Ambiente e Natura

Bagno a Le Formiche (parte quarta)

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di Francesco De Luca

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“No, me lo dica”- rispondeva annoiata. E via una storiella. Stessa, identica partitura si presentò in piazzetta al bar Welcom’s,   non appena Fausto le presentò il commendatore. Non che fosse un amico ma, incontrandolo di faccia, non poté fare a meno di salutarlo. Lo sguardo andò sulla donna e poi con muta interrogazione su Fausto, che gliela presentò. Il commendatore aveva l’età di chi si cura soltanto dei passatempi, e quello che più amava era la storia dell’isola.

Quando anche lui seppe del taglio alla mano si rivolse a Gertrud tutto cerimonioso. La invitò a sedersi ed esordì: “Lei deve sapere, carissima signorina, che il luogo causa del suo infortunio è carico di storia”. La donna arguì che ne sarebbe seguito un racconto, ma di fronte a quel vecchio gentiluomo non ebbe l’ardire di rifiutare l’interesse, e finse meraviglia. Il commendatore, vista la ragazza pendere dalle sue labbra, iniziò una narrazione dal tono altisonante: “Orbene, bisogna por mente al fatto che le isole ponziane durante l’impero di Carlo Magno furono infestate dai Mori o Saraceni che si vuole. Essi scorrazzavano nel mediterraneo perché non trovavano resistenze serie. C’erano sì i Bizantini ma erano in forte declino e non si curavano delle coste italiche. Anzi nell’ 812, prima dunque della morte di Carlo Magno, essi stessi vennero a Ponza, uccisero i Mori presenti, la saccheggiarono e se ne andarono. Cosa ci fosse da saccheggiare se non c’era popolazione stabile è un mistero. Ma a quei tempi così usava. Con la morte dell’imperatore chi poteva porre un freno alle scorribande dei pirati era soltanto il Papa. Il quale però prima di muoversi doveva tessere accordi con i vari signori di Sorrento, Amalfi, Gaeta, nonché di Palermo, per cui passavano anni e intanto i Saraceni spadroneggiavano. Finché non ci fu la fuga dei santi eremiti che in questi posti esprimevano nella solitudine il loro ideale di fede e allora i Saraceni vi si insediarono. C’è infatti ai terghi dell’attuale chiesa una collinetta dalla quale si domina il porto. Noi ponzesi la chiamiamo Monte Mangiaracino ovvero monte dei Saraceni. Qui vi sono grotte e grottoni dove ebbero modo di dimorare finché non ne venivano scacciati. E ciò succedeva dopo che essi avanzavano tanto in ardire da portarsi fino a Roma e devastarla. Ma, sto divagando, comunque la battaglia di Ostia la devo ricordare. Qui nell’849 i Musulmani ebbero una solenne batosta dalle truppe coalizzate di Amalfi, Napoli, Gaeta, con la benedizione del papa Leone IV. Sembrò un successo definitivo e invece già trent’anni dopo i Mori erano di nuovo padroni del Tirreno e nelle città della nostra costa fissarono sicura dimora. Tanto che il papa Giovanni VIII nell’873 decise di sradicarli. Fondi, Terracina e le altre città costiere furono ripulite. Ma il Papa sapeva che doveva estirparli anche dalle isole ponziane per fare un’opera di disinfestazione. Perciò, dopo essersi fermato cinque giorni a Terracina per curare i feriti, riprese il mare con diciotto navi. Quando arrivarono a Ponza i Saraceni avevano già lasciato il porto e s’erano nascosti con le feluche dietro il faraglione della Madonna e lungo la costa ad est, con le vedette sul  Mangiaracino. In quelle grotte attesero le mosse del Papa. Il quale scese e s’accertò che nella torre lasciata dai Romani, sullo spiazzo dove attualmente s’erge la chiesa, non vi fosse nessuno. Quella era l’unica postazione militare esistente sull’isola. Non contento inviò la truppa a constatare che l’insediamento sul mangiaracino fosse deserto. A quella mossa i Mori si diedero a precipitosa fuga verso i loro legni alla fonda nelle calette del Belvedere, della Parata, ma non poterono nascondere la loro presenza.


La battaglia di Ostia 
(Musei vaticani)

Le navi pontificie ripresero l’inseguimento e, per quanto i legni dei Mori fossero più veloci, li raggiunsero nelle acque delle  formiche. Con l’aiuto di Dio, scrisse il Papa a Engelberga, moglie dell’ imperatore Ludovico II, furono uccisi molti Saraceni. Verosimilmente il fatto ebbe questo sviluppo, cara signorina, e perciò vorrei dirle che il taglio quasi quasi è un onore averlo”. Il monologo del commendatore era stato condotto con enfasi. Ger l’aveva anche gustato per un po’ di tempo ma poi aveva assunto un’aria compassata. Fausto gongolava, mai si sarebbe aspettato dal commendatore una performance di tal fatta, e si intromise sottolineando. “Hai visto, hai versato sangue in un luogo storico”.

“Sì, ma adesso basta – rispose la donna. Con queste Formiche non ne posso più. Devo sperare che la ferita non si rimargini così non me le scorderò più”.

Il giovane capì che la sua uscita non era stata gradita. La settimana di vacanza di Gertrud era terminata e l’indomani sarebbe partita. Se quella sera Fausto voleva portare a conclusione la relazione doveva pensare a qualcosa di più coinvolgente. Molto più coinvolgente.

 

Bagno a Le Formiche (fine)

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