segnalato in redazione e presentato da Sandro Russo
Il libro è stato presentato qualche giorno fa sul sito: leggi qui
Incuriosito dal libro, per via del titolo, ovviamente! Ma congratulazioni per l’argomento e il titolo, all’Autore o a chi se l’è inventato: qualunque strategia che funzioni è benvenuta purché si leggano libri e si conoscano meglio le piante.
Detto questo, e in attesa di procurarmi il libro, la curiosità ha cominciato a lavorare…
Come e perché una pianta può definirsi “stronza”? Non certo perché non ottempera a criteri umani. Non perché non prospera nel posto dove l’abbiano messa (in vaso o a dimora); non certo perché non fiorisce. Neanche perché per la sua sopravvivenza ha sviluppato strategie che ai nostri occhi possono sembrare sopraffattorie nei confronti di altre piante o degli insetti. In quest’ultimo caso l’esempio più evidente è quello delle piante carnivore (Generi Nepenthes, Drosera, Dionea, le più famose) che utilizzano almeno cinque meccanismi diversi per imprigionare gli insetti. Altro che stronzaggine: per gli insetti è un film dell’orrore!
Una pianta che ho io, tropicale, sud-americana che tende ad essere invasiva per diversi motivi è Arauja sericofera; nota come “pianta crudele” perché l’ovario del fiore ha un meccanismo che imprigiona le falene (notturne) attirate dal suo intenso profumo. La mattina l’opercolo si riapre e gli insetti sopravvissuti possono anche liberarsi… quelli rimasti vivi!.
In questo caso basterebbe chiedere agli insetti che risponderebbero in coro: Sì sì… ‘mmazza che stronza!
Ma la pianta – sempre l’Arauja – è anche invasiva per via dell’enorme quantità di semi raccolti in un contenitore apposito; i semi hanno appunto dei filamenti setosi che qualche applicazione tessile hanno avuto, nei paesi di origine. I semi che si liberano, trasportati del vento, allignano dovunque e la pianta la si ritrova anche a distanza dalla sede primitiva. Infine è una piante esuberante, una liana capace di arrampicarsi sulle altre piante che copre fino a competere con l’accesso all’irradiazione solare e capace di costringere e strozzare i rami più giovani. Come si vede in una sola pianta sono accolti diversi elementi di “stronzaggine”… Eppure non si può definire una pianta “stronza”!
Che poi, il primato dell’istinto omicida nel mondo delle piante, ce l’hanno sicuramente i Ficus spp., in particolare Ficus watkinsiana che arriva ad avvolgere, costringere e infine a uccidere le piante a cui si appoggia. Ma chi ha il mente le capacità dirompenti sui muri del nostro comune fico (Ficus carica) non se ne stupisce più di tanto. E altrettanto fanno i salici e gli eucalipti sul rivestimento murario dei pozzi di una volta, per andare a procurarsi l’acqua che in qualche modo “sentono”. Per non dire dei capperi, nemici giurati degli archeologi e conservatori delle antiche mura di Roma (leggi qui: Io, i capperi, li odio..! e I capperi, i mei nemici (2), intervista a Valeria Casella].
Ho nominato prima la tendenza alla disseminazione: per quanto fastidiosa a noi umani, neanche questo è indice di “stronzaggine”, visto che – salta chi può! – chi inventa le strategie di riproduzione più efficace vince, nella lotta per la sopravvivenza… Qualunque analogia con la condizione umana non solo è ammessa, ma dovrebbe essere analizzata più profondamente e studiata a scuola.
La pianta cui attribuirei l’Oscar per il fastidio che arreca è un’Asteracea del genere Bidens, che dopo un’insignificante fioritura estiva di colore giallo sviluppa dei semi neri, aghiformi, dotati di uncini che si attaccano ai vestiti al minimo sfioramento.

