di Francesco De Luca
Si parlava stamattina: pagare lo scotto alla vecchiaia… Cosa significa? Significa anche muoversi con lentezza. Non per ponderatezza, no, non per scelta logica, bensì per necessità. Le articolazioni sono ingrippate e, sollecitate con sforzo, generano dolore. E questo obnubila l’intelletto e fa compiere movimenti inappropriati. Cosa significa? Significa: muoversi al limite dell’equilibrio, al limite della durata. E si inciampa, o si cade, o non si regge il peso, o si traballa.
La gravità, vince sulla logica. E si combinano guai. Per le cose e per se stessi. Le cose, ovvero gli oggetti, si frantumano, si dissestano, si scheggiano, si collocano in malo modo. L’organismo dell’individuo, anch’esso, ne risente. Nei due aspetti: quello fisico e quello mentale. Quello fisico presenta una menomazione nel corpo: grave, leggera, passeggera, permanente (con le conseguenze già dette). Quello mentale si palesa in modo più subdolo: si perde la sicurezza nelle proprie capacità. Viene inficiata l’autostima. Si insinua la deficienza.
Ora, se questa deficienza si porta all’evidenza della consapevolezza, allora è un bene per l’individuo, perché egli si rende conto effettivo delle sue possibilità. Se, al contrario, non si porta in evidenza ma la si lascia nel sottofondo dell’inconscio, allora la mente si autodistrugge; diviene sede di patologia.
Ne risente anche la sfera emotiva. L’anima (quel misto di intelletto e sentimento, di rigore e irragionevolezza) si ammala. Di se stessa. La vecchiaia (o anzianità, è lo stesso) diventa non più un segmento dell’esistenza bensì uno stato patologico dell’individuo.
Questi argomenti sono selettivi, lo so. Perché sono di nicchia (interessano soltanto gli anziani); perché non hanno appiglio sulle nuove generazioni; perché non risultano attuali nel dibattito comune.
Eppure la vecchiaia (o anzianità) ha un sempre maggior peso nella realtà sociale (sia quantitativamente sia qualitativamente). Perché, per quanto l’attualità inneggi al giovanilismo sono gli anziani che danno le direttive al futuro.
Se è vero che i giovani hanno sempre ragione perché il tempo è dalla loro parte, la lotta affinché il nuovo si imponga bisogna farla contro la mentalità dominante dei vecchi.
Parliamo di questi argomenti con zì Ntunino, con Gennaro, e con altri nullafacenti in ozio vigile. Sono riflessioni ricorrenti. Di mio aggiungo soltanto questa poesia in dialetto, che mi pare confacente:
Stenne ’a cauce (1)
Stenne ’a cauce ’a signora
’ncopp’u muro d’a curteglia:
annasconne i screpolature,
cancella i segne d’u tiempo.
Ianchèie (2)
pecché sente ’u bbisogno d’u nuovo.
’I primm’ ammatina
’u sole permette ’a fatica.
’A iurnata se mmosta ancora amica.
Passa ’u penniello,
ce repassa ’a copp’ ,
cu mosse calculate:
né poca cauce,
né troppa.
Ianchéie,
pe ferma’ ’u tiempo (accussì pensa ‘i fa’).
Piglia luce ’a casa,
se fa vasa’ d’ u sole,
è cuntenta ’a signora
e rire senza parole.
’U ianco fa capuzzella (3)
aret’ i uastaccette (4),
fra i zamperevite (5)
e i gghianeste.
Ianchéie ’a signora, e ’u brutto
’u mette sotto.
Ma niente è cchiù comme era.
’A cauce nun ce ’a fa
a nasconne l’ aità
e nemmeno a sana’ ’u passaggio
ch’a vita ha fatto
’ncopp’a stu muorzo ’i terra
addò c’è stato dato ’i campa’.
Note: 1 – calce; 2 – biancheggia; 3 – si mostra; 4 – ginestra (genista tyrrhena); 5 – agave.
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