Tano Pirrone sul romanzo di Vincenzo Ambrosino

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“Quel tempo sull’isola”, di Vincenzo Ambrosino
di Tano Pirrone
Il cugino-di-campagna Sandro, da piccolo, doveva sicuramente giocare con i trenini e pensare di fare, da grande, il ferroviere.
Da grande, in verità, ha fatto dell’altro, molto d’altro, ma certamente non il ferroviere; la passione di far incontrare gente, però gli è rimasta; di mettere in relazione persone, terre, cose, piante, fra simili o fra classi di viventi diversi (persone con animali, animali con piante, scrittori con levatrici, ecc., ma molto eccetera…).
Io sono stato uno dei trenini di Sandro. Mi ha prima di tutto fatto entrare nella flotta di oggetti-persone-cose da mettere in connessione, spesso per necessità in contrasto, oppure in supporto, oppure per farmi fare la famosa sentinella all’altrettanto famoso e vacante fusto di benzina. Fra le tante tratte, destinazioni, andate&ritorni, una ne ricordo, perché sollecitato (continua il cosmico mixage!); quella che non ricordo è perché mi fece conoscere Vincenzo (non di presenza, ma come entità cosmica attratta nell’ambito della Galassia di ponzarracontapuntoit).
I primi contatti stimolati da opportune formule magiche, antidoti, propellenti almeno su V. A: risalgono a circa quattro anni fa e riguardavano robe di amministrazione comunale. In cui venivo tirato dentro da Sandro e che mi portarono a diventare pian piano amico di penna con Vincenzo.
Non ero mai stato a Ponza, né ci sono stato finora né penso ci andrò mai. Ebbi un’occasione qualche hanno fa al culmine della crisi del Comune perché riuscii ad avere un appuntamento per incontrare il sindaco di allora, con l’intenzione di farmi rilasciare un’intervista. Poi la cosa saltò non ricordo nemmeno perché. Ma la concordai con Vincenzo Ambrosino, che cercava in qualsiasi modo che l’immobilità cosmica del sistema ponzese accennasse almeno ad un fremito vitale. Nel 2022 ci siamo sentiti continuamente, scambiandoci informazioni, suggerimenti di letture… classico degli amici di penna. Ho trovato scorrendo la chat un brano in cui Vincenzo mi scrive: «…Tano se io volevo stare a collimare amicizie con le mie idee sarei rimasto muto per tutta la vita o avrei fatto poesie…».
Proprio in quel periodo venni invogliato da un mio antico amico che aveva messo su una piccola casa editrice, a pubblicare una raccolta di mie poesie, scritte lungo un ampio arco di tempo – inizia nel febbraio del 1967 (una sola), continua negli anni ’70 e dura, con impegno “professionale” anche adesso -: in questi giorni sto preparando il mio terzo libro e vado avanti: poeta e recidivo!
Caro Vincenzo, la tua scorcia di isolano, impenetrabile, che non cede mai, soprattutto se a lanciare arpioni è il Capitano Achab, il gran personaggio del romanzo “Moby Dick”, creato da Herman Melville, mi desta gioia e stupore in dosi diverse, ed ogni dose ha risultati diversi; in quest’ultimo caso è una specie di esaltata gioia, riverente e stupita nel sapere che il lupo solitario (lupo d’isola, poi!) che scrisse la sua tesi di laurea proprio sul capolavoro assoluto di Melville; libro che adoro e la cui lettura si ripete ad ogni lustro. Non solo sulla Balena bianca (ti pareva), ma sull’ossessione di un padre padrone. Per uscire libero dai tuoi ricordi di vita dovesti ricorrere al Leviatano, immensa creatura marina mitologica, così grande da dover bere tutta l’acqua del Giordano per dissetarsi, il mostro marino che già accolse Giona nel suo contrasto con D-O.
Ma la cosa continua perché poi tu scrivi e scrivi e scrivi e ti presenti da me (sulla nostra chat, nostra di te e di me, naturalmente, che in due siamo già troppi!), ti presenti e mi mandi la foto della copertina di un libro, intitolato “Quel tempo sull’isola”, autore Vincenzo Ambro, anzi tutt’intero: Ambrosino. Questo il 29, mercoledì scorso. Scarsissime parole per dirmi che il libro è tuo e che è in vendita su Amazon.
Termino la conversazione, vado su Amazon (dove mi fanno le feste appena arrivo, mentre la Festa me la farà prima o poi mia moglie, per lo stesso identico motivo) e compro il libro, che venerdì arriva ed io ho il tempo di leggere l’introduzione e, a saltare, brani di libro; un saggio, un carotaggio, per assaporare, capire che tono ha, come se la sbriga l’alter ego in un universo complicato come la famiglia e quella appena più grande dell’isola.
Saggio non esaustivo, ma sufficiente per impressionarmi per la gran mole di lavoro, che ha certamente richiesto una raschiatura a fondo dei propri meandri e di quelli più oscuri dell’isola, a partire dai familiari, ché proprio da lì parte l’incendio che brucia il suo alter ego Maurizio. È un’opera colossale, ben articolata, ben scritta, in modo scorrevole, comprensibile, ma mai piatto, com’insegnano nelle scuole di scrittura, oggi. Scrivi se hai cose da dire ed allora leggendo e scrivendo impari sempre meglio e sempre di più.
Vincenzo sa raccontare e trattenere il lettore; poco posso dire dell’evolversi delle storie in questo macrocosmo letterario, ci vuole tempo, il tempo necessario a scavare, penetrare ed impadronirsi di ciò che Vincenzo, generosamente, ci ha messo a disposizione. Generosamente, sì, che chi scrive, narrativa o poesia, in essa/e si svuota, mentre si riempiono le pagine con boli di vita vissuta, appena adattata.
E poi c’è Ponza, che vista con altri occhi, trasfigurata dal particolare rapporto personale, è diventata la patria antica di ognuno di noi, l’arena in cui siamo stati chiamati a combattere con spade di legno per imparare la vita e saperci poi difendere.
Grazie Vincenzo, Bravo. Salutami Maurizio.
Roma, 2 dicembre 2025
Immagine di copertina: Distruzione del Leviatano (Gustave Doré, 1865)
Qui sotto in triplice ritaglio-immagine, il dettagliato Indice che certo darà indicazioni molto maggiori ad un frequentatore di Ponza che non ad un estraneo come me (‘nu furastiére):









