proposto da Sandro Russo, un articolo di Elena Stancanelli da la Repubblica di ieri
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Ci ha interessato molto, questo articolo di Elena Stancanelli… come viaggiatori, come scrittori, come uomini/donne del nostro tempo in cui, nel giro di pochi decenni, il mondo (e le relative avventure) si è ristretto sotto gli occhi.
Posso spiegare il nostro titolo (quello di Stancanelli non è modificato). Riguarda la mia collaborazione con il sito “Scuola del viaggio“. Quando allo stage di Cefalonia (settembre-ottobre 2024) ho conosciuto Claudio Visentin, scrittore, guru e conduttore della Scuola, tra le pieghe dei tanti temi che venivano affrontati ogni giorno, ogni tanto spuntava Ponzaracconta… che certe storie erano state trattate anche lì…. Tanto che diventò quasi un tormentone… E negli ultimi giorni Claudio sbottò: Eh! …su Ponzaracconta c’è tutto! Ma non è un sito! È la Guida galattica per autostoppisti! Così quando si concretizzò la mia collaborazione con il gruppo, per trasferire i racconti di viaggio che nascevano dalle più recenti iniziative della Scuola – Cefalonia e Itaca, Marrakech, la Bretagna… – da Ponzaracconta all’altro sito, Claudio propose proprio quel titolo:
https://www.scuoladelviaggio.it/guida-galattica-per-autostoppisti-it.php
L’ho ritrovato anche nell’articolo che qui propongo – notevole anche per altri versi – che raccontando di viaggiatrici del passato, si interroga sul senso del viaggio, oggi.
Quando abbiamo smesso di dire “noi viaggiamo da sole”
di Elena Stancanelli
– Nel 1938 Ella Maillart e Anne Marie Schwarzenbach partono per l’Afghanistan Una cercava l’armonia, l’altra l’oblio. Ora che siamo tutti turisti, che cosa cerchiamo?
– Personaggi leggendari come Chatwin o Fermor non li frequenta più nessuno. I loro libri hanno fatto la stessa fine delle guide di carta
Maillart e le sue compagne di viaggio sul veliero Bonita diretto a Creta nel 1925.
Credit: Brunhes-Delamarre/KHARBINE-TAPABOR.
Prima di partire per l’Afghanistan insieme all’amica Christina, Ella Maillart va a trovare Carl Gustav Jung. È il giugno 1938, l’apocalisse è in agguato, il tempo stringe. Tra le tante ragioni di quel loro viaggio c’è proprio la voglia di lasciarsi alle spalle l’Italia di Mussolini, le croci uncinate che sventolano ovunque, l’Europa che si organizza per la guerra.
Ella Maillart detta Kini è una fotografa svizzera, velista e hockeista su ghiaccio. A vent’anni ha traversato il Mediterraneo con una barca a vela di venti metri raggiungendo la Corsica insieme a un’altra amica, Hermine de Saussure. Poco dopo è partita per Mosca e nel 1935, insieme a Ian Fleming – lo scrittore, inventore del personaggio dell’agente 007 ha viaggiato sette mesi in Cina. Anche stavolta al suo ritorno scriverà un libro per raccontare le sue avventure, si intitolerà La via crudele (EDT editore). Christina è lo pseudonimo usato da Maillart per nascondere l’identità della persona che viaggia con lei. Scrittrice con poca fortuna, creatura dall’irresistibile fascino androgino, tossicodipendente, guidatrice impeccabile della sua Ford V8, attratta dal dolore come unica forma possibile di conoscenza, l’amica che tutti le hanno sconsigliato di portare con sé è Anne Marie Schwarzenbach.
Nata in Svizzera in una famiglia di ricchi industriali simpatizzanti nazisti, ha vissuto in Siria, in Iran dove ha sposato un diplomatico dal quale si è già separata, e negli Stati Uniti con i due fratelli Mann, Erika e Klaus. Di lei si è già innamorata disperatamente Carson McCullers, che le ha dedicato il suo secondo, splendido, romanzo: Riflessi in un occhio d’oro.
Schwarzenbach morirà quattro anni dopo quel viaggio, nel 1942, per le conseguenze di una caduta in bicicletta. Quando parte con Ella ha trent’anni, e spera che allontanandosi così tanto riuscirà a lasciarsi alle spalle la dipendenza dalla morfina.
Prima che le due donne si dirigano verso il Lago di Garda, la loro prima tappa, Ella decide quindi di far visita a Jung.
Racconta Maillart che il celebre psichiatra e antropologo e filosofo le chiede semplicemente perché viaggiate? Per trovare coloro che ancora sanno vivere in pace, lei risponde. Parlano poi delle ricerche di lui, delle altezze sovra-coscienti, dei recessi della mente umana. Ricerche simili, chiede lei a sua volta, non sono pericolose?
