segnalato da Sandro Russo da la Repubblica
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Si parla molto di Giuliano Da Empoli (Neuilly-sur-Seine, 1973) – più in Francia che da noi per la verità – uno scrittore italiano, presidente del think tank Volta e professore di politica comparata all’Istituto di Studi Politici di Parigi. Grande risonanza ha avuto nel 2022 in suo romanzo di esordio Il mago del Cremlino che non è il suo primo libro, avendo scritto in precedenza (dal 1996 in poi) numerosi saggi. In Francia il romanzo ha vinto due premi letterari, vendendo un milione di copie. Il romanzo è stato tradotto in oltre trenta lingue. Riprendiamo da la Repubblica una intervista di Antonio Scurati a Da Empoli, in occasione dell’uscita del suo nuovo saggio, “L’era dei predatori”.
S. R.

L’intervista a Da Empoli
“Nell’ora di fuoco e spade ci salverà la politica”
di Antonio Scurati – Da la Repubblica del 23settembre 2025
I tecno-oligarchi, la scienza in mano ai privati, le autocrazie, le guerre Ma anche la speranza negli anticorpi dell’Europa Dialogo sul nuovo saggio dell’autore de “Il mago del Cremlino”
Chi sono gli odierni predatori? E come possiamo resistere nonostante la grande disparità delle forze in campo?
«Può darsi che la luce si spenga nel mondo e che, in seguito a qualche rivolgimento ancora più terribile della guerra, noi piombiamo in un’oscurità pari a quella che ci avviluppa stanotte; può darsi che anche nell’animo umano le cose evolvano in modo tale che tutto quello che è rimasto in sospeso venga discusso e risolto solo col ferro e col fuoco. Capisco da molti segni che questo momento è vicino». Lo dice uno dei protagonisti del romanzo “Le braci” di Sándor Márai, ambientato in un castello ai piedi dei Carpazi nel 1940. E lo scrive Giuliano da Empoli oggi, su questa terra sotto questo cielo, nelle prime righe del suo nuovo saggio, “L’era dei predatori” (Einaudi Stile libero): «Oggi è scoccata l’ora dei predatori e ovunque le cose stanno evolvendo in modo tale che tutto ciò che deve essere deciso lo sarà con il fuoco e con la spada».
Ma questo nostro mondo di nuovo in fiamme non è nemmeno il peggio. Il peggio deve ancora venire. Il ferro e il fuoco delle guerre sono una realtà letterale ma sono, purtroppo, anche una metafora. L’ora del ferro e del fuoco non risuona soltanto nel clangore primordiale di spade, pallottole e droni, riecheggia anche nei futuribili silenzi di silicio dell’Intelligenza artificiale. Assieme inceneriranno il nostro mondo. Lo stanno già facendo.
Partiamo da qui, da questo senso di Apocalisse imminente.
«Non c’è dubbio – lei scrive – un’era di violenza illimitata si profila all’orizzonte». L’orologio dell’Apocalisse segna 90 secondi alla mezzanotte. In molti obietteranno che al mondo non c’è cosa più antica della fine del mondo. Quale argomento opporrebbe a questo complice scetticismo?
«Sì, è vero, l’Apocalisse c’è sempre stata, ma constato che mentre prima a predirla erano i profeti e gli illuminati, oggi sono gli scienziati e gli imprenditori tecnologici. Quando ha lasciato la Casa Bianca, Jake Sullivan, il consigliere per la sicurezza nazionale di Biden, uno degli uomini meglio informati al mondo, ha detto che ciò che lo preoccupava è che ci sono oggi, negli Usa, cinque o sei “progetti Manhattan”, programmi tecnologici che produrranno un impatto sul futuro dell’umanità comparabile a quello dell’invenzione della bomba atomica. Solo che sono sviluppati da aziende private, senza alcun controllo pubblico.
Personalmente non sono un luddista, il problema non è la tecnologia in sé, è la governance della tecnologia, il fatto che il nostro futuro sia nelle mani di un pugno di oligarchi digitali».
Lei racconta dal di dentro la politica internazionale degli ultimi anni. Il fatto di averla vissuta in prima persona conferisce al suo saggio un travolgente andamento narrativo, una formidabile intelaiatura aneddotica. La sua visione riporta però all’idea machiavelliana della politica come cinica prosecuzione della guerra con altri mezzi («non c’è niente di più violento della politica»). Hanno dunque ragione le masse crescenti di elettori che disertano le urne?
«Direi proprio di no. Ridotta alla sua funzione essenziale, la politica ha una missione molto semplice: impedire che due gruppi di persone, che hanno opinioni o interessi diversi, si prendano a mazzate, o peggio.
