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Addio all’uomo dei manifesti

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segnalato da Sandro Russo da la Repubblica

Addio Casaro, l’uomo che raccontava il cinema attraverso i manifesti
di Alberto Anile – Da la Repubblica del 1° ottobre 2025

Quando Tarantino lo chiamò per C’era una volta a… Hollywood Renato Casaro pensò fosse uno scherzo. Ma no, il regista americano voleva davvero che disegnasse per lui dei manifesti; non per il lancio del film, ma come parte della scenografia. «Da gran professionista mi mandò delle foto di Leonardo DiCaprio in costume. Poi mi scrisse una dedica da brividi: “Sei sempre il mio preferito, con i tuoi manifesti hai reso bellissimo il mio film”» raccontava.
Casaro avrebbe compiuto 90 anni il 26 ottobre ma è morto prima, nella sua Treviso, per una broncopolmonite. Era il più famoso dei cartellonisti cinematografici italiani, con alle spalle un lungo sodalizio con Leone, Bertolucci, Verdone, Bud Spencer e Terence Hill. Suoi i manifesti di Lo chiamavano Trinità, Amadeus, Rambo, Cotton Club, 1997: fuga da New York, La storia infinita, Il nome della rosa, L’ultimo imperatore.
Autodidatta con la malattia del cinema, da ragazzo è ammaliato dagli affissi di quelli che riconoscerà come maestri: Alfredo Capitani, Luigi Martinati, Averardo Ciriello… Tratti decisi, colori accesi, intrecci di primi piani, ombre e mezzi busti, per condensare in due metri quadrati storia e senso di interi film. Più potenti di un “prossimamente”, più suggestivi di qualsiasi foto di scena. «A diciotto anni, quando mi resi conto che i manifesti mi facevano scegliere se vedere un film anziché un altro, mi dissi: perché non li faccio io?».
Inizia disegnando silhouette per i cinema di Treviso; notato e subito reclutato dalle produzioni, si sposta a Roma dove per qualche tempo gli chiedono di firmarsi Renè, che fa internazionale. Malgrado poi torni a firmarsi col suo nome, Casaro resta noto per molto tempo solo agli addetti ai lavori, che riconoscono lo stile dei suoi manifesti. I suoi preferiti: Nikita (Anne Parillaud di spalle dietro a una parete insanguinata), Il tè nel deserto (Debra Winger avvolta nel manto di un tuareg), Balla coi lupi (Costner con il volto tinto di bianco e rosso).

Non era un passatista, Renato Casaro; è stato il primo a portare l’aerografo nei manifesti (per il Bolero di Lelouch). Ha mescolato Norman Rockwell alle suggestioni dell’arte alta, le ombre di Rembrandt e Caravaggio. Sapeva disegnare ma anche elaborare, illustrando ma lasciando spazio al mistero e alla curiosità. Per Amici miei ritagliò i volti dei protagonisti e li fece uscire da una scatola a molla. Per evitare le faccine che fanno smorfie, impostò Vacanze di Natale con una gigantesca palla di neve in discesa libera. E appena poteva, dribblava le condizioni contrattuali legate alle facce dei divi: ne La mazzetta di Corbucci, anziché Manfredi, Stoppa e Tognazzi ci sono due gessati e due borsalino senza volto.
Di Renato Casaro non ce ne sarà più un altro, sia per la sua abilità sia perché la sua arte resta legata al mondo analogico, agli impasti inediti di colori (prediligeva il blu indaco e il rosso avalanche), alla sapiente composizione pittorica, al disegno tratteggiato a mano, alla carta.

Oggi la fotografia e il digitale hanno soppiantato il suo tipo di cartellonistica, comprimendo ogni creatività. «È vero», disse a Repubblica in occasione della grande mostra che Treviso gli dedicò nel 2021, «si fanno sempre i soliti gruppetti e ci si mette il titolo sopra. Ma è anche vero che, mentre una volta le strade erano musei di poster a cielo aperto, oggi si fa pubblicità ai film soprattutto attraverso Whatsapp ».
Uno dei suoi ultimi lavori è stato il manifesto per i cent’anni dell’Aeronautica Militare, tre anni fa, con un gruppo di gioiosi bambini che lanciano in aria aeroplanini. Di carta, naturalmente.

Renato Casaro con suoi manifesti più famosi tra i quali quello del film Balla coi lupi di Kevin Costner


Immagini da la Repubblica on-line e da la Repubblica edizione cartacea (screenshot)

 

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