Ambiente e Natura

Il dono dell’isola

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proposto da Sandro Russo, da la Repubblica

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Benedetta estate/Repubblica ha chiesto ad alcuni scrittori di raccontare l’estate che ha segnato la loro vita: l’ultima puntata è affidata all’autrice di “Volevo essere un uomo”

Ravera: “Viva la lontananza. Quando su un’isola disordinata ritrovai il tempo e me stessa”
di Lidia Ravera  – Da la Repubblica dell’8 settembre 2025

Lidia Ravera (agf)

Il 21 di febbraio del 2001, Erika De Nardo, 16 anni, con l’attiva collaborazione di Omar Favaro, 17 anni, ha ucciso sua madre e suo fratello». Così inizia il risvolto de Il freddo dentro, il più duro, il più triste, il più agghiacciante dei miei libri. È stato pubblicato nel 2003, a novembre. È una lettera aperta a una giovane assassina di buona famiglia, “turpe e banale, estrema e mediocre, colpevole e ingenua”. L’ho scritto perché ne sentivo l’urgenza, ma ho rifiutato il rito cortese delle presentazioni, era una materia troppo incandescente, non volevo chiacchierarne allegra e fatua, come sempre.

Con una amica attrice, Patrizia Zappa Mulas, abbiamo scritto un canone a due voci: lei sarebbe stata Erika, io me stessa, ci saremmo affidate al teatro, questa ecclesia laica dove si elabora collettivamente ogni sconfitta, ogni dolore. Stavamo ancora limando il testo quando mi arrivò, in piena estate, un invito bizzarro: volevo presentare Il freddo dentro a Stromboli, in un anfiteatro affacciato sul mare? Accettai, chiarendo che sarebbe stata una lettura, non il solito dialogo con l’autrice. Accettarono.

Scesi dall’aliscafo alle sette del pomeriggio, l’otto di agosto (la settimana peggiore dell’estate) e rimasi folgorata dall’isola. Ruvida, dimessa e ferma nel tempo. Amabilmente disordinata. Guardavo tutto: le barche sull’arenile. La rotonda dove atterra l’elicottero per le emergenze. Le case basse che orlano, sciatte e tuttavia graziose, la spiaggia di Scari. Il molo, le canne fin sulla strada, selvatiche, i cani liberi e magri… tutto mi pareva bello e manchevole, dolcemente impreciso, c’era un odore forte di fiori non curati e, nel vento caldo, un vorticare leggero di polvere pulita. Il mare si affacciava ovunque. Sono rimasta soggiogata dal luogo al primo impatto, me ne sono accorta nel solo modo che conosco, che so riconoscere: un allertarsi ansioso di tutti i sensi. Udito, odorato, sguardo, tatto, gusto.

Quel giorno, e per i due giorni seguenti, ho percorso avidamente ogni anfratto, ogni vicolo, con un’ansia orgogliosa, come se quell’isola fosse mia e dovessi marcarne i confini, inventariarne gli arredi, vantarne la bellezza. Il vulcano, incappucciato di fumo, borbottava benigno. Mi sentivo a casa e nello stesso tempo alla deriva. Partii a malincuore, ma con una certezza: sarei tornata. A settembre ero di nuovo lì. Sola. Nella stanza spoglia di un albergo che stava per chiudere. A ottobre affittai un piccolo appartamento con un grande terrazzo. A dicembre mi rifugiai a Casa Scorpione, prestata da una amica. Non potevo stare lontana dall’isola.

