segnalato dalla Redazione, da la Repubblica
Nella selvaggia Zannone dopo i festini il degrado della villa Casati Stampa
di Clemente Pistilli – Da la Repubblica del 18 agosto 2025, Cronaca di Roma
Il Comune isolano e il Parco del Circeo non riescono a salvare lo storico edificio E sta crollando anche l’antico monastero vicino
Approdati alla caletta del Varo e imboccato il sentiero che taglia la lussureggiante macchia mediterranea, dopo circa un chilometro e quando la fatica inizia a farsi sentire, si arriva all’ex casa di caccia di Zannone, costruita inglobando parte del monastero cistercense del 1200.
La bellezza dell’isola, selvaggia e disabitata, è struggente e lo sguardo spazia sulle vicine Ponza e Palmarola, per poi perdersi nel blu del Tirreno.
Le vecchie mura dove trascorrevano la loro vita di meditazione i monaci si stanno però sgretolando ed è ridotta a un rudere la stessa villa, diventata nota come quella dei festini, ai tempi in cui il marchese Camillo Casati Stampa e i suoi amici affittavano l’intera isola come riserva di caccia.
Il 30 agosto 1970, pazzo di gelosia, nel suo appartamento in via Puccini, a Roma, il nobile uccise la moglie Anna Fallarino e uno degli amanti della donna, il giovane studente Massimo Minorenti, per poi suicidarsi. Nel corso delle indagini spuntarono decine di foto della marchesa in pose provocanti, molte scattate proprio a Zannone, tra il giardino della villa di cui resiste soltanto un grande arancio, e una scalinata ormai inghiottita dalla vegetazione.
Poco importa che in precedenza quel luogo avesse ospitato Edoardo Scarfoglio, Matilde Serao, la principessa Mafalda di Savoia e i conti Vignati. Si iniziò a parlare di isola dei festini e a livello internazionale la ex casa di caccia è diventata ‘la villa delle orge’.
Zannone, dal 1979 parte del Parco nazionale del Circeo, rappresenta però molto di più, sia per i ponzesi che a livello naturalistico. Dieci anni fa l’allora sindaco di Ponza, Piero Vigorelli, denunciò l’Ente che gestisce l’area protetta. Venne avviata una battaglia legale, con il Comune di Ponza che lamentava il degrado in cui i forestali avevano lasciato la villa, sommersa anche di rifiuti. Arrivarono rassicurazioni per una ristrutturazione dell’immobile e una migliore fruibilità dell’isola, ma nulla è cambiato. Anzi va sempre peggio. Tra le mura sbriciolate e saccheggiate del luogo dove la nobiltà romana e milanese si lasciava andare a una serie di eccessi, sono rimasti pochi mobili ormai a pezzi, vecchie reti e materassi bucati. C’è stata una frana e il rischio che crolli tutto da un momento all’altro è alto. Si è salvata solo un’edicola con un busto di San Silverio, patrono di Ponza.

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Gli isolani sono legati a quei luoghi. «Mio padre era custode del faro e ricordo ancora quando negli anni ’50, su un cacciatorpediniere, arrivò Andreotti. Grazie al suo interessamento io e i miei fratelli abbiamo potuto studiare e al mio papà venne regalato un frigorifero a gas », racconta il medico Biagio Vitiello, che insieme ad altri sogna un recupero dell’ex casa di caccia, magari da destinare a centro per i visitatori.
Ma i problemi sono notevoli. «Ho ripreso in mano diversi progetti rimasti appesi, finanziati dal ministero, e uno di questi è per riqualificare il faro di Zannone. Per quanto riguarda la casina di caccia la proprietà è del Comune e noi non abbiamo competenze» , dice la commissaria del Parco, Emanuela Zappone. «L’amministrazione che mi ha preceduto ha perso un finanziamento. Sulla villa c’è solo un progetto di restauro, che andrebbe anche rivisto. Purtroppo non abbiamo fondi» , sostiene il sindaco di Ponza, Francesco Ambrosino.
A Zannone da due anni non c’è più neppure la vigilanza fissa dei forestali e le visite, che dovrebbero essere sempre autorizzate, spesso vengono effettuate senza controllo, come dimostrano rifiuti abbandonati di recente sempre nella villa e fuochi accesi. Dopo i festini dei Casati sembra caduta una maledizione su quelle mura, destinate a sbriciolarsi senza che possano servire a valorizzare un ambiente che ormai è il paradiso dei mufloni che vivono indisturbati nel bosco di lecci, senza dover più temere i, seppur nobili, colpi di fucile.