Questa è la ragione per la quale, quando un sistema politico cessa di funzionare, la violenza può riprendere il sopravvento, come osserviamo oggi in diverse parti del mondo. Ma è anche la ragione che fa sì che dappertutto, anche quando funziona bene, il gioco politico tenda ad attirare i caratteri più violenti, quelli che amano il conflitto, la sfida, la prevaricazione, perfino. La politica è la prosecuzione della guerra con altri mezzi, una cosa che dall’interno si sente e che ho voluto mostrare quando ho iniziato a raccontarla dall’esterno. Quel che ho tentato di fare è immergere il lettore nel mondo dei predatori, farglielo sentire come in un romanzo, non semplicemente mettere in fila delle idee come in un saggio».
Anche fuor di metafora, la guerra è di nuovo al centro della politica europea: «I confini del continente che ha fondato la sua ricostruzione sulla pace sono diventati un unico campo di battaglia». Come possono gli europei odierni fronteggiare la minaccia bellica senza smarrire le proprie ragioni di uomini pacifici e, talvolta, di pacifisti?
«Capendo che, per quanto sia sotto attacco, e per quanto la velocità con la quale si muovono oggi i predatori possa farci pensare che il nostro sia un modello superato, in realtà non è così. Putin, Trump e compagnia non hanno inventato nulla di nuovo, riportano semplicemente in auge un modello autoritario, fondato sulla forza e su una visione imperiale del mondo. Come ci ricorda Peter Sloterdijk, l’Europa è nata sulle ceneri di imperi falliti, con il tentativo di mettere a punto un modello diverso, fondato sulle regole anziché sull’arbitrio. È un modello imperfetto e oggi appare fragile di fronte all’assalto dei predatori, ma quel che dobbiamo fare è rafforzarlo, non abbandonarlo».
Veniamo al suo ritratto dei nuovi predatori, i conquistadores della post-democrazia: indifferenza al potere legittimo, violazione metodica di leggi, regole e diritti, affermazione del potere in mezzo al caos e per mezzo del caos, il miracolo del potere imperniato sull’agire destabilizzante, un esercizio quotidiano della tecnica del colpo di Stato (Malaparte). La sua analisi potrebbe servire da manuale a un aspirante predatore. Potrebbe essere anche utile a chi voglia ancora difendere la democrazia?
«Penso di sì. Quando si ha di fronte un avversario, la cosa più semplice è indignarsi, giudicarlo un matto o un criminale. Entrare nella sua testa, capirne la logica, e il motivo per il quale ha successo. È molto più difficile, ma è l’unico modo per combatterlo. Chi si limitaall’invettiva, o alla demonizzazione, non va molto lontano».
Veniamo alla piena e totale “convergenza strutturale” tra due stirpi di conquistadores: gli autocrati politici post-democratici e i nuovi sovrani planetari del big tech postumano: «I conquistadores del digitale hanno deciso di fare piazza pulita delle vecchie élite politiche… tutto ciò che siamo abituati a considerare l’asse portante delle nostre democrazie, sarà spazzato via». I primi sono odiosi ma li conosciamo già, li abbiamo già combattuti in passato. I secondi li trovo personalmente terrificanti, questi geni disturbati, ossessionati, smodatamente ricchi, che gettano il loro sguardo incapace di empatia su di un futuro dell’umanità senza umanità.
Senza di noi.
«Questa è la vera novità. I predatori politici sono in fondo dei personaggi pre-moderni, non li si capisce se si legge la scienza politica degli ultimi decenni, ma basta aprire un classico latino, un Tacito, uno Svetonio, o anche una satira di Giovenale o Petronio, ed ecco spuntare personaggi molto simili a Trump e agli altri. La loro ascesa, però, è stata resa possibile dal teatro post-moderno di internet e dei social: una realtà parallela nella quale a essere premiati sono sempre solo i comportamenti più aggressivi ed estremi. Ora, l’alleanza tra Trump e i giganti del tech non è solo un fatto estemporaneo. La verità è che hanno lo stesso obiettivo: vogliono spazzar via le vecchie élite democratiche. Non solo i politici, ma anche i giornalisti, gli esperti e vogliono emanciparsi dalle regole, non avere più alcun limite. Il loro obiettivo finale è un cambiamento di regime, per uscire dalla sfera della democrazia liberale».
«La lotta continua». Sono le ultime parole del suo libro.
Talvolta, però, se mi è consentito, il tono blasé della sua prosa brillante e sgomenta suggerisce una resa già siglata.
Mi sbaglio? Quelli tra noi che ancora credono nelle “illusioni della democrazia” combattono battaglie già perdute?
«Spero proprio di no. La disparità delle forze in campo è grande, ma ciò che accade non è mai l’inevitabile, è sempre l’imprevedibile. Lo scopo del mio libro è quello di dare uno schiaffo, di far reagire il lettore, perché mi sembra che la consapevolezza di quel che sta succedendo sia ancora troppo bassa, mentre la vera sfida è di non lasciarsi ipnotizzare dai predatori. In fondo i libri servono a questo, no? Fare da interruttori, essere il granello di sabbia che impedisce alla macchina di compiere la sua opera».
[Antonio Scurati, da la Repubblica del 23 settembre 2025]







