Racconti

Un viaggio con Bam

di Tano Pirrone

Questo breve racconto di un viaggio minimo, più all’interno di se stesso che all’esterno, è stato dichiaratamente stimolato dalla lettura dell’articolo di Bixio – Nell’inverno dell’isola (1) – che Tano ha letto stamattina su mia segnalazione e ha molto apprezzato.
S. R.

Una volta, tanto tempo fa, tornai in Sicilia in macchina da solo, senza umani, intendo, perché, per la prima di tante volte, portavo con me la compagna “assoluta”, Bam, la mia cagna, amica, sorella, compagna, conforto. Ero ospite di mio fratello Nello e della moglie Salvina, a Siracusa, in una bella e strana casa, dai malcelati echi mediterranei e quartaspondisti, piantata su uno sperone di roccia davanti ad un panorama straordinario, sotto ’u semàfuru, il posto di segnalazione con bandiere e luci per collegare i porti di Augusta e Siracusa, attivo dalla Regia Marina Militare dal XVII secolo fino allo scorso conflitto mondiale.

Lo stendardo del Belvedere

Una notte che non riuscivo a prender sonno, decisi di farmi un giro in macchina. Mi vestii in fretta, Bam, aveva capito tutto, e cominciai ad andare per strade percorse tante volte in gioventù: paesi vuoti: Floridia, Sortino, Carlentini… fin quando all’alba giunsi a Francofonte. Mi girai in macchina pian piano tutto il paese, mi fermai a prendere un caffè in un bar fuori mano per non essere riconosciuto; comprai il giornale e mi diressi al cimitero, poco distante dal paese, fianco a fianco con un agrumeto voluto e costruito da mio padre, l’ultimo, poi ceduto, dopo la sua morte per ripianare debiti accumulati, perso come ogni altra cosa, tranne i ricordi, che ormai quieti, inoffensivi, sempre porto con me e nei miei scritti.

Com’ero solito fare non andai direttamente alla cappella di famiglia, ma girai prima per tutti i viali e i vialetti per aggiornarmi sulle dipartite, alcune inaspettate e dolorose, la maggior parte di gente sconosciuta. Avevo lasciato Bam in macchina a sonnecchiare e avevo tutto il tempo che volevo, potevo fermarmi a leggere nuove lapidi o tornare a fermarmi ritualmente davanti ad alcune che raccontavano di persone care, amiche e amici di un tempo lontano, ch’era stato mio, e loro. Un velo di malinconia… no melanconia è brutto, di lieve tristezza, forse, si, quel velo scuro che ci nasconde per un po’ la vita del momento, il circostante esistere del mondo che ci ospita.

La visita alla cappella richiese un po’ di tempo, prima per l’apertura del catenaccio, poi della bella porta in ferro battuto e vetri colorati, poi per pulire i vasi con vecchi stantii fiori lasciati dall’ultimo visitatore. Io non avevo fiori, avevo provveduto, però, a fornirmi di alcuni ciottoli, per lasciali all’uso ebraico, ché così facevano i viandanti quando in lande desertiche incontravano il cadavere di una persona e per pietà lo ricoprivano di terra e pietre per evitare che divenisse cibo per gli animali. Consuetudine rituale ancora oggi, che io, ormai da anni ho preso come abitudine; mi piace raccontarne il motivo a quelli che mi guardano straniti. L’antico gesto di rispetto di solito fuga anche il tenero velo di tristezza.

Trovai Bam che sbadigliava annoiata del proprio ricorrente servizio di guardianìa e che si fiondò a terra per sgranchirsi, fare un po’ di bisogni e poi – era poco più che una cucciola – saltare correre, farmi festa e coinvolgermi in un rito bacchico, orgiastico, che finiva sempre con un salto in braccio e un abbraccio stretto.

Non tornai in paese, evitavo gli incontri inutili, sempre con le stesse domande, sempre le richieste di riconoscimento: ti ricordi chi sono? No non mi ricordavo; quegli anni giovanili erano rimasti nella mia impalcatura culturale (stavo per scrivere spirituale, ma mi sono fermato appena in tempo); fanno parte ancor oggi e spero per sempre del mio humus, il vertiginoso complesso molecolare che fa sì che io sia io e nessun altro. La nostalgia che mi aveva guidato da Siracusa a Francofonte attraverso strade provinciali, trazzere, accorciatoie, quasi un  sistema circolatorio complesso in cui correvano ricordi emersi e ricordi sbiaditi, amarezze ormai stantie e gioie crepuscolari; quella nostalgia me la riportavo indietro ben raccolta e accomodata: non era ormai da tempo pietruzza nella scarpa, ma profumo sottile quasi inavvertito di una, dieci, cento vite, vissute ed ormai sedate divenute compagne di viaggio, tende sotto cui domiciliarsi al tempo opportuno, compagnia esaltante nei lunghi esodi notturni per procurata insonnia. Erano divenute treccia colorata e plastica di una vita vissuta con rispetto e curiosità: pianto e lacrime, sospiri e risate a bocca piena, il concerto necessario ed opulento che la vita ci promette e quasi sempre ci conferma.

In macchina, i cd del cofanetto comprato a Hong Kong venticinque anni prima, del grande poeta Zimmermann, vulgo Bob Dylan, mi accompagnarono fino a Belvedere in una marcia insolitamente lenta e rispettosa d’ogni segnale stradale.

Augusta, antico faro (2)

Note

(1) – L’articolo di Bixio di stamattina: Nell’inverno dell’isola
(2) – L’immagine della costruzione, in alto nell’articolo, non è ’u semàfuru che nomina Tano, ma è comunque la bella foto di un antico faro di Augusta (dal web: https://www.siciliainformazioni.it/)

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