La Galite

La storia dei fari de La Galite

di Philippe D’Arco

Filippo D’Arco, il parente, mi ha mandato questo testo sulla giornata mondiale dei fari e anche delle foto de la Galite e dell’isola vicina, Le Galiton S.O., dov’è il faro.
Biagio Vitiello

Figura 1

I fari de La Galite

In occasione della Giornata Internazionale dei Fari, ho letto l’articolo di Biagio Vitiello su Ponzaraccontaleggi qui – e questo mi da l’opportunità di parlare del faro del Galiton (anche detto faro de La Galite), uno degli isolotti immediatamente a sud-ovest de La Galite (Figura 1).
L’illuminazione dell’arcipelago fu richiesta già nel 1860 e 1861 dalla Commission des Phares et Balises (fari e segnalatori), nell’ambito dell’ambizioso programma di illuminazione della costa algerina, allora sotto amministrazione francese. Il fine era di mettere in sicurezza la costa orientale della colonia nella zona di Bona e La Calla. Molti problemi ritardarono il progetto, inclusi due di natura molto diversa. A chi appartengono La Galite e il suo piccolo arcipelago? All’Algeria o alla Tunisia?
Nel 1873, il console francese a Tunisi, il Vicomte de Vallat, ritiene che, nonostante i trattati precedenti sulla pesca del corallo, l’occupazione dell’isola avrebbe sollevato grandi difficoltà.

Figura 2

Solo nel 1878 la Francia riconobbe esplicitamente la sovranità tunisina sull’arcipelago. Infatti, nel febbraio del 1878, l’élève Consul Cassas visitò l’isola e vi trovò un piccolo distaccamento tunisino inviato per sorvegliare il ponzese Antonio D’Arco, uno dei miei trisavoli, che era stato cacciato dell’isola nel 1873 dal Bey di Tunisi dopo l’intervento della Francia presso il Primo Ministro tunisino, il generale Kheirreddine.
L’altro problema era di natura tecnica: dove sarebbe stato costruito il faro? Installato su uno degli isolotti più lontani, La Galite avrebbe costituito un ostacolo al fascio luminoso. Installato su una delle cime di La Galite, la nebbia o le nuvole avrebbero potuto annullarne l’efficacia.
Era auspicabile disporre di un’illuminazione utile per la navigazione lungo la costa nordafricana e per la navigazione nord-sud nel Mediterraneo.

Nel 1879, una commissione nautica francese effettuò uno studio approfondito sul posto e, tenendo conto dei costi di costruzione e manutenzione, concluse che si sarebbe dovuto costruire un faro sull’isolotto meridionale dei Galiton sud-occidentali, La Fauchelle. La Fauchelle è situata a una distanza di cavo a sud del Galiton. Questa luce avrebbe garantito la navigazione costiera nonostante tre settori oscuri dovuti a La Galite verso nord-est, l’aiguille (l’ago o il picco) della Fauchelle verso il sudest e le Galiton verso Nord-ovest (Figura 2). Anche questa proposta venne abbandonata. Nello stesso anno, il Bey accettò la costruzione di un faro su una delle isole dell’arcipelago, in conformità con le istruzioni del governo francese, mentre la Francia si fece carico di fornire la lanterna e l’apparato. Nel 1881, fu proposto l’installazione di due fari sull’isola principale, uno a nord-est (Figura 1, punto y) alla Punta dei Cani (Pointe des Chiens) per garantire la sicurezza durante la navigazione principale, e l’altro a sud-ovest destinato alla navigazione costiera (Figura 1, punto x). Il progetto fu  abbandonato nel 1883 per mancanza di fondi.

Foto 1

Foto 2

All’inizio del 900, il progetto di illuminazione riprendre lentamente.  Nel 1913 si decise di costruire un unico faro sulla cima del Galiton. I lavori iniziarono nel 1914. un sentiero di accesso alla vetta furono scavate nella roccia, una a nord, l’altra a sud, per rifornire il cantiere e poi il faro, a seconda delle condizioni meteorologiche. La sommità dell’isola fu livellata e le pietre da costruzione furono prelevate su La Galite. Fu costruita una torre tra le abitazioni, sopra le cisterne destinate a raccogliere l’acqua piovana, e poi un forno per il pane.
Il periodo non fu propizio: la prima guerra mondiale devastò la Francia. La vecchia ottica del faro di Cap Bon avrebbe dovuto essere riutilizzata per contenere i costi. Tuttavia, furono riscontrati numerosi difetti legati allo smantellamento, allo stoccaggio e al successivo trasporto a Parigi, che portarono all’abbandono del progetto.
Nel mezzo della guerra, e su insistenza degli ingegneri dei Phares et Balises, la Francia onorerà il suo impegno del 1879 di fornire la lanterna e l’apparato. Viene prodotta una nuova ottica. Nel pieno del conflitto, l’apparato viene testata a Parigi con l’autorizzazione dell’esercito, che impone restrizioni sui giorni (gennaio-marzo 1918), gli orari e l’orientamento dei test; il nemico si trova a est di Parigi. Infine trasportato in Tunisia e installato in cima alla torre; la lanterna è terminata il 1 gennaio 1919.