«Molti anni dopo il nostro colloquio, incontrando in India maestri spirituali, mi tornarono alla mente sia la sua risposta sia lo sguardo dei suoi piccoli occhi indagatori: “Sì, è pericoloso. Tuttavia colui che vuole conoscere deve assumersi il rischio di diventare insensato”». Ci sono in questa affermazione almeno un paio di risposte alla domanda sul perché i viaggi hanno smesso di essere per noi un mezzo di conoscenza del mondo.
Nessuno scrive più di viaggi e le epopee del passato sono state dimenticate. Personaggi leggendari della nostra formazione come Bruce Chatwin, o Patrick Leigh Fermor, non li frequenta più nessuno. I loro libri hanno fatto la stessa fine delle guide di carta, dentro le quali stivavamo scontrini, appuntavamo correzioni, note.
Le vie dei canti – sul sito leggi qui – che pensavamo appurato come romanzo di formazione, è scomparso dall’immaginario dei più giovani. Sostituito, forse, da storie che il mondo lo prescindono, lo trascendono. Perché il mondo non è più la misteriosa somma di giungle e mari, strade sassose e città. Così, i nuovo viaggiatori sono interstellari, il nuovo confine è Marte e i tecno-ebbri leggono, come fosse un Baedeker, la Guida galattica per autostoppisti di Douglas Adams (1979). Il mondo sembrerebbe non avere più niente di sacro e misterioso. E viaggiare ormai è alla portata di chiunque, a qualunque prezzo. Non serve neanche avere troppo tempo a disposizione, dal momento che aerei a basso costo ci portano in poche ore da una parte all’altra del pianeta. E insistere con la differenza tra viaggiatori e turisti è francamente un po’ ridicolo. Siamo tutti turisti, e come tali abbiamo rinunciato alla meraviglia, alla scoperta e, secondo le parole di Jung, al rischio dell’insensatezza e quindi della conoscenza.
Viaggiare non ha più niente a che fare col sapere, perché quello che vorremmo sapere crediamo di impararlo stando seduti sul divano col telefono in mano. Ed è anche possibile che sia vero, che la quantità di informazioni a disposizione di chiunque sia immensamente più grande oggi di quanto non lo fosse allora, quando si partiva per Kabul, con una cartina stropicciata e un’automobile che rischiava di fermarsi in mezzo al niente. «Eravamo tutte e due viaggiatrici: Christina illudendosi di dimenticare a ogni partenza la sua ultima crisi emotiva senza capire che già ne desiderava un’altra, io cercando sempre, e sempre lontano, il segreto di un’esistenza armoniosa».
Nessuno si aspetta più di essere cambiato da un soggiorno su un’isola della Grecia o una sessione di fotografie davanti ai pinguini. E chissà che anche questa nostra ossessione di fotografare non sia parte del processo di desemantizzazione del viaggio. A cosa serve esserci se il bottino sono immagini riprodotte?
Ella e Christina avevano una macchina fotografica ma nella maggior parte dei luoghi era vietato usarla. Ogni volta che vengono fermate per controlli la prima cosa che si sentono dire è: vietato fotografare. L’interdizione di questa attività cambia lo sguardo? Possibile. Di sicuro, leggendo di queste due donne che si accampano nel deserto, sfidano la diffidenza degli uomini, ignorano la possibilità di contrarre malattia e la conseguente difficoltà di essere curate, si ha la sensazione di una comunità di persone meno spaventosa. Non meno feroce della nostra, certo, forse anche più violenta, ma graziata dalla curiosità e dal rispetto per l’altro.
Siamo troppi, troppo maleducati e troppo maldisposti ad abbandonare le nostre abitudini anche lontano da casa. Se viaggiare non serve più a conoscere, a mettersi nei guai, a sperimentare l’insensatezza, forse finiremo per trovare meno costoso e meno dannoso per l’ambiente infilarci in una capsula climatizzata dove dormire per giorni, in un silenzio spaziale. Per quale ragione dovremmo viaggiare per andare in vacanza e riposarci, quando del viaggio non ci piace più niente?
L’articolo di Repubblica screenshot immagine e in file .pdf:
La Repubblica del 16.07.2025. E. Stancanelli. Viaggiamo da sole…
Immagini dell’articolo di Repubblica.
Ella Maillart nel 1991
Nella foto grande, Maillart e le sue compagne di viaggio sul veliero Bonita diretto a Creta nel 1925
Nell’altra foto, studia una mappa dell’Asia.
A fianco, in Nepal davanti al santuario di Bodhnath









