Su richiesta di Sandro, che da eccellente motivatore mi chiede di commentare un articolo uscito su Repubblica, mi accingo a dire la mia su alcuni contenuti dell’articolo. Naturalmente non ho letto il libro dell’orientalista Wilhelm Halbfass, quindi sono fiducioso che certe inesattezze contenute nell’articolo, siano state certamente riportate alla coerenza nella trattazione del libro. Dunque il mio sarà solo un commento al commento, da prendere quindi con prudenza ed elasticità. Tuttavia, nonostante l’ottimismo, leggere ‘certe cose note’, mi fa fortemente dubitare che l’autore volesse veramente dire altro, essendo la sua una posizione a me molto nota da tutta la vita, la posizione cioè degli accademici tout court e dei ‘filologi profani’.
Innanzitutto, ma in questo caso non è una critica diretta all’autore, bisogna precisare chiaramente che la speculazione religiosa e spirituale, a qualsiasi livello, non può essere appannaggio di chi è estraneo alla religione e alla spiritualità, cioè a chi non abbia abbracciato nella propria vita pistis – aletheia – eros (pratica – conoscenza -devozione). Non si capisce infatti in che modo chi non abbia sperimentato nella propria esistenza queste dimensioni religiose e spirituali, o addirittura sia apertamente avverso ad esse, possa esprimersi con competenza su questo argomento. I materiali cosiddetti ‘scientifici’ sui quali tanto fieramente contano gli accademici non sono che un supporto utile solo alla pratica e alla modalità di trasmissione orale e iniziatica. Platone ad esempio era stato molto chiaro e scettico nei confronti della scrittura, proprio nel periodo in cui la Sapienza degli Antichi, rischiando di essere perduta con il degradarsi dei tempi, necessitava appunto gioco forza d’esser messa per iscritto. E chi conosce per esperienza diretta le Tradizioni antiche ancora esistenti, di cui l’India è un ottimo esempio, sa perfettamente che l’esperienza spirituale non si fa sui libri. Del resto se questi sedicenti accademici conoscessero meglio l’argomento di cui vanno parlando, saprebbero benissimo che nella stessa India, la maggior parte dei percorsi spirituali più alti, non si basano sull’autoritá dei Veda, ma sui commentari (Bhasya), sulle tradizioni orali mitologiche (Itihasa e Purana) o addirittura, su testi che attaccano e negano direttamente l’autorità dei Veda, come nel caso di tutta la tradizione del Tantra. Ma gli accademici si attaccano al testo, come il mormone alla Bibbia o il muazzin al Corano, e divengono così più estremisti del testimone di Geova, più letterali, escludendosi, un po’ per arroganza, un po’ per l’utilizzo di una prassi del tutto fallimentare, dal penetrare davvero nei significati più profondi ed essenziali dell’argomento. Dicevano i nostri grandi e amati Padri della tradizione romanica ed ellenica, che il significato essenziale della cose è il loro sale. Per l’uomo, infatti, essere sapiens significa ‘essere salato’ cioè disporre del sale delle cose, mentre quando non si possiede il salis sapientiae delle cose si è insipiens o in-sulsus, insipidi e insulsi che non hanno gustato il significato profondo della religio, e che, per citare i Veda a cui tanto tengono gli orientalisti occidentali (loro molto di più di quanto poi effettivamente ci tengano gli stessi hindu!), sono paragonabili ad api che si aggirano attorno ad un barattolo chiuso di miele.
Eppure ci si impegnano, redigono opere ‘elefantiache’ e ‘indispensabili’, come dice l’autore a proposito dell’opera di uno di loro. Sì, indispensabili per loro, totalmente ininfluenti però, per chi la religio la pratica davvero. Un tempo fui anch’io uno di questi sventurati ahimè, e lungo è stato il percorso per liberarmi dalle loro fantasie e dal loro approccio fallimentare.
Le ‘Dottrine non scritte’ di cui parla Platone, cioè la vera Tradizione vivente, non è mai morta, ma sempre si trasforma mantenendo con la Traditio Aurea, l’origine di tutte le religioni, una relazione di partecipazione.
