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Perché non lo dite voi a quelle mamme che i figli partiti per la guerra e morti per la patria sono degli eroi di cui andare orgogliosi? Quella mamma farà bene, anzi benissimo a rispondervi: “Certo che bisogna essere orgogliosi dei propri figli, ma non di quelli morti. In guerra mandaceli tu i tuoi figli”.
Le isole minori sono una guerra. Ci si va solo, quasi, sembra per disperazione e quasi sempre ci si rimane per un non so quanto salutare abbrutimento alla sopportazione della fatica che, fortunatamente, offre un contraltare di contesto ambientale fatto di ricchezze che altrove non si riesce a conquistare. Già le isole “maggiori”, Sicilia, Sardegna, per dire, non sono tutte rose e fiori per la vita che offrono.
A Ponza, nel Settecento arrivarono diseredati che si lasciarono alle spalle tutto, non avendo nulla da lasciare. Vennero a sostituire pirati, criminali ricercati in fuga da qualsiasi luogo civile e contatto sociale, vennero a sostituire monaci ed eremiti che, per quanto eroici e investiti del ruolo di “aureolati”, anche loro dovettero gettare la spugna. Vennero gli ischitani, erano contadini e diventarono proprietari terrieri. Solo quarant’anni dopo vennero altri coloni di Torre del Greco, pescatori e corallari, che avevano perso tutto con l’eruzione del Vesuvio e si sistemarono alla meno peggio, a Le Forna.
Al Porto, nella zona predisposta dai Borbone – per impulso del ministro Tanucci, in realtà – per i loro esperimenti di ingegneria sociale, in parallelo con San Leucio, in pochi si divisero grandi proprietà.
Si erano portati dietro solo le braccia e si arricchirono col tempo soprattutto di altre braccia. L’isola crebbe tanto, ci fu benessere. Il costo fu il sale del mare e il sudore della fronte. Certamente non ci fu la ricchezza, anche se ci si sentiva ricchi. Lo “status” raggiunto, anche fosse stato indicativo di un progresso minimo, faceva sentire ricchi quelli che avevano dato benessere alla propria famiglia in un contesto di una vita sociale fatta di rapporti umani a misura d’uomo, ritagliato in una cornice naturale che trasmetteva voglia di vivere da ogni sasso e da ogni filo d’erba.
Il contatto con le radici (ischitane e torresi), sebbene rado, permetteva comunque di confrontarsi e rendersi conto che, tutto sommato, la realtà che si viveva in altri luoghi ed altri ambienti non era poi tanto dissimile dalla propria. Facendo salvo quello che è il fisiologico filone, fasullo, sociale, (tolti i pochi elementi di disturbo che non mancano mai), sull’isola si viveva una vita che, per quanto faticosa, non faceva desiderare di andare via a ritagliarsi in altri luoghi una nuova vita comunque altrettanto faticosa.
Ma le braccia si moltiplicavano mentre le grandi proprietà diventavano sempre più giardini, cortili, “formelle” (le famose formelle, vediamo chi le conosce).
Partire dall’isola fu necessità non desiderio. Si partì per mare e per terra, naviganti, emigranti. Nessuno tuttavia partiva con la convinzione di chi parte per non tornare più. Ma quando un figlio ti nasce lontano dalle tue radici, quelle radici non gliele inculchi con le teorie. Non si dissolvono comunque totalmente. Loro avranno le proprie di radici ed i nipoti ancora di più. Ma l’attrattiva per il luogo delle origini resterà sempre forte. Tra chi resta e chi parte non si può scegliere chi è l’eroe.
La domanda dunque e questa: come salviamo oggi il desiderio di ritornare di chi esiliato non vuole essere, e la necessità di sentirsi cittadino del mondo per chi invece da confinato non si vuole rassegnare?
Quando l’imperatore Augusto decideva di venire a Ponza, si imbarcava sulla sua triremi o quinqueremi (nave romana a vela e remi) e in quattro cinque ore era a prendere il sole sulle terrazze della propria villa (più o meno 40,000 metri quadri) sul promontorio di Punta Madonna. Oppure passeggiava nel portico della sua villa affacciata sul porto che si incuneava nella “pezza” a Santa Maria. Addirittura, se decideva di imbarcarsi su una “liburna” e faceva giovialmente frustare i rematori, con un refolo di vento favorevole arrivava a Ponza anche in meno di tre ore.
Ma di cosa ci vogliono parlare questi che si atteggiano a salvatori della ormai ingarbugliata irrealtà isolana?
Vogliono salvare il territorio? Qualcosa che in milioni di anni si è sempre salvata da sola.
E per gli uomini di questa realtà? Messi gli uni contro gli altri tra chi va e chi resta?
Chissà, forse, se li frustiamo i marinai delle varie compagnie di navigazione, potremmo avere qualche miglioramento nel servizio. È solo una battuta: tirate fuori i soldini per dare alle isole collegamenti degni della civiltà del terzo millennio.
Per il resto i ponzesi sanno cosa fare. Almeno, fino ad un certo punto, hanno saputo fare.
Se non compaiono sulla scena dei trasporti i mezzi adeguati, quasi mi verrebbe da dire, lasciateci stare. Continuate a salvare il territorio. Noi ci salviamo da soli, come abbiamo sempre fatto. Quelli che lo hanno saputo fare rispettando la propria isola. Non mettendo braghe, bende, cerotti e balzelli vari senza misure e proporzioni.
“Sappiamo che un territorio è salvo solo se è presieduto e presenziato dall’uomo. I luoghi in cui l’uomo non c’è, dove non è stata curata un’antropizzazione responsabile, sobria e adeguata, diventano sempre più pericolosi e allora meglio accendere ora il riflettore perché siamo ancora in tempo per apportare le necessarie soluzioni, i necessari rimedi».
Mi piacciono i termini che non dicono niente
Responsabile! Sobria! Adeguata!
Accendere i riflettori?
Apportare le necessarie soluzioni i necessari rimedi?
Ma che avrà voluto dire? Vedrete che la soluzione sarà metterci un microchip sottopelle per monitorare l’antropizzazione.
E concludo con una nota triste. Perché al peggio con c’è mai fine. Quando sarà che a Ponza si potrà arrivare con navi all’avanguardia (ma non credo che sarà lo Stato a realizzare un servizio del genere), ecco che allora, fossi in voi, comincerei a preoccuparmi. Inizierà un nuovo modo di colonizzazione fatto con tanti soldi che pioveranno da chissà dove. Credo che quello sarà il momento in cui l’isola comincerà a perdersi, perdendo i suoi veri connotati. Il territorio sarà consumato in modo irreversibile, avremo nuovi coloni che ci terranno a definirsi “ponzesi”.
Sarà il giorno in cui sarò io stesso a chiedere di avere impiantato il mio personale microchip che sarà l’unico modo per attestare la mia natura autoctona.








