Archivio

Da Marsala, ‘Galleria di Ritratti’ siciliani

image_print

di Esther Celiberti, Paolo Meneghini et Al…

In condivisione con “Scuola del Viaggio”, dalla rubrica Guida Galattica per Autostoppisti, pubblichiamo una serie di brevi ritratti ispirati da eventi marsalesi o dalle targhe commemorative nelle strade della città, durante la Summer School Marsala 2025.
Man mano che in redazione ne arriveranno altri, li aggiungeremo a questo articolo, segnalandone l’aggiunta un Commenti

***

Adelasia del Vasto, non più regina
di Esther Celiberti

Sono andata via, ho dovuto quasi darmi alla fuga.
Ripudiata da Baldovino, non sono più regina di Gerusalemme. Con la mia dote egli ha pagato i debiti per l’ingaggio dei mercenari. Non potendo io trasmettere il regno di Terra Santa al figlio di primo letto, si tramanda che il re delle Fiandre abbia ricevuto dal legato pontificio il consenso all’annullamento delle nozze.
Comunque sia, la croce era in pericolo.
Partita da Giaffa, Marsala mi ha accolto. Chi altri se non il porto di Allah? Strano finire tra le braccia di chi mi aveva scacciato.

Ho immaginato di avere mitra e pastorale, fondato tanti monasteri carmelitani qui, a Trapani, Palermo, Messina. Sono divenuta una badessa, il vuoto e l’inoperosità non mi si addicono.

La mia origine è piemontese, provengo dal Monferrato; sposai in prime nozze il gran conte di Sicilia, avevo 15 anni. Dopo la sua morte divenni reggente, mio figlio è Ruggero II, primo re dell’isola.
Ho vergato con scrittura carolina il documento più antico di tutta Europa: il Mandato di Adelasia, scritto in greco e in arabo.

Franca di stirpe e di indole, nel nome che porto Adelasia, vi è il presagio del futuro, nel casato Del Vasto, l’ampio mio esistere.
Il fulgore arabo della Cappella Palatina mi sarà negato. Ma anche qui, nel monastero del Carmine, la luce è la stessa di Palermo e un inaspettato senso di pace mi coglie tra i chiaroscuri del chiostro.

***

Gaspare Colicchia, umile cotonaro
di Paolo Meneghini

Gaspare Colicchia, schiena curva, capo chino sul campo, quel mattino sentì all’improvviso soffiare un vento nuovo e strano. D’istinto alzò la testa e vide un tizio in camicia rossa che attraversava il suo campo di cotone. Stava per urlargli contro un’imprecazione, quando si accorse che intorno ce n’erano altri, come quello. Erano ovunque: erano a centinaia. Forse mille. Erano per lo più giovani e avanzavano fieramente tra i filari di fiocchi bianchi, come se in fondo al campo vedessero la Terra Promessa. Ebbe il sospetto che fosse il loro passaggio a muovere tutta quell’aria.
– Dove andate? – avrebbe voluto chiedere – Chi siete? -, ma non gli usciva il fiato di gola, per la sorpresa e per l’emozione. Li sentiva che parlavano e cantavano con lingue e accenti diversi: non li intendeva bene, ma lo colpì in particolare una parola: – Giustizia! -, dicevano. – Giustizia!

Camicie rosse. Gaspare non l’aveva mai avuta, una camicia. Sempre sul campo, a torso nudo, bruciato dal sole. Spinto da un istinto incontrollabile, prese a seguire quegli uomini tra le file di cotone e poi lungo il sentiero. Sentiva che assieme a loro avrebbe potuto compiere grandi imprese, magari un giorno essere ricordato come un eroe. Ebbe solo un’esitazione quando si accorse che la città si allontanava: si ricordò di avere una moglie, una figlia, una casa. Ma fu un attimo.

Adesso si era alzato un altro vento, che Gaspare stavolta conosceva bene: era scirocco. E quando soffia lo scirocco, alla gente capita di fare qualche pazzia.

***

Crispia Salvia
di Esther Celiberti

Opus africanum (foto da Flickr)

Non sono la pianta aromatica la cui foglia è una sorta di lingua verdastra, né i miei capelli sono ondulati.

Vi parlo e alle mie spalle ho il Mediterraneo di Lilibeo nel quale, non vista, nuoto a lungo sebbene sia proibito, chissà perché. Un’alta muraglia ad opus africanum protegge le mie bracciate dagli sguardi obliqui e sfrontati dei servi, costretti a tenere la testa bassa, e dei clientes di Demetrio, mio sposo, l’uomo che non visto poggia la fronte al bastione del fossato punico, costruito da quelli che c’erano prima.
Ignoro quali siano le terre oltre il mare. E forse è meglio così. Non so chi viva in quei luoghi.
Massa afrorum – dicono.

Amo questa indeterminatezza, questa sospensione di certezze. Le onde sfumano, ricompongono i cocci delle anfore disperse a riva.
Dalla parete della stanza mi guardano pavoni, melagrane, amorini. Sull’altro muro i danzatori tracciano passi vivaci. Statuette di creta e maschere di teatro, popolano questi spazi, sono il mio corredo.
Come la vite di Pantelleria vivo qui da molti secoli, piantata nella terra.

Mi chiamo Crispia Salvia, questa casa è la mia tomba, non fatevi trarre in inganno.

Crispia Salvia

To Top