Le piante che noi umani consideriamo “invasive”, non utili da coltivare, che pervicacemente debordano dagli spazi consentiti non dovrebbero essere considerate “stronze” a rigore. Non lo sono neanche le piante spontanee, Anzi! …in un altro scritto – Le piante pazze – avevamo dichiarato di ammirarle, per forma colore profumo o per altri richiami sentimentali
Sempre per attizzare curiosità sul libro, ho svolto una prima sommaria indagine tra alcuni dei i miei corrispondenti amatori di piante.
L’amica che per prima mi ha segnalato il libro sulle piante stronze, scrive:
“La mia, per esempio, che si rifiuta di fiorire nonostante le abbia fatto provare tutti gli angoli del giardino è la regina della notte, selenicereus grandiflorus” (qui sotto il fiore, evidentemente non della mia amica).
Iole, coltivarice naïf, di cui ricordavo le traversie con una Hoya carnosa che le avevo dato, mi ha scritto:
No, no… la mia è fantastica… Fiorisce a profusione… pensa che un rametto che si è spezzato l’ho messo dentro il cocco svuotato e quest’anno ha fatto il primo fiore. Piuttosto una mia amica ha una Hoya da 10 anni che non vuole fiorire… rigogliosa, con tanta vegetazione, ma fiori nulla.
Ma la più stronza è questa Hoya a forma di cuore che ho acquistato tre anni fa… “non cresce e non crepa” (come dico io). Non ci pensa proprio a fare il suo dovere di pianta.
Fiore di Hoya kerrii, dal web, per non far perdere la speranza a Iole (predilige i climi tropicali, caldo umidi; credo sia questo il motivo della mancata fioritura)
E Biagio Vitiello, da avvertito botanico, non cade nel tranello:
Per me di piante “stronze” non ne ho osservate fino ad ora, perché ho constatato che esse hanno tutte una loro funzione sul loro suolo autoctono. Se poi le trasferiamo in altre parti, fuori dal loro territorio, diventano per noi “stronze”: infestanti soprattutto, e per altre caratteristiche come quella di insinuarsi nelle fessurazioni della roccia e poi succede il crollo. Possono essere considerate “stronze”, per alcune persone, quelle che generano allergie da polline, oppure punture con le loro spine.
Anche se poi lui (Biagio) storicamente ce l’ha con le piante di Ailanthus altissimus che infiltrano la roccia cedevole del cimitero di Ponza e alla lunga possono cagionare danno alle sottostanti Grotte di Pilato.
Infine io ho la mia personale definizione – sempre antropocentrica però – di piante stronze: per me sono quelle che non si lasciano riprodurre, o solo con grande difficoltà, con il risultato di una mancata propagazione della specie:

Questa, Thunbergia grandiflora, la vedo dappertutto, e non riesco a farla ambientare a Lanuvio, pur avendola comprata più volte nei vivai. Un esemplare rigoglioso sta vicino casa di Enzo Di Fazio tra Formia e Gaeta, che mi ricorda le mie sconfitte ogni volta che la vedo.
Un’altra che non sono mai riuscito a riprodurre è Brunfelsia macrantha. L’ho avuta per anni. Mi ha sempre fiorito, ma con parsimonia, in tutte le posizioni che le ho cercato, anche con ricoveri protetti in inverno. Mentre la più comune Brunfelsia calycina è facile da riprodurre, sia per seme che da talea semilegnosa (infatti l’ho sparsa dappertutto.
Brunfelsia calycina – Yesterday, today and tomorrow degli inglesi – in piena fioritura. I fiori hanno diversa intensità di colore in tre giorni consecutivi
L’anno scorso la B. macrantha è definitamente defunta, senza lasciare eredi: categoria “stronza buonanima”: se l’è voluta lei.
Note
Le foto mie di Brunfelsia calycina e macrantha ora le devo cercare. Arrivano tra poco
Quanto prima un aggiornamento sul libro che cerco e vedo di comprare.
… …
Comprato! lo devo solo leggere… (vaste programme!)
Work in progress
[Le piante stronze (2). Continua]
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