Foto 3

Foto 4

Foto 5

Il faro di Galiton, fu ufficialmente acceso nella notte del 15 al 16 maggio del stesso anno. I fanalisti del faro di Cap Serrat, a 24 miglia nautiche di distanza, hanno riferirono di poter vedere chiaramente la luce del faro di Galiton, mentre quelli di Galiton segnalarono che la luce di Cap Serrat era debole.
Fino alla fine del protettorato francese sulla Tunisia, fu custodito, tra gli altri, dai discendenti dei ponzesi che si erano stabiliti a La Galite, tra cui mio padre André(a) D’Arco.
Questi galitois divennero fanalisti nella Francia metropolitana dopo l’indipendenza della Tunisia. Li si trovava a Dunkerque, Concarneau, Pointe de Graves e al Grand Rouveau, vicino a Tolone.


Note

Le Figure 1 e 2 sono state ottenute da documenti dell’Archives Nationales de France; la Foto 1 del stesso archivio
L’immagine qui sotto, da Google map (screenshot) – La Galite, Cap Serrat, Cap Bon – è stata aggiunta dalla Redazione:

 

 

5 Comments

5 Comments

  1. Francesco De Luca

    12 Agosto 2025 at 15:12

    La lettura di Philippe D’Arco la trovo sempre accattivante perché subisco il fascino di trovarmi di fronte ad un ‘ponzese’ di un’altra cultura, di altra formazione mentale ma con le stesse nostre origini… genetiche.
    Nel suo ultimo apporto compare al fondo di una foto (la n. 4) la dicitura voje marine (grotta della foca).
    Ora, poiché i ponzesi le foche monache che praticavano Ponza le chiamavano voie marine, vorrei sapere se anche lui vede il legame fra la dizione francese (?) e quella ponzese. Oppure sbaglio a fare questa connessione?
    Lo ringrazio per l’attenzione.

  2. Sandro Russo

    12 Agosto 2025 at 16:47

    Franco, posso risponderti già io che ho frequentato strettamente Philippe durante la preparazione della sua presentazione su La Galite, a Ponza, nelle sale del Museo, diversi anni fa, ormai. E con lui ho preparato le relative diapositive. Poi l’ho rivisto ancora in Francia sul suo terreno.
    Voje marine è proprio la dizione ponzese per indicare la foca monaca (Monachus monachus). In francese si dice phoque moine (o phoque méditerranéen, ma anche phoque veau-marin, la foca vitulina).
    E’ che Philippe, quando parla in italiano – e con abbastanza sicurezza, da parlarlo in pubblico, come in occasione di quel Convegno -, infarcisce le sue frasi con termini dialettali. Come è stato in questo caso.
    Ricordo in particolare – mi diceva – di un luogo della topografia de La Galite che non riusciva a decifrare dalle citazioni fatte alla buona o dalle mappe scritte a mano – non era una parola francese, né araba… – fino a che non ebbe l’illuminazione che quel posto, sul bordo di un precipizio, era ripreso dalla parola ponzese ‘u ciglie!

  3. Francesco De Luca

    13 Agosto 2025 at 07:20

    Desumo, da quanto scrive Sandro, che l’espressione ponzese voie marine sia stata essa ad essere esportata a La Galite.
    Il che è comprensibile e logico.
    Io, invece, dallo scritto di Philippe D’Arco, ero andato a pensare che la dizione ponzese fosse stata copiata da quella francese. Versione da cestinare!
    Bene. Grazie.

  4. Philippe D'Arco

    16 Agosto 2025 at 05:01

    Ho inviato un’altra foto di mappa nautica de La Galite e degli scogli intorno ad essa.

  5. Philippe D’Arco

    16 Agosto 2025 at 08:06

    Franco e Sandro,
    grazie per i vostri commenti. Ovviamente, ci sono molti legami tra le lingue latine. Ma nel caso specifico, la parola “voje marine” è stata usata dai miei genitori per riferirsi alla foca monaca. Nel articolo, mi è sembrato interessante collegare il luogo al suo passato di cultura ponzese e ai pochi testi importanti che lo descrivono.
Come lo scrive Sandro, la parola veau-marin (con o senza il trattino) o “phoque veau-marin” esiste in francese per designare la foca vitulina (Focha vitulina) ma è pocco usato, si parla di ”phoque commun”. Il nome di specie vitulina fa riferimento alla parola latina Vitulus, il vitello in Italiano e veau in Francese. Nel linguaggio colloquiale, dire di una persone che è un “veau” significa che la persona è pesante nel corpo o nella mente, per una macchina che è una macchina lenta, qui facciamo riferimento alla difficoltà che le foche hanno nello spostarsi sulla terra ferma…
    Per sfruttare questa discussione, aggiungo la mappa di la Galite prodotta del servizio topografico dell’esercito nei primi anni del 900. Si trova la toponomastica francese definita a questo momento. Si riconosce facilmente i nomi ponzesi: La garde = La guardia, Pointe de la Madone = Punta della Madonna, l’escaroubade = Scarrupta, parte scrollata nel 1878, Pointe de Mistral = la punta di maestrale, Pointe de Siroq = La punto scirocco, Bosc Grande = vuosco ranne, …. 

    Oudjill è la parola indicata da Sandro, non è né francese, né araba, ma è la versione fonetica francese di ‘u ciglie’! 
‘N’coppa u pian’ divenne La plaine.

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