La Tradizione vive principalmente nei simboli della religio, nelle analogie dei miti, nelle iniziazioni noetiche, nelle parole degli inni sacri, nei gesti rituali, negli arcani della musica, nei movimenti delle danze devozionali e catartiche, nelle parole ed esperienze dei ‘compagni di viaggio’ (sangha), negli insegnamenti sintetici dei maestri, e in tanto altro, tutto rigorosamente autonomo e indipendentemente dalla scrittura, direi addirittura causale-principiale di essa.
Dunque di cosa stiamo parlando?
Questo non vuol dire che l’autore dell’articolo in questione non possa parallelamente alla sua attività di speculatore gratuito sui ‘Misteri’ essere anche un praticante, ma vedete, il problema è proprio questo ‘parallelamente’. Gli accademici e i sedicenti esegeti laici sono addirittura convinti che sia nobile e proficuo separare il sacro dal profano, cadendo così in una dualità irrisolvibile, loro che parlano dell’uomo occidentale come duale, astratto e irrisolto. È infatti a loro stessi che rivolgono queste parole.
Nella nostra tradizione romanica o ellenica, come in tutte le Tradizioni sacre, questo dualismo sacro-profano non solo è del tutto estraneo, ma è considerato addirittura la più grande delle aberrazioni.
Basta leggere qualsiasi dei nostri maestri e padri, da Parmenide a Platone, da Virgilio a Varrone, Cicerone, Seneca, Marco Aurelio, Ovidio, Orazio, Proclo, Plotino, Apuleio, Macrobio, e tutti gli altri, senza esclusione di nessuno, nemmeno di Aristotele, i cui insegnamenti sono spesso presi per giustificare la narrazione accademica, che vuole identificare il principio del razionalismo proprio in lui.
C’è veramente da chiedersi come abbiano fatto, i nostri eroi accademici dopo tanti studi, a non capire assolutamente nulla della nostra reale tradizione spirituale e religiosa. È un miracolo dell’intelletto questo, cioè il ripiegarsi su se stesso quando è spinto troppo avanti nella direzione sbagliata. Il pensiero occidentale tradizionale e religioso, perché qui stiamo parlando di spiritualità e religione, non è assolutamente astratto, né duale, né laico, né razionale. Tutto il contrario anzi. Bisogna però astrarsi dalla narrazione faziosa di tutto l’apparato esegetico cristiano, per riconoscerlo immediatamente e senza ombra di dubbio alcuno. E così bisogna leggere ancora che ‘bisogna aspettare i primi missionari cristiani etc…’.
La verità è l’esatto contrario, e bisogna dirlo anche se qualcuno si può offendere. È stato proprio il cristianesimo con le sue mire egemoniche, assolutiste, evangeliche, prepotenti e violente che impiantandosi attraverso manovre subdole nell’Impero che fino a quel momento era stato davvero sovra partes, a chiudere totalmente i contatti con tutte le altre tradizioni religiose, atteggiamento che ha conservato per praticamente tutta la sua storia senza mai smentirsi, e comune ai suoi fratelli ebrei e musulmani.
La nostra Tradizione, fin da tempi immemorabili, ha dialogato, dato e ricevuto, da tutte le altre Tradizioni, anche da quella indiana. Pitagora, prima di inaugurare la sua scuola crotonese, aveva studiato in Medioriente, in India e in Egitto per più di 40 anni, e la sua era esperienza comune per tutti coloro che perseguivano la conoscenza spirituale.
Leggiamo poi con stupore, in questo articolo in questione, che gli accademici sostengano un’assurditá talmente grande come quella di pensare che il primo contatto con la sapienza orientale sia stato ad opera della spedizione di Alessandro. Quanto ancora dovremmo sentire queste cose? Tra l’altro Alessandro non arrivò mai in India, essendosi fermato poco dopo il fiume Indo, che oggi scorre in Pakistan, poco oltre la catena montuosa dell’Hindo Kush. Ma la storiella a loro piace, e quindi la raccontano impunemente. Poi stupisce ancora di più sentire, come sopra detto, che i primi a stabilire un reale contatto con la sapienza indiana furono i missionari cristiani, a seguito dei traffici commerciali, immaginando quindi che si riferiscano alla colonizzazione criminale della Compagnia delle Indie. Si prosegue affermando che il primo dialogo interreligioso con la tradizione vedica-indiana è stato imbastito dai filosofi del Romanticismo. E al di là dell’essere quest’affermazione solo la mostruosa ed estrema conseguenza di tutti i fraintendimenti detti fin qui (e di molti altri), ci sarebbe da chiedersi di quale dialogo interreligioso stanno parlando, visto che la quasi totalità dei ‘filosofi’ romantici erano totalmente atei quando non avversi apertamente alla Religio e alla Traditio! E qui siamo al punto di partenza. Anzi, qui siamo alla loro confessione. Tutto quello che si è detto riguardo il modello tipico dell’accademico occidentale, si è in realtà sviluppato a partire dall’illuminismo fino ad oggi, e non rappresenta assolutamente la natura essenziale e sostanziale del vero pensiero occidentale. Ma loro, piccola minoranza elitaria di ‘uomini senza sale’, come sopra spiegato, sono quattro gatti ma si presentano come modello paradigmatico del filosofo occidentale. Dio e gli Dèi ci salvino ! È proprio questo il caso di dirlo.
