un certo punto fa: che differenza c’è tra scrivere un libro e scrivere un film? Tra scrivere letteratura o scrivere cinema? C’è anche una variante, tra quelli più spericolati: le piace di più scrivere libri o scrivere film?
Ci si potrebbe non credere, eppure è così: da molti anni scrivo libri e sceneggiature, e da molti anni mi ripetono questa domanda. Alla quale ho risposto molte volte in modo standard; molte volte pensando una cosa e ripetendola centinaia di volte; molte volte cercando di non rispondere per insofferenza.
Ma poi mi ha aiutato, questa domanda, a capire qual è la mia risposta. Non solo alla domanda, ma al fatto in sé. Al fatto di concepire la propria scrittura come doppia, divaricante, schizofrenica. E la risposta vera è che non lo è per niente, schizofrenica. E che tutto quello che mi interessa non sono le differenze ma ciò che unisce questi due modi di scrivere. Che hanno tecniche diverse; che hanno finalità diverse – la sceneggiatura non è un prodotto finale ma iniziale, è il punto da dove un film comincia a essere costruito (da qualche altra parte, lontano dal posto dove hai scritto). Ma se tu concepisci questa scrittura come finale, come se dovesse essere definitiva e intoccabile, è meglio: perché così dai il meglio. Basta che dopo un minuto che l’hai consegnata, non ti salti in mente di difenderla e di farle scudo con il tuo corpo. No. Devi lasciarla andare, e andrà; e anzi, più sarà compiuta, più si potrà manipolare senza danni.
Prima che il cinema fosse inventato, Manzoni faceva delle panoramiche, dei dolly, andava da quel ramo del lago di Como fino a inquadrare Don Abbondio che camminava su un sentiero. Tolstoj e Flaubert facevano carrellate, primi piani. Il cinema non è stato inventato, ma gli è stata data una forma perché già esisteva e allora tanto valeva realizzarla. Quindi la letteratura e il cinema non sono divaricate ma l’una ha generato l’altra, hanno lo stesso sangue. Poi ci sono tante altre ragioni per cui sono uguali e non diverse. Ma ce n’è una che mi interessa raccontare, perché non è personale ma oggettiva. E ha a che fare con la scrittura in qualsiasi forma, con la fondazione di una storia, di un personaggio, di una scena, in qualsiasi forma.
Massimo Troisi e Marcello Mastroianni in “Che ora è?” di Ettore Scola
Ed è la differenza che c’è tra scrivere e vivere. A favore dello scrivere. E cioè: su certe cose il cinema e la letteratura sono meglio della vita. E aggiungo: c’è una scena di un film che può dimostrarlo. E aggiungo: qualsiasi cosa pensiate, c’è sempre una scena di un film che può dimostrarlo. È una scena di Che ora è di Scola con Mastroianni e Troisi. Mastroianni fa suo padre, lo va a trovare a Civitavecchia dove lui sta facendo il militare. A un certo punto Troisi (o meglio il suo personaggio, che si chiama Michele) racconta a suo padre che ha finalmente incontrato una ragazza di cui è innamorato. E Mastroianni (o meglio il suo personaggio, che si chiama Raffaele) lo incalza, gli chiede: ma tu che le hai detto, le hai detto le cose che pensavi? E Troisi dice di no, che non ce l’ha fatta: le ho detto soltanto due cose e però poi non ce l’ho fatta. Poi quando sono tornato a casa, dice Troisi, mi sono venute in mente un sacco di cose da dirle però ormai era troppo tardi, che facevo, dovevo tornare là e ridirgliele?
Questa scena racconta quello che succede nella vita. Che tu sei con una persona, vorresti dire delle cose, non ce la fai, o non ti vengono in mente; poi vai a casa e ti vengono in mente, tipo di notte nel letto, un sacco di cose. E nel letto le ripeti come se le stessi dicendo davanti a quella persona. Ti dà anche un brivido di verità, ma poi devi rassegnarti: è troppo tardi. Questo racconta quella scena. Ma la scrittura – e cioè un libro o un film – non è così. Anzi, il cinema e la letteratura sono il riscatto per Troisi e per tutti quelli non hanno saputo dire in tempo quello che volevano dire. Perché è questo che la scrittura ha di diverso rispetto alla vita, rispetto a quello che racconta Massimo Troisi a Mastroianni.
La scrittura realizza quello che nella vita è impossibile. Se ti viene in mente di notte cosa volevi dire per davvero, in una scena di un libro o di un film, e casomai proprio in una scena in cui uno innamorato di una ragazza non ha saputo dirle bene quello che voleva, ti alzi dal letto e vai a riscriverla, la aggiusti, aggiungi, dici meglio, elimini ciò che ti sembra stereotipato e lo sostituisci con qualcosa di più chiaro e personale. E lo puoi fare ancora, e ancora, e ancora, e ancora. E solo quando hai detto tutto quello che volevi dire, e ti sembra di averlo detto al meglio, allora puoi considerare conclusa quella scena.
Troisi dice: che facevo, dovevo tornare là e ridirgliele? Nella vita non può farlo, ha ragione. Ma nella scrittura sì, può tornare là e ridirgliele. Perché la letteratura e il cinema si prendono tutto il tempo della scrittura per arrivare a quel punto in cui tutto quello che c’avevi in mente di dire lo puoi dire. E chissà che questo non sia il vero motivo per cui alcuni esseri umani, a un certo punto della loro vita, e più probabilmente della loro giovinezza, decidano di voler fare gli scrittori o gli sceneggiatori.
[Francesco Piccolo, da la Repubblica del 10 aprile 2026]
L’incontro
Il 13 aprile alle 18 Francesco Piccolo è protagonista alla Scuola Holden di Torino dell’incontro “Madame Bovary si accostò al camino” dedicato allo scrivere per immagini, in occasione del lancio di Academy Cinema, il nuovo corso triennale di Scuola Holden. In dialogo con Martino Gozzi.
***
Sul sito su un tema affine: Il senso della lettura… e della scrittura, di Sandro Russo del febbraio 2022