Una veduta di Stromboli 

Ogni volta tornavo a Roma più inquieta, non riuscivo a concentrarmi sul romanzo che dovevo consegnare, scrivevo, certo, ma di Stromboli, senza altro sbocco che il bisogno di condividere una visione: “Da lontano l’isola è un perfetto triangolo nero. Nitida. Primitiva. In avvicinamento le nuvole si riducono a un singolo sbuffo di fumo… se ti avvicini ancora compaiono le case, bianche come ciottoli levigati dalla risacca, allineate in disordine alla base del triangolo, quasi un deposito del moto ondoso. La luce, quando dal latte dell’alba si tinge di rosa, mostra le pieghe della montagna, scopre crinali d’ombra, svela canaloni e rughe, nel verde cupo dei dirupi… e improvvisamente Stromboli appare in tutta la sua decrepitezza, le conti gli anni addosso, a migliaia”.

Me lo sono chiesto subito che cosa mi ha stimolato sintomi così simili a quelli, ossessivi, dell’innamoramento. Forse la lontananza. Sull’isola mi sento finalmente lontana. Da che cosa esattamente non lo so, ma mi pare che non abbia importanza. Dalla terraferma, dalla quotidianità, dalla ripetizione. Non lo so. Mi sento lontana e basta. È un piacere obsoleto: oggi la lontananza non esiste più. Viviamo circondati da strumenti che la annullano. Siamo assuefatti alla reperibilità. Ci siamo sempre, non ci siamo mai.

L’isola è un vero altrove, finché sei sull’isola sei irreperibile agli altri e presente a te stessa, puoi dare spazio alla tua parte selvatica, demolire il super io a colpi di silenzio, nasconderti per tutto il tempo che ti serve. Sull’isola sei esentata dall’abitudine. Vivi protetta e minacciata da quattro forze soverchianti: terra fuoco acqua aria. Il nero il rosso il blu e l’incorporeo.

Non sei tu che decidi quando parti e quando torni. Comanda il mare. Il mare limita la tua libertà e ti rende perciò ogni giornata più preziosa.

La natura si esibisce per te in tutto il suo volubile splendore. Obbedirle, ammirarla, comprenderla ti sembra improvvisamente il modo migliore di affrontare i secondi 50 anni della tua vita (ne hai 53, quando arrivi a Stromboli e sei ossessionata dalla paura di invecchiare da quando ne avevi 20). Ti viene in mente che l’inglese ha due parole diverse per nominare il tempo: time e weather. Il primo è quello implacabile degli orologi, che non rallenta, non si ferma, non torna indietro. Il secondo è quello amabile delle stagioni che è ciclico e ogni anno, puntualmente, ti regala un’ estate.

Basta sostituire un tempo con l’altro. È facile. Come è stato facile conquistare il nido perfetto per mettere in pratica questa piccola rivoluzione esistenziale: una casa vecchia di centinaia di anni, vuota da cinque, splendida e malridotta. Finché era un rudere tutti ci andavano in pellegrinaggio perché è lì che il sole, lentamente, esce di scena. La chiamavano la casa del tramonto ma il suo vero nome è casa Colette. È appoggiata sulla roccia, capperi e fichi d’india fioriscono in ogni bava di terra, infiltrando di verde gli scogli scuri che spuntano dal pavimento.

Lo Stromboli in attività 

Il cielo confina col mare, non vedi altro. Ti piaccia o no, affacci sull’infinito: è spiritualmente impegnativo ma bellissimo. Ti pare di vivere sulla tolda di una nave gentile, stabile nella bonaccia e anche nella tempesta. Ci abito qualche mese all’anno. Quando sarò ancora più vecchia ci abiterò ancora più a lungo, amo quella casa.

Tre estati fa, il 12 di agosto, un violento nubifragio l’ha riempita di fango, sassi, alberi sradicati e altri detriti, ha distrutto ogni arredo, ha fatto marcire il candore delle pareti, ha spaccato tutto quello che poteva spaccare (non sempre la natura è benigna, bisogna accettare anche questo) ma la casa l’abbiamo ricostruita, ridipinta, riportata alla sua solida e austera bellezza. E se sarà necessario lo rifaremo. Con la forza, umile e ostinata, del desiderio.

[Lidia Ravera, da la Repubblica dell’8 settembre 2025]

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