di Francesco De Luca
Il piacere dell’autunno… sta in quest’atmosfera di quiete. L’isola sembra stanca per l’agitazione dell’estate e… si va quietando. Nei rapporti fra gli isolani e i turisti residui, fra gli isolani e chi li guarda sornioni (gli anziani).
Anche nel posto più frenetico dell’isola… il porto.
Passata quella mezz’ora di fervore, causato dall’attracco del traghetto e dallo scarico dei mezzi, poi… anche il porto riprende la sua fisionomia consueta: quella d’essere luogo di incontro.
Mi avvicino a Ugo Anello, amico d’infanzia. Mi guarda e negli occhi scorgo uno scintillìo, dovuto ad un flash di memoria. “Ti ricordi quando tenevi i bottoni rossi… ?” – butta là questa frase che buca la coltre del tempo e si ferma a quando, giovanissimo seminarista, indossavo la veste talare coi bottoni rossi (a significare appunto che studiavo in seminario).
Non riesco a star dietro alle emozioni e mi faccio distrarre da Biagio Pagano che mi chiama. Accanto ha Amerigo Feola. Potrei stupire tutti per l’età che ha e che non mostra… ma non la dico per lasciare che la curiosità sia suscitata da quello che Amerigo racconta.
“Prufesso’ (pazienza: lui mi chiama così) – mi apostrofa Biagino – asséttate cu nuie”. Mi viene spontaneo chiedere: “Amerì… tu sei nato pescatore?”
La domanda è banale… me ne avvedo quando mi risponde: “Aggio fatto tutti i mestieri”. E inizia.
Da piccolo (12-13 anni) veniva da Le Forna per lavorare i campi sugli Scotti. Quelli d’u re d’a Guardia. Gli davano un asino col quale scendeva a Sant’Antonio, lo caricava di alghe ‘stracquate’ e le scaricava nei campi, come concime. Per tutto il giorno. A sera gli asini venivano liberati alla Scarrupata. L’indomani mattina li prendevano per il lavoro.
“Ma tu hai fatto pure il pescatore?”
“Come no” – risponde. E racconta di come, prima di partire per la pesca in Sardegna, l’equipaggio andava a munirsi delle corde necessarie. Le intrecciavano loro. A Formia, con lo strame raccolto a Itri, si intrecciavano i rieste. E le mani si spaccavano nell’avvolgere i gambi. Tanto che ‘u padre d’ u sorridente accendeva i fiammiferi strofinandoli fra le mani.
Biagino mi guarda sorridente. Si compiace di portare alla mia conoscenza queste notizie. Mi fa da spalla. “Prufesso’… chesti cose nun se veneno a sape’ cu i telefonini” – mi sottolinea. Ribadendo come non tutto passa per lo studio. Soprattutto non passa la saggezza. Che è altra cosa dall’istruzione.
Amerigo prosegue. E’ stato anche pescatore. “S’andava a remi fino a Sabaudia… ”
“Da Le Forna?” – lo interrompo.
“Sì, da Le Forna, perché su quelle spiagge erano state depositate le mine, poste dai tedeschi e dissotterrate dagli alleati.
Si andava a prenderle per gettarle a mare e pescare “pecché vecino a famma nun ce sta raggione”.
Nota: nella seconda parte il prosieguo.
Che te ne fai dei telefonini (continua)








