di Francesco De Luca
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Zi’ Veruccella: una strega.
Zia Veruccella non aveva nell’aspetto esterno quel quid che evocasse mitezza, bontà, dolcezza. Negli ultimi anni aveva accentuato la sordità. Più chiusa in sé e più facile alle paure. Più diffidente e permalosa. Gli unici affetti su cui contava erano i fratelli: Cesare e Antonio. I nipoti affrontavano le loro crisi evolutive, ed erano lontani. Aniello aveva formato famiglia, noi altri adolescenti cercavamo di concordare le predisposizioni con le conoscenze per affrontare il futuro.
La solitudine affettiva e la vecchiaia la mettevano in guerra con presenze nascoste e inesistenti. Non era quel piripicchio d’ u munaciello, di cui ci aveva narrato nelle serate invernali, accanto al braciere. A me, Antonio, Aniello. Ci raccontava che ‘u munaciello veniva e scompariva, si impossessava degli oggetti e si dileguava. Noi davamo corpo a quelle storielle facendoci impaurire dai soffi del vento, dai colpi dei finestrini sbattuti, dalle raffiche alle porte sgangherate.
No, non era ‘u munaciello.
Erano mano furtive che rubavano i soldi messi nel secondo tiretto, sotto la tovaglia o nella zuppiera. Era la senilità che dava corpo ad immagini. Sempre più curva, ora più silenziosa. Di lei un ricordo:
Zi’ Veruccella
Lampe e truone (1)
stregneno
comme nu chiappe (2) u cuollo,
e attuorno
‘a paura ce fa pitte pitte (3).
“ Misere a nuie ” –
murmuliava zi’ Veruccella,
e gerava ll’uocchie
‘a chille squarce ‘i luce
c’ arapeveno ‘u cielo.
“Che simmo ncopp’ a sta terra!
Polvere ca ‘u viento sperde !”
Note: 1: tuoni; 2: cappio; 3: piccoli piccoli
Vicino al braciere (3) – continua








