di Francesco De Luca
Nel mio orto non ho tante piante di ficodindia decidiamo perciò di andare lungo la strada provinciale e, lì dove è possibile cogliere i frutti senza danno e senza urtare i proprietari, ci fermiamo e cogliamo i fichidindia. Cogliamo? E’ una parola!
Tranquilli… ho l’arnese adatto. Lo comprai da Gaetano ‘i pelerusso. Il quale andava a rifornirsi per il suo negozio di frutta nell’entroterra beneventano. Amico di cui serbo un ricordo affettuoso. Appena gliene parlai mi assicurò che mi avrebbe portato l’aggeggio per cogliere i fichidindia.
Voglio ancora precisare, per correttezza, che prendevamo i frutti estroflessi sulla strada. Quelli che, se non colti, sarebbero caduti nella cunetta.
Faccio questa digressione per sottolineare come sia possessivo il legame del ponzese con la sua proprietà, ma anche come sia ‘carnale’ il vincolo che avvince noi isolani.
Non ho ancora detto però perché avevamo bisogno di quattro-cinque chili di fichidindia. Mentre per soddisfare lo ‘sfizio’ del frutto estivo ne bastano duo o tre, non oltre.
Qui devo fare un passo indietro, all’inverno di tre anni fa. Andavo a trovare l’amico Aniello Aprea ( a cui approfitto per dirgli il dispiacere per la recente morte della moglie ). Ascendevo la salita di Monte Aprea e incontro una signora conosciuta tempo addietro. “Diretto’ – mi chiama – che piacere vederti… da queste parti…”
Mi faccio coinvolgere dalla simpatia e bontà della donna. Ha casa proprio lì… chiama il marito… entro in cucina… ci sediamo… parliamo.
L’ospitalità e l’accoglienza sono doti innate in noi ponzesi, insieme alla diffidenza. Qualità a contrasto, che formano il carattere degli isolani, e lo delineano a tutto tondo.
E’ d’obbligo bere qualcosa insieme, perché anche il corpo gioisca al pari dello spirito.
La donna porta una bottiglia di liquore preparato da lei. “Cosa è“ – chiedo. “E’ liquore di ficodindia”.
Lo bevo, estasiato perché non ne conoscevo l’esistenza; perché trovo nel suo sapore insolito una ragione della nostra identità antropologica; perché mi riempie d’orgoglio vedere come quella famiglia mi tenesse in considerazione, offrendomi un prodotto della loro abilità ( non sambuca, non whisky, non marsala ).
Ritornato a casa metto in moto anche mia moglie, pure lei all’oscuro. Vengono coinvolti Antonietta, Lucrezia, Adriana. Si incrociano i saperi di sopra gli Scotti, di Santa Maria, di Sant’ Antonio. Le ricette si mescolano, si distanziano e si accavallano.
Ingredienti necessari. Il tempo: quaranta giorni a macerare alcol e succo di ficodindia; i fichidindia, decorticati della buccia spinosa, passati al setaccio per trarne il succo.
Il freddo resoconto non va oltre perché la sostanza è il liquore e la sua bontà. Questa la posso decantare ma quello che certifica il tutto è il gusto. E questo passa per la bocca, per cui occorre assaggiarlo.
Una sola pecca ho rilevato. Non supera l’inverno. Il gusto si deteriora col caldo. Il mio l’ho sperimentato… ma il vostro non penso durerà oltre maggio.









