di Francesco Ferraiuolo
L’intervento di ieri di Enzo Di Fazio a proposito di quanto accaduto in Venezuela ad opera di Trump mi dà lo spunto per qualche riflessione.
Il quadro descritto restituisce una sensazione diffusa nel nostro tempo: la crisi della legittimità. Non solo quella dei governi, ma quella delle narrazioni, delle istituzioni, dei criteri con cui si distingue il giusto dall’ingiusto.
Negli ultimi giorni si è tornati a discutere, anche su questo sito, della crisi profonda che attraversa la nostra epoca: una crisi non solo delle istituzioni politiche, ma della stessa legittimità morale che dovrebbe sorreggerla. È come se il mondo avesse smarrito il filo che un tempo distingueva il giusto dall’ingiusto, il lecito dall’arbitrio, la forza dal diritto. E quando un potere discutibile viene rovesciato da un altro potere altrettanto discutibile, la domanda “chi sono i buoni?” perde significato, perché presuppone un ordine etico che la realtà internazionale sembra aver dissolto.
La geopolitica contemporanea ci mostra, con una chiarezza quasi brutale, che gli Stati non agiscono più neppure in apparenza secondo principi condivisi, ma secondo rapporti di forza nudi e crudi. Le categorie che un tempo costituivano l’ossatura della convivenza internazionale — sovranità, autodeterminazione, diritto — appaiono oggi come un vecchio quadro dai colori sbiaditi: testimonianze di un’epoca in cui si credeva che le regole potessero davvero limitare la violenza del potere.
In questo contesto, ogni intervento esterno viene presentato come “difensivo”, ogni repressione interna come “necessaria”, ogni violazione come “eccezione”. Le parole, svuotate del loro peso originario, diventano strumenti di propaganda più che di comprensione. E chi tenta di mantenere uno sguardo equilibrato, non ideologico, si ritrova spesso disarmato: non perché manchino i fatti, ma perché i fatti stessi vengono inghiottiti da narrazioni contrapposte che li deformano e li rendono irriconoscibili.
L’ONU, nata per impedire che la forza sostituisse il diritto, appare oggi paralizzata da veti incrociati e da interessi inconciliabili. Non è tanto un fallimento dell’istituzione in sé, quanto il riflesso di un mondo in cui le grandi potenze non riconoscono più alcun limite esterno alla propria azione. E quando le regole non valgono per i più forti, diventano irrilevanti anche per i più deboli.
In questo scenario, la distinzione tra “forti” e “deboli” sembra più aderente alla realtà di quella tra “buoni” e “cattivi”. Ma è una distinzione che non consola, perché implica che la giustizia non sia più un criterio, ma solo un effetto collaterale, eventuale e accidentale. Eppure, proprio nei momenti in cui le regole sembrano dissolversi, cresce la responsabilità di chi prova ancora a ragionare, a non farsi trascinare dal tifo, a non accettare come inevitabile ciò che è semplicemente conveniente per alcuni.
Non esistono risposte semplici. Ma esiste ancora — e forse oggi più che mai — il dovere di mantenere uno sguardo critico, di non confondere la forza con la ragione, di non rinunciare all’idea che le regole servano, anche quando chi dovrebbe farle rispettare le calpesta. In un mondo che scivola verso la logica del “tutto è permesso”, la lucidità diventa una forma di resistenza civile, un atto minimo ma essenziale di fedeltà alla dignità dell’uomo.








