Ambiente e Natura

Si rompono i tempi

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di Francesco De Luca

 

Totonno venne da giù tutto contento. Disse che aveva affittato la barchetta a due turisti.

Ferragosto era passato, il mese cedeva il passo a settembre e quella estate s’allontanava. A Ponza i turisti si diradavano. Per questa ragione Totonno era contento: di prima mattina era riuscito ad affittare  la barchetta, ‘u canuttiello, lo chiamavano così perché era piccolo e leggero. Non sicuro con mare agitato.

La mattinata era serena e giù al Mamozio Maurino, zì Ceccio, Nunzio non paventavano nessun cambiamento atmosferico. Totonno era giovane ma attento a quanto si diceva da chi aveva più esperienza.

Di esperienza ne aveva anche il padre che non trattenne un disappunto e fece notare al figlio quei cirri in cielo, dalla parte di Zannone, che si muovevano in modo inconsueto: troppo veloci. Aggiunse: “ma tu gli hai detto di non andare lontano… ?” A remi, sarebbero  potuti arrivare… al massimo… al Core, oppure al faro della Guardia.

Ma, insomma, cosa si temeva?
Si temeva che il tempo mutasse all’improvviso perché a fine agosto i tiempe se rompeno!

Fu in un baleno. Da levante s’alzò il vento e increspò tutto il bacino da punta della Madonna al Fortino.

Totonno si impensierì. Prima che il padre lo sollecitasse si accompagnò con Francuccio d‘a Musella e decise di andare in cerca d’u canuttiello.
Utilizzò l’altra barca, più grande e dotata di un fuoribordo Moscone ( della Piaggio ), cinque cavalli.

Uscirono dal porto e lì presero in faccia gli schiaffi del mare che il levante mena quando è in ascesa.

Decisero di andare per la costa est. I natanti che  incontravano rientravano tutti in porto, intimoriti da quel simultaneo sollevarsi del mare. Ancora più minaccioso per la scomparsa del sole. Un’aria grigia stava ingabbiando l’isola e loro due, Totonno e Francuccio, cercavano in tutte le calette di scorgere la sagoma d’u canuttiello coi turisti. Macché. Nulla nella Parata, nulla al Bagno Vecchio e nulla alla Scarrupata, fin sotto il faro.
Decisero di non proseguire oltre perché i due non ce l’avrebbero fatta a remare fino a Chiaidiluna. Girarono e tornarono indietro.

Il mare si ingrossava ma, stavolta, spingeva da poppa. Gli spruzzi non colpivano più il viso.
Agevolati dalla spinta di poppa arrivarono presto allo Scoglio Rosso. Avrebbero voluto esplorare la costa da Frontone al Core ma l’impresa si mostrava difficile. Totonno aveva l’incoscienza della sfida, in ciò affratellato dall’amico Francuccio, con cui andava d’accordo proprio perché spensierati e inclini al rischio.
La barchetta che li trasportava aveva la prua dritta per cui, quando s’abbassava dopo aver affrontato l’onda, imbarcava acqua. E ridevano come stessero intrattenendosi col mare in una gara di ballo. Valutarono però che non potessero andare se non in porto.

E ‘u canuttiello coi due malcapitati?
Da qualche parte erano… ma loro non avrebbero potuto fare altro.

A terra attraccarono la barchetta al Mamozio e si salutarono.

Totonno a casa trovò molta preoccupazione. Non se ne parlò ma la cosa era chiara: i due erano incappati in una mossa ‘i tiempo. Il levante nel porto è esiziale, tanto da dar fastidio talvolta anche all’attracco dei traghetti; la forza motrice di cui disponevano era quella delle braccia, e dunque poco affidabile; mettici l’imperizia dei due forestieri… insomma la diagnosi complessiva rasentava la pericolosità.
Si poteva contare soltanto su un fattore: il levante che si alza di mattino inoltrato nel pomeriggio, di solito, cala progressivamente.
Si pranzò con un peso sullo stomaco. In fretta e senza gusto.

Totonno passò quella  ‘controra’  sulle spine.
Verso le quindici, lo sbollire del mare sembrava calato.

Francuccio, pure lui in sintonia con l’amico, si fece trovare giù in banchina.
Ripresero il mare in cerca dei due. A Frontone qualcuno già era sceso in spiaggia, visto che il sole aveva ripreso il suo dominio nel cielo. D’ u canuttiello… nulla. Così pure sotto il Fortino. Superato il quale sulla parete bianca della chiana ianca  comparve la sagoma d’u canuttiello. Era stato trascinato a terra, oltre la battigia e il frangere delle onde. I due, ritenuti incapaci, avevano avuto l’assennatezza di tirare a secco il canotto perché avevano stimato pericoloso lasciarlo allo sballottìo del mare in quel fondale infido di scogli.

Fu una gioia rassicurante anche per i turisti che, in verità, non mostrarono eccessiva inquietudine. Avevano capito, al momento dell’affitto, di potersi fidare di quel ragazzone dai modi cordiali. Totonno aveva trovato in loro simpatia.

La strategia operativa fu questa: Francuccio rimase sulla barca, Totonno raggiunse a nuoto i due turisti. Avrebbero calato in acqua il canotto e sarebbero stati trainati da Francuccio.
Al porto ad aspettarli c’era il padre che discorreva con Maurino. Probabilmente dell’imprevedibilità del tempo, o dell’irruenza degli adolescenti, o della clemenza della sorte.

Totonno e Francuccio stimarono quel salvataggio un’impresa. La ricordano ancora oggi, ma negli anni ’60 e ’70 a Ponza di episodi del genere ne accadevano tanti.

Perché ne parlo oggi? Perché stiamo nel periodo in cui  se rompeno i tiempe.
Un’altra  ‘aria’  si respira a Ponza. Il turismo non è più ritenuto un fenomeno diversivo della vita isolana. Oggi il profitto ha imposto condizioni operative più stringenti, più restrittive. Più sicure e meno umane.
‘A mossa  ‘i tiempo  verrà. Ci troverà più preparati e meno capaci. Di cosa?

Ciascuno risponda come vuole.

 

NdR: la foto di copertina è di Silveria Aroma

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