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Cari amici della Redazione e cari lettori,
il pezzo nasce a seguito degli avvenimenti di Milano ed altri (che non sono solo di questi giorni). Chiacchierando infatti con amici, uno ha citato un vecchio detto. Al che gli ho risposto: “Ma tu sai cos’è esattamente una falanga?” Quello ha cominciato a dare risposte vaghe, per nulla attinenti. Gli ho spiegato cosa fosse. Mi ha risposto: “Ah! Ora capisco”.
Un “caldo” saluto da Pasqualino
La falanca si ‘nn’è sevunta
Nun cammina, carcioffolà
[Nella canzone Amice non credite a le zitelle, di Roberto Murolo, tratta dall’album Napoli antica, vol. 2]
’A falanga
Pochi giorni fa, nei pressi di un pontile, una gru posava dolcemente sull’acqua una grossa barca con il fuoribordo. Io e mio nipote abbiamo assistito alla scena. Poggiata dolcemente sull’acqua quella si dondolò un pochino come volesse, felice, riassaggiare o assaggiare per la prima volta il suo ambiente. Un solo uomo, salito su quella, la ormeggiò al pontile anzi la incastrò in mezzo alle altre. Quella, come se le fosse stata messa addosso una camicia di forza. non si mosse più. Il mio pensiero andò al tempo in cui le barche di Gigino dondolavano là, nei pressi di Gennarino a Mare, al di sotto del muro della strada o quando una sola, quella, era ormeggiata alla banchina nuova ed anche quelle ormeggiate nel porto borbonico o a Giancos o a Santa Maria erano più… libere.
Come più libero era l’andare e forse anche il pensiero che, soprattutto negli anziani, vagava nei ricordi specialmente di quelli che erano usciti dallo stretto guscio che li circondava. Li si raccontava e tramandava usando il colorito dialetto (in quel tempo, aborrito nell’ambito scolastico e sottolineato con matita blu/rossa).
Ma, anche allora, le barche, come tutto ciò che nasce sul Pianeta, avevano bisogno di rimessaggio e manutenzione. Per questo alcune venivano affondate. Stavano lì, a pelo d’acqua, per la gioia di noi bimbi a cui piaceva capovolgerle e sentire quella massa, altrimenti dura, divenire morbida e docile ai comandi. Era anche pericoloso perché si rischiava di rimanere al di sotto della barca. Incoscienza di bambini e sprezzo del pericolo dovuto all’età, ma anche confidenza col mare e con le proprie capacità.
Ma quando si trattava di tirarla in secco, il tutto diveniva come un rito corale.
All’ora convenuta, infatti, ci si radunava nel luogo destinato (spiaggia, darsena o caletta), in attesa che arrivasse il natante con il nocchiero. Dalla riva li si vedeva arrivare. Il nocchiero faceva forza sui remi stando in piedi con il viso rivolto verso prua. Davanti a questa, che ripetutamente si fletteva nel mare, un piccolo baffo bianco. La barca, infatti, avanzava velocemente, quasi avesse fretta di “truccarsi” per diventare di nuovo bella. In realtà perché bisognava rispettare l’orario dell’appuntamento essendo coinvolte varie persone che avevano lasciato anche le loro occupazioni per dare una mano.
Altri tempi! Tempi in cui, fin da bambini, ci si abituava a “dare una mano” e a rispettare l’altro, mantenendo i tempi!
Giunti sul posto, si dava la cima di prua e la barca veniva tirata leggermente in secco, quel tanto per potere poggiare la prima falanga. Tutti quelli che stavano a piedi nudi si inoltravano nell’acqua e l’abbrancavano come fosse una preda, altri che non volevano o non potevano togliersi le calzature aspettavano un poco più su, in attesa; ma con lo sguardo sembravano quasi voler far salire in fretta il natante. Dando la voce, per uniformare gli sforzi, si cominciava a tirarla verso l’asciutto. A mano a mano che saliva si ponevano le falanghe al di sotto della chiglia. Queste erano dei grossi pezzi di legno massicci con un incavo in mezzo dove scorreva la chiglia.
Per agevolare lo sforzo nel far scorrere al meglio la chiglia si usava “ògne” (ungere) la falanga con del grasso detto “sivo”. Quando l’ultima falanga usciva dalla chiglia, a poppa, la si afferrava e prestamente la si poneva nuovamente sotto la prua; la quale, qualche volta, invece di andare diritta e di appoggiarsi nell’incavo, si impennava, e, come mustang indomito, cercava di disobbedire ai voleri dell’uomo. Ma quello con forza l’abbassava e l’incanalava di nuovo nell’incavo.
Tutto deve sottostare ai voleri dell’uomo; una sola è, nonostante ogni sforzo, da sempre disubbidiente: la morte.
Così ci si fermava un pochino; quindi di nuovo, con più lena, un’altra poderosa spinta, sempre avvicendando le falanghe. E così di seguito fino ad arrivare, madidi di sudore ma soddisfatti, là dove si era deciso che si poggiasse definitivamente per il rimessaggio. Lontano dalle insidie del mare. Quando tutto era finito si poneva, al centro, sotto un fianco della barca, un bel tocco, cilindrico, di legno o qualche pietra e dolcemente su di esso si poggiava la barca. Alcuni li poggiavano sotto entrambe le pance”. Così mentre nel primo caso la barca sembrava dimessa, quasi relitto abbandonato, nel secondo il natante assumeva una forma… superba, quasi pettoruta.
Non appena ebbi finito di raccontare, una persona che stava con noi disse sorridendo: “Ora capisco cosa voleva dire mio padre quando asseriva: “Per andare avanti nella vita o in qualsiasi professione, arte e/o mestiere, a volte, bisogna “ògnere ’a falanga!”.
Veruccio come al solito non si fece attendere e: – “Aveva un significato metaforico – disse –, ma da ciò che si sente in giro questo detto è tutt’ora valido, se la magistratura è costretta ancora ad intervenire”.
L’ho guardato un po’ irritato: “Tu sei solo catastrofico – gli ho risposto – non puoi pensare, per caso che il sivo (grasso) serve anche per migliorare ciò che si possiede e ciò che si vuole fare? Voglio dire: se tutt’insieme tiriamo la nostra barca, non è meglio cercare qualcosa che renda il nostro lavoro meno farraginoso, meno faticoso, più fluido e più attraente?”
Veruccio mi ha guardato con fare incredulo: – “See, see… Campa cavallo…” – ha continuato – “Si diceva anche “Santo Mangio è nato prima di Cristo!”. Se n’è andato sorridendo e scuotendo la testa. L’ho lasciato ai suoi modi di dire.
Cronaca di Pasquale
Falanghe di quercia secolari allo scalo Mamozio
Nota – Tutte le foto inviate da Luigi Dies, insieme ad accurate spiegazioni.