Tra l’altro già alla fine del diciannovesimo secolo, con il sorgere di innumerevoli movimenti di pensiero simbolisti, esoteristi e molto altro ancora, l’umanità occidentale aveva già manifestato la sua piena insoddisfazione per il pensiero illuminista, razionalista e naturalista. E si può dire che queste aporie illuministe con pretese assolutiste, elaborate appunto sempre e solo da una élite spesso in mala fede, o spinti troppo oltre con la loro presunta ‘intelligenza’, siano sopravvissute solo per imposizione culturale. L’umanità occidentale non crede fino in fondo al razionalismo, alla scienza, e al materialismo, oggi come mai, e il fiorire di innumerevoli movimenti spirituali odierni, al di là del loro reale valore, ne è un chiaro segno.
Di quale astrattismo, di quale dualismo, di quale irrisolutezza state parlando allora, oh sedicenti accademici ? Della vostra ?
Adesso diciamo due parole sulla presunta posizione ‘asimmetrica’ degli indiani nei confronti degli occidentali. Si loro ci considerano mleccha (fuori casta), e incapaci di accostarsi anche minimamente alle loro sapienza. Sì, e lo fanno perché, a un certo punto della storia (come accennato sopra) si sono dovuti interfacciare proprio con voi, arroganti figli dei cialtroni romantici. E poi con i missionari cristiani, lupi famelici travestiti da agnellini. O con commercianti e coloni senza scrupoli. Cosa dovevano fare di fronte a tanta degradazione del pensiero e delle intenzioni ?
Ma provate a parlargli di Eraclito, di Pitagora, di Platone, dei Padri della tradizione metafisica romana ed Ellenica, di tutti i neoplatonici, degli ermetisti, dei Teologi dei Misteri, dell’alchimia, dei Misteri d’Amore, cioè di tutti quello che i nostri ‘geni’ accademici schifano, e vedrete come vi rispetteranno. Vedrete allora apparire la scintilla dell’interesse nei loro occhi, e molti vi chiederanno addirittura di insegnar loro qualcosa, ribaltando totalmente l’ordine asimmetrico del quale parla l’autore dell’articolo che sto commentando.
Ho detto ‘che sto commentando’. No, in realtà non ho nemmeno iniziato a commentare il contenuto accennato nell’articolo che mi sembra voglia vertire sul concetto di dharma e darshan, perché le righe introduttive già sono sufficienti per me per non voler spendere inutilmente altre parole (NO – il mio tempo prezioso). Del resto, se ancora stiamo disputando sulle possibili implicazioni etimologiche di concetti basilari come dharma e darshan, dimostrando di non essere capaci di uscire nemmeno dalla sfera dell’etimologia, per quanto preziosa essa sia, rimanendo sempre e solo nell’astratto, nel duale, nell’irrisolto, cioè nel loro pensiero (degli accademici), vuol dire che tante speranze non ce ne sono.
Da parte nostra, che abbiamo praticato e amato senza riserve – e con immani sacrifici – la Religio e la Traditio, non possiamo che consigliare a chiunque sia sinceramente interessato alla Religione, che sia nel suo aspetto filosofico, teurgico o devozionale, di rivolgersi altrove, e non nelle opere degli accademici, ma verso la naturale, non conflittuale, assolutamente pratica e illuminante esegesi della filologia tradizionale.









