di Marco Belpoliti, proposto da Sandro Russo da la Repubblica
–
La serie
“L’albero della vita”. Dalla serie estiva di Marco Belpoliti dedicata alla storia degli alberi da frutto e al rapporto tra natura e cultura stiamo scegliendo a caso e per assonanze personali. Di piante “furastere” sul sito abbiamo scritto molto, e tuttora ci sono, sull’isola e tra i nostri lettori, dei puristi che vedono l’introduzione di piante alloctone come un peccato mortale. Salvo poi bearsi dei panorami con agavi e dei frutti dei fichidindia.
“L’arancio è senza dubbio una pianta migrante…”, scrive Belpoliti. Non è mai uscito sul sito ma io stesso, tempo fa per “Omero, Scuola di Scrittura in Roma”, preparai una compendiosa monografia dal titolo “Piante e uomini in viaggio” che mi prese molto (tempo ed entusiasmo). Sarà il caso di ritirarla fuori…
S. R.
Arancia. Dalla Cina con furore il frutto che stregò Galileo
di Marco Belpoliti – Da la Repubblica del 10 luglio 2025
La storia millenaria e fortunata dell’agrume più diffuso al mondo: giunta da Est, è diventata un simbolo del Mediterraneo
La parola che lo indica nella nostra lingua proviene dal persiano: narang. Tuttavia, l’origine geografica dell’arancio, l’agrume più diffuso al mondo appartenente alla famiglia delle Rutaceae, è stata a lungo un piccolo mistero. Lo si ritiene originario della Cina, da dove fu importato in Spagna e in Portogallo, tanto che in varie lingue (latine, arabe, germaniche) i suoi frutti sono chiamati “portogalli”.
Come gli altri agrumi (che ci danno limoni, cedri, mandarini, clementine, lime, pompelmi, chinotti, bergamotti) l’arancio è senza dubbio una pianta migrante. Secondo Giuseppe Barbera, autore di Agrumi. Una storia del mondo (il Saggiatore), nello Yu Gong – testo arcaico cinese detto anche Tributo di Yu, dove si narra della dinastia Xia (circa 2195 a.C.–1675 a.C.), vi è un preciso riferimento a un carico di agrumi. Non si sa, spiega ancora Barbera, come gli agrumi, e dunque anche l’albero dell’arancio, siano arrivati nel Mediterraneo, per quanto si ipotizza che il loro viaggio sia partito dalle regioni occidentali dell’India, su battelli spinti dalle correnti favorevoli dei monsoni, oppure per mezzo di carovane via terra che andavano verso l’Arabia. Anche se è in Persia che finiranno per scoprirli i mercanti greci, sempre in cerca di buoni affari. Teofrasto (371 a.C.-287 a.C.), allievo di Aristotele, nel trattato di botanica De causis plantarum propone la prima descrizione in Occidente di un agrume. Ragione per cui siamo quasi certi che nella sua epoca gli agrumi erano presenti in Grecia. Diventate ben presto famose, le arance vengono assimilate a un mito: il Giardino delle Esperidi. Insieme al cristiano Eden, le due storie diffondono l’immagine del locus amoenus, così che la coppia giardino e frutteto diventa una sola cosa, condizionando sia la coltivazione in senso stretto sia l’immaginario.
A giungere in Occidente fu però dapprima l’arancio amaro (citrus aurantium), che nasce dall’ibridazione del pomelo con un mandarino. I botanici l’hanno ritrovato allo stato selvaggio nel nordest dell’India e nelle foreste del sudovest della Cina. Le arance dolci (citrus sinensis) sono invece arrivate da noi alla fine del XV secolo. Si dice che sia stato Vasco da Gama, che raggiunse l’India passando per il Capo di Buona Speranza, a portarlo: da qui il primato portoghese nel suo commercio. Ma c’è anche chi avanza l’ipotesi che a diffondere le piante siano stati i mercanti genovesi che le propagarono nel Ponente ligure, in particolare a Sanremo, soppiantando la specie amara.
Come nel caso dei meli, a raccoglierne i preziosi semi originari fu Nikolaj Vavilov, il geniale botanico russo fondatore dell’“Istituto pansovietico di coltivazione delle piante”, fucilato in epoca staliniana. Vavilov individuò nella regione indo-birmana i piccoli alberi e i cespugli da cui provengono i progenitori degli aranci e degli altri agrumi, proprio là dove scorrono grandi fiumi, tra cui lo Yangtze, il “fiume azzurro“. Oggi esistono centinaia di varietà di arance, a polpa bionda e polpa rossa, alcune delle quali sono state brevettate. E si dividono per ragioni d’uso tra arance da spremere e arance da sbucciare a tavola.
L’importanza storica degli agrumeti in Sicilia, terra dove l’arancio fu prestissimo introdotto, è raccontata in un libro, Giardino degli aranci, da Salvatore Lupo, che indica nella loro presenza e coltivazione non solo un elemento economico, ma anche «un sistema di relazioni umane, un modo d’essere di persone e ceti, un criterio di comunicazione con realtà esterne, in una parola un mondo».
Gli agrumi hanno mosso l’ammirazione di personaggi illustri, tra cui Galileo che nel Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo (1632) cita il piacere principesco e costoso di seminare in vaso «un arancino della Cina per vederlo nascere, crescere e produrre sì belle frondi, fiori così odorosi e sì gentil frutti». Per non parlare dei poeti arabi, che rendono il frutto – rubato da Ercole nel Giardino delle Esperidi per darlo al mondo – un oggetto sensuale.
Fino ai versi di Jacques Prévert che più di un produttore o commerciante ricorda: «Un’arancia sul tavolo / il tuo vestito sul tappeto /e, nel mio letto, tu /dolce dono del presente».
Cosa leggere per saperne di più
Giuseppe Barbera, Agrumi. Una storia del mondo. Il Saggiatore
Francesco Calabrese, La favolosa storia degli agrumi. L’Epos
Salvatore Lupo, Giardino degli aranci. Marsilio
Fernand Braudel. Il Mediterraneo. Bompiani
[Marco Belpoliti, la Repubblica del 10 luglio 2025]
La pagina di Repubblica del 10 luglio 2025. Arancio. Art. Belpoliti
[Gli alberi della vita (2). L’arancio – Continua]
[Gli alberi della vita (1). L’olivo – leggi qui
***
Commento di Biagio Vitiello del 28 luglio (cfr. nella colonna dei commenti)
Alcune foto allegate
Citrus australasica:














