proposto da Sandro Russo da la Repubblica
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Ammiratori da sempre della resistenza umana, della resilienza ad avversità varie, la vecchiaia tra le altre – gli abbiamo dedicato anche un’epicrisi – , non potevamo passare sotto silenzio l’incontro tra due resistenti a oltranza di cui solo per caso è la meno giovane (Natalia) a raccontare l’altra… Con dispiacere, ma senza dolore.
S. R.
Natalia Aspesi, l’incontro con Ornella Vanoni: “Secondo lei vivere più a lungo era una cretinata”
di Natalia Aspesi – Da la Repubblica del 23 novembre 2025
Natalia Aspesi con Ornella Vanoni in un incontro del settembre 2024
Il racconto di un pomeriggio di risate, confessioni, ricordi. “Ci siamo raccontate come immaginavamo il nostro funerale e ancora mi viene da sorridere”
Con Giorgio Armani è morta la moda. Con Ornella Vanoni se n’è andata non solo una voce meravigliosa, ma un modo intellettuale di fare musica, quelle canzoni che aveva imparato da Giorgio Strehler e ormai non esistono più. Nessuno oggi era come lei. Una donna diversa, in tutto.
Ho amato molto il nostro ultimo incontro, l’incontro di due ragazze, allora di 90 e di 95 anni, che aspettano di morire. Lo sapevamo entrambe, che sarebbe accaduto. Lo sappiamo tutti. Lei quel giorno mi disse che avrebbe voluto farlo nel suo letto, con calma. Le sarebbe piaciuto arrivare a 95 anni, non oltre perché provava orrore per questa moda del long life, le cliniche che ti fanno degli esami e delle cure per vivere di più. Vivere di più la trovava una cretinata, e poi non sopportava tutti questi vecchi, come noi, che avrebbero «rotto ancora di più i coglioni». Per questo naturalmente provo dispiacere per la sua scomparsa, ma non sento dolore. Perché è accaduto come avrebbe voluto lei. Quel pomeriggio, ci siamo guardate e riconosciute. Eravamo uguali. Avevamo vissuto, tanto, ce ne saremmo andate prima o poi. Per la morte, mi è sembrato, provava quasi una forma di disprezzo. Non che non la temesse, un po’ di paura l’abbiamo tutti, ma non le interessava. È da lì che siamo partite: adesso possiamo cominciare a parlare, ci siamo dette. Della vita, soprattutto. E abbiamo anche cominciato a ridere, tanto. Perché nel parlare della morte con Ornella Vanoni non c’era disperazione. Ci siamo persino raccontate come immaginavamo il nostro funerale. E a pensarci, oggi che di anni ne ho 96, mi viene ancora da sorridere. Che grande regalo, l’ironia. Io, avvolta solo in un lenzuolo di lino bianco. Lei, che avrebbe voluto essere cremata, le sue ceneri disperse in mare. Amava il mare.
Era una bellissima ragazza, Ornella Vanoni. Peccato che avesse fatto tutti quei lifting, perché era molto bella, anche a 91 anni. Oggi, in fondo, le donne sono tutte belle, anche quando non sono più giovani. Non hanno bisogno di ritoccarsi, lo fanno solo perché i maschi vogliono che continuino a essere ciò che non sono più. È l’obbligo di dover per forza essere sexy che ti fa diventare brutta. Aveva ancora una voce magnifica e continuava a cantare e a fare dischi, così come anch’io continuo a scrivere.
È una immensa fortuna amare il tuo lavoro e soprattutto avere la testa per farlo. Da anziane, però, entrambe avvertivamo orrore per il computer. Mi disse che, avendolo sul tavolo, gli girava alla larga. Ricordo ancora la sua casa di Milano, magnifica, all’ultimo piano di largo Treves. Le piaceva guardare giù e veder scorrere in basso la città. L’aveva dovuta vendere per motivi economici e si era trasferita in un piccolo appartamento vicino a Parco Sempione. Ma adesso non poteva più affacciarsi, scoprire come la gente si fosse vestita, e infatti usciva con gli abiti tutti sbagliati. Era stato un dispiacere, lasciare quel posto.
Aveva avuto amori grandi. Per Strehler, che considerava un genio, lei una ragazza milanese di buona famiglia che faceva teatro quando “non stava bene” che una donna facesse certe cose. Era stata folgorata dal suo amore, e che meraviglia erano le canzoni della mala. Poi c’era stato Gino Paoli, e a me faceva un po’ impressione che lo avesse amato così tanto perché da giovane era proprio bruttino. Lo aveva riconosciuto anche Ornella, che all’epoca non era un granché. Era migliorato con l’età, i baffi bianchi. Ma non le importava, lo trovava bellissimo. Adesso adorava anche sua moglie, una modenese di cui era diventata amica. Ho chiesto se era vero che Paoli si fosse sparato per lei. Mi ha risposto «non si sa». Quando ci fu quel tentativo di suicidio, non sapevo che fossero legati. Per lavoro, ero riuscita a entrare nella sua camera in ospedale, a Genova. Avevo una pelliccia di visone e con quella entravo ovunque, chissà perché.
Era una donna molto spiritosa, incredibilmente intelligente. Una donna di classe. Non eravamo sempre andate d’accordo. Ci eravamo incontrate tanto tempo fa a Montemarcello, dove avevo una piccola casa. Lei era ospite di un’amica. Dal suo matrimonio con il produttore teatrale Lucio Ardenzi era già nato suo figlio Cristiano che, poi pentendosene, aveva trascurato per il lavoro. Mi disse che era stata assente, ma era riuscita a chiedergli scusa. Era molto orgogliosa di una nipote. Raccontò che era partita, zaino in spalla, per la Nuova Zelanda. Lì aveva imparato a fare la cuoca sulle barche. Aveva seguito la sua passione. Libera, come è stata Ornella.
[Natalia Aspesi, da la Repubblica del 23 novembre 2